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THE CHELSEA GIRLS
(USA 1967)
di A. Warhol con Nico, Ingrid Superstar, Pope Ondine

Spiamo dal buco delle serrature la Factory di Warhol trasferita all'Hotel Chelsea di New York, in attesa di chissà quale castigo divino, novella Sodoma e Gomorra compiaciuta del livello di depravazione raggiunta.
Warhol mostra al solito senza dare peso piccole realtà a confronto, in un film che oggi è un documento ancora vitale su quelle "persone incredibilmente strane" che costituivano il materiale umano e creativo delle produzioni seriali dell'artista di Pittsburgh.
Pittsburgh appunto, così lontana e provinciale, sommessamente postindustriale, è il prototipo del pubblico a cui è dedicato Chelsea Girls: qualcuno ancora in grado di sconvolgersi vedendo giovani che senza particolare gioia o euforia, praticano sesso promiscuo, intrattengono rapporti con spacciatori e travestiti, si iniettano o assumono qualsiasi droga disponibile sul mercato.
Ritratto di un'altra generazione perduta, su cui non può che lasciare cadere qualche lacrima Nico, la musa a cui Lou Reed donò la parola, muta e immobile ad ogni inquadratura, lei più di ogni altro icona e manifesto dell'opera.
Perché nonostante il successo commerciale che aprì ad Hollywood le strade del cinema underground, Chelsea Girls è tutto fuorchè un film: definibile (ovviamente) come un'opera d'arte, perché in grado di riscrivere limiti visivi e percettivi già abbondantemente codificati nei decenni precedenti.
Warhol decide (???) di affiancare in due riquadri la proiezione, poi in completa libertà sceglie quale audio offrire al pubblico (la sequenza delle bobine variava di happening in happening): vediamo le stanze del Chelsea Hotel confluire l'una nell'altra, allargarsi fino a scomparire nel nero, lasciando a chi guarda semplicemente dei valori cromatici.
I dialoghi registrati in presa diretta, svolgono il ruolo di commento al limite della didascalia. Litigi continui ed insensati che spesso terminano in scene di violenza, reale o presunta. Schiaffi ed insulti per mantenere alta l'attenzione dello spettatore, per agitare il suo nemmeno troppo nascosto sentimento voyeuristico: Ingrid Superstar, Brigid Berlin, Pope Ondine non sono altre che marionette tossiche in grado di interpretare la loro parte (la loro parte nel cosmo) per soddisfare le volontà del loro mentore.
Warhol crea attraverso le inquadrature un gioco di ritratti viventi, paradossali per la verità che propongono e allo stesso tempo innocenti, puri.
Una realtà al limite del sostenibile, nervosa ed elettrica, in cui il suono dei Velvet Underground si integra alla perfezione, definitivo terminale delle volutamente insensate divagazioni registrate all'ormai fantomatico Chelsea Hotel.

ENRICO GHEZZI/FUORI ORARIO/THE CHELSEA GIRLS

La prima televisiva italiana di The Chelsea Girls è avvenuta pochi giorni fa, a quasi 40 anni dalla prima proiezione, durante una trasmissione di Fuori Orario (Cose mai viste), il programma di Enrico Ghezzi, intitolato per l'occasione "Il no(n)no del grande fratello".
Il riferimento che Ghezzi utilizza nella presentazione del film è la multilinearità: ci si mette molto poco a riconoscere il senso della definizione, soprattutto dopo essere incappati nelle prime sequenze.
Le immagini sono prive di continuità, anche se riprendono dialoghi in interno circolari e senza meta: l'una confluisce nell'altra, lo schermo diviso a metà trasforma le singole inquadrature in un elemento unico e inscindibile.
The Chelsea Girls non fu proiettato solo nei cinema o nei teatri, ma anche utilizzato come sfondo alle esibizioni dei Velvet Underground, assumendo così un significato lisergico, in grado di guidare l'occhio dello spettatore in viaggi allucinati, indipendentemente dall'assunzione di droghe.
L'immobilità della rappresentazione permette allo sguardo di vagare e assumere nuove prospettive, riconsiderare il valore percettivo del mezzo cinematografico, portato in questo caso verso un estremo che tende a privarlo di ogni significato contenutistico: la riflessione verte sulla rappresentazione, più che sul soggetto rappresentato.
La scelta del titolo della puntata di Fuori Orario è invece derivata da quello che Warhol riesce a svelare dei suoi innocui protagonisti: il litigio, il sesso, la violenza e la droga sono i motivi d'interesse superficiali, gli unici in grado di provocare shock nell'ascoltatore in assenza di montaggio.
La medesima ricerca che lo spettatore compie sintonizzandosi sulle inutili realtà dei protagonisti dei più disparati reality show: oggi The Chelsea Girls ha assunto la forma di un documento storico, basato sull'invasività della telecamera in un mondo sotterraneo e narcisista.
La stessa decisione di utilizzare uno schermo diviso in due parti è sì straniante, ma allo stesso tempo abitua ad una condizione necessariamente voyeuristica: chi controlla le inquadrature ha il potere di scelta, decide come e quando posarsi su ogni storia.
Un meccanismo a cui siamo stati forzatamente abituati e che Ghezzi rivede nell'opera di Warhol: il film agisce sugli stessi stimoli ("moralmente inaccetabili"…) estremizzandoli, mentre ogni giorno assistiamo a prove edulcorate e tendenzialmente false di una sempre più vuota (ir)realtà.

Bowman