|
visioni:recensioni A-Z / SHORTCUTS / DIRECTORS / YEARS
LA CITTA' DELLE DONNE
(Ita 1980)
di F. Fellini
Guido (Marcello Mastroianni) in Otto e mezzo (>>>)
sognava un harem pieno delle donne che aveva amato, carnalmente
e virtualmente: c'erano tutte, dalla prima showgirl francese vista
in un cinegiornale alla hostess danese che lo accompagnò
in un viaggio aereo, sino alle presenze più quotidiane come
la moglie o le amanti. Guido le governava, era padre e padrone di
quella realtà, domava le piccole rivolte con una frusta.
Era il 1964 e l'immaginario di Federico Fellini era già straboccante
di visioni: il suo sogno femminile nel corso degli anni si è
avvicinato all'incubo.
Nel 1978 La città delle donne testimonia un diverso rapporto
tra il regista e l'altro sesso, che così tanto lo ossessiona
(positivamente quanto negativamente). Un treno corre a tutta velocità
entrando in una galleria: in una carrozza, appena svegliato da continui
movimenti erotico sussultori, un uomo (Marcello Mastroianni) osserva
lussuriosamente una donna. Quando questa si allontana lui la segue:
flirta con lei nel bagno, poi poco prima che il treno riparta la
donna scende e s'incammina verso i boschi.
L'uomo è Snaporaz, il nostro protagonista. La segue e tenta
ancora una volta di fare l'amore con lei, non riesce a rinunciarvi.
La città delle donne è il paesaggio onirico in cui
si muove Snaporaz alla ricerca (inizialmente) della donna del treno:
una strada che si snoda attraverso il bosco per condurlo in un albergo
popolato di femministe, intente ad affermare la bellezza di tutte
le donne e la guerra al maschio. La figura di Snaporaz si muove
con circospezione nei meandri dell'hotel fino a quando viene individuata
(dalla stessa donna del treno): da qui ha inizio una sorta di fuga
per sfuggire al linciaggio delle femministe.
Snaporaz non capisce o fa finta di non capire: queste donne non
sono le sue, sono creature trasformate in mostri incapaci di comunicare
con l'uomo, offese da anni di vilipendi legalizzati, una massa informe
e bellicosa.
L'affermazione del femminismo distrugge i sogni del protagonista,
l'universo che tanto amava e credeva di tenere in pugno (Lui, l'Uomo)
gli si rivolta contro: le scene girate nell'albergo sono esempi
di claustrofobia visiva, resi ancora più fastidiosi dal continuo
e incessante vociare delle ospiti della convention.
Guido ha abbandonato la frusta ed è diventato Snaporaz: gli
stessi modi da fumetto, nascondono un'evidente confusione, un senso
d'inadeguatezza dato anche dall'età, che lo rende ancora
più tenero.
Esteticamente l'unico elemento che fa difetto è forse l'abbigliamento
delle attrici (molto delle quali, al solito, non professioniste):
non certo colpa del regista, ma del mio rapporto con la moda "casual"
di fine anni '70, poco attraente e sin troppo familiare, appare
come dimessa e ancora lontana dagli eccessi del decennio precedente
(ed in un certo modo anche da quelli del successivo).
Ma il film sale di tono sotto ogni punto di vista dal momento in
cui Snaporaz riesce a fuggire: prima che la notte lo avvolga deve
liberarsi ancora una volta da un attacco, questa volta esplicitamente
sessuale, del donnone addetto alla caldaia dell'hotel che lo vorebbe
violentare prima di condurlo alla stazione.
Snaporaz vuole scappare ma si ritrova in mezzo ad una gang di ragazzine:
drogate ed ubriache girano per le strade della campagna mentre arriva
il buio, ascoltando musica elettronica a tutto volume e danzando
come in un sabba. I movimenti delle automobili ricordano certi spostamenti
infernali di Toby Dammitt (>>>),
ma ammiccano volontariamente (con piccoli rimandi nell'abbigliamento
e nella gestualità) ad Arancia meccanica (>>>)
di Stanley Kubrick.
Queste future donne assomigliano a piccole streghe ribelli, il ritmo
che esce dalle autoradio le anima e le possiede: quando Snaporaz
riesce ad uscire dall'auto viene inseguito e quasi investito.
E' ancora il bosco ad offrirgli riparo e a condurlo in una casa/mausoleo:
incontra qui l'altra anima di Fellini, il dottor Katzone che conserva
nella sua dimora registrazioni di tutti gli orgasmi (festeggia in
quest'occasione i 10.000) provati nella sua vita.
La donna nella vecchia visione maschilista, niente più che
un oggetto di piacere: per questo Katzone rischia di vedere abbattere
la sua villa, ad opera della polizia femminista.
Vive quasi segregato, tra l'invenzione di un vibratore ed una nuova
avventura, con la servitù in adorante rispetto.
Snaporaz incontra nella villa sua moglie, arrivata chissà
perché mentre doveva essere ad aspettarlo da tutt'altra parte:
Fellini mescola ancora una volta pubblico e privato, non nascondendo
l'assenza di desiderio sessuale nei confronti della compagna ma
allo stesso tempo l'impossibilità di abbandonarla.
Tutto si fa più confuso prima del sonno notturno: il protagonista
viene condotto da due spogliatissime ballerine in una sorta di attico
e messo a letto. Mentre pregusta una doppia avventura sessuale le
due se ne vanno, lasciandolo in balia degli appettiti della moglie
con problematica maschera di bellezza. Lui ovviamente si nega e
trova una via d'uscita in una finestra posta sotto il letto: è
lo scivolo del luna park, il ricordo di un posto fatato dove ogni
donna che mai lo abbia eccitato è presente.
Ma il passato scompare: lo scivolo conduce in una gabbia, una trappola
delle femministe per catturarlo.
Il racconto diviene sempre più un sogno, le immagini acquistano
una forza particolare, celata nella parte iniziale del film: siamo
immersi nell'immaginario del regista, dove tutto è possibile.
La realtà è lontana.
Snaporaz finisce in un impossibile luogo ai limiti della metafisica
dove salita una scala, circondato da femministe urlanti, incontra
l'incarnazione del suo ideale di donna: una mongolfiera dalla splendide
fattezze che lo porta via con sé. Quell'ideale nascosto nell'inconscio
però non supera la prova della realtà: una donna (ricorsa
enigmaticamente più volte nel film) spara al pallone aerostatico
con un fucile, sino a bucarlo.
Snaporaz si aggrappa, ma è costretto a cadere: il suo sogno
è forse scomparso?
In un certo senso sì, visto che si risveglia in treno: di
fronte a sé sua moglie, vestita come la donna del treno seppur
con colori diversi. Proprio quest'ultima entra di lì a poco
nello scompartimento insieme a due studentesse (le due ballerine
che lo avevano sconvolto a casa di Katzone). Ora tutto è
risolto, chiarito. Snaporaz può tornare placidamente a sognare
senza temere per sé.
Il treno entra in un'altra galleria, scompare nel buio. Subito dopo
i titoli di coda ricompare per un attimo: si intravede una luce,
la fine del tunnel, un altro sogno, un'altra avventura
"Guardare a queste cose non come a un mondo sconosciuto fuori
di te, ma come a un mondo dentro di te. In maniera non magica, ma
psicologica: in uno sforzo di familiarizzazione."
Federico Fellini.
Bowman
|
|