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CITY OF GOD
(Bra 2003)
di F. Meirelles


City of God trae la sua linfa vitale dal susseguirsi di avvenimenti raccontati tramite la penna di Paulo Lins nel suo romanzo sulla Città di Dio, nome abbastanza ironico se associato al più grande insediamento di favelas presente a Rio de Janeiro.
Il film è organizzato attraverso gli sguardi (reali e fotografici) di Buscapè, che sin dalla sua infanzia prova a trovare un modo di raccontare quello che gli sta attorno: dagli inizi romantici dei primi anni '60 in cui il banditismo era un'affare dilettantesco, visto di buon occhio da parte della popolazione di sfollati arrivati a Rio per via delle grandi alluvioni, sino all'organizzazione criminale che aveva il controllo sul traffico di droga negli anni '70 e la successiva, sanguinaria, lotta tra bande.
Meirelles porta sullo schermo un racconto complesso, fatto di continui flashback e flash forward ed incroci tra differenti storie e protagonisti, che trovano nel cinema di Martin Scorsese uno dei principali numi tutelari: l'impianto narrativo è di chiara matrice americana, ma con una credibilità difficile se non impossibile da riscontrare nelle produzioni hollywoodiane degli ultimi dieci anni.
Una inarrestabile spirale di sangue e morte, che tanto sarebbe piaciuta a Quentin Tarantino, ma che del genere pulp ha solo la resa estetica attraverso i sofisticati cromatismi ottimamente contrastati che rendono affascinante il degrado senza fine della vita nelle favelas, i buchi dei proiettili nei muri, i corpi feriti, morenti o tumefatti abbandonati per strada.
Proprio per le sue caratteristiche formali si intuisce come City of God sia dedicato soprattutto al mercato internazionale e come il gusto a livello globale tenda ad uniformarsi sui canoni occidentali: il successo del film non solo a livello nazionale ne è la testimonianza, interpretabile comunque come un positivo segnale di rilancio (e forse di rinascita) dell'industria cinematografica brasiliana.
City of God è duro, durissimo: le storie del Trio Tenerezza e di Ze Pequeno non possono lasciare indifferenti, come risulta impossibile non affezionarsi ai singoli personaggi, interpretati in gran parte da attori non professionisti, che restituiscono l'immagine di un universo parallelo, esiliato dalla civiltà (quale civiltà?), in cui ogni giorno possono nascere nuove regole da rispettare (o da infrangere).
La ricostruzione della vicende che transitano pericolosamente dalla paura all'equilibrio per poi arrivare al terrore sono ancora più sconvolgenti per il grado di realtà che contengono: si materializza uno degli incubi della società contemporanea, bande di bambini assassini (i Randagi) che cresciute in mezzo alla violenza decidono di amministrarla loro stessi, incapaci di provare pietà, killer spietati senza motivazioni specifiche.
Mine vaganti cresciute nel mito dei Banditi e dei loro seguaci coinvolte in una guerra senza quartiere alla fine degli anni settanta, armate fino ai denti e senza limiti di età, per potersi spartire lo spaccio di stupefacenti all'interno della Città di Dio.
La polizia si limita a controllare il mercato senza intervenire, consapevole dei rischi e soprattutto dei guadagni che che si possono ottenere dalla deliquenza legalizzata, seppur circoscritta (nei primi anni '70 la favelas vive un periodo di pace sotto il dominio di Ze Pequeno, diventa un luogo sicuro, dove si avventurano anche gli onesti cittadini di Rio in cerca di droga).
Meirelles interviene sulle caratterizzazioni, evita di stendere un velo pietoso sulla violenza, arrivando a mostrarla anzi in tutta la sua crudeltà (come nel caso dell'esecuzione di un Randagio ad opera di un altro ragazzetto, istigato dai capi) e cercando non tanto di trovare delle spiegazioni, quanto di costruire una piccola cronistoria degli avvenimenti.
Certi eccessi nel montaggio e nei movimenti di macchina sono figli del suo essere contemporaneo e nulla più, accettabili in un'opera che restituisce per la prima volta la tormentata esistenza degli abitanti della Città di Dio: il regista ha il grande merito di aver portato sullo schermo non solo un sanguinario susseguirsi di eventi tragici, ma anche l'eccezionale vitalità che serpeggia incontrollata tra le favelas brasiliane. Questa l'unica, piccola, speranza.

Bowman