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CENTOCHIODI
(Ita 2007)
di E. Olmi
“I libri, se non diventano vita incarnata, sono oggetti inchiodati nella rigidità di un sapere inutile”
Ermanno Olmi, Lettera al Corriere della Sera - 26 aprile 2007
Centochiodi è il film che chiude la carriera di Ermanno Olmi come regista di finzione.
Un’avventura che non s’arresta la sua, ma continua nel documentario, riprendendo oggi un percorso interrotto più volte nella sua vita: un ricongiungimento con il passato e soprattutto con gli esordi dietro la macchina da presa del regista di Treviglio.
Olmi non ne vuol sapere di smettere, neppure all’età di 86 anni e visti i risultati colti con i Centochiodi non avrebbe alcuna ragione di farlo.
Il protagonista della pellicola è un professore di filosofia dell’università di Bologna arrivato ad una presa di coscienza talmente sconvolgente da provocare in lui una reazione, qualcosa che lui stesso non riuscirà a descrivere se non come un inarrestabile moto interiore.
Apprezzato e stimato, conducendo ogni giorno il suo lavoro s’accorge di come la “verità” contenuta nei libri non sia tale, quanto piuttosto un tentativo dell’uomo di assoggettare natura e religione alle proprie volontà o peggio ai propri interessi.
Di come ogni volume sia stato manipolato per ottenere un risultato dalle differenti organizzazioni al potere secolo dopo secolo, non ultima l’intoccabile Sacra Romana Chiesa che su riscritture e interpretazioni della parola di Dio ha costruito il suo dominio terreno. Olmi la rappresenta come un vecchio prelato senza amici immerso nei suoi libri.
Chiuso in loro esercita il suo potere secolare, ma non può ambire al contatto con nessuno che non sia una parola scritta. Un’erudizione fine a sé stessa che ha come unico obbiettivo quello di sottomettere al culto i fedeli mantenendo in pugno il potere dato dalla conoscenza.
La lucida follia del giovane professore implica un nuovo ordine che cancelli il precedente: inchioda così al pavimento della biblioteca un centinaio di testi antichi, in una scena dall’incredibile valore simbolico e visivo (luci soffuse mentre le pagine vibrano sotto i chiodi e i libri ricreano magicamente l’architettura della stanza).
Poi inscena il proprio suicidio e decide di vagabondare mentre gli inquirenti indagano e si mettono sulle sue tracce (l’inizio dei Centochiodi ha il sapore di un giallo, ma senza troppa convinzione).
Il professore rimane bloccato da un nubifragio in una casetta diroccata vicino al Po. Già dopo un giorno la comunità del non lontano paese e alcuni “vicini” s’intrattengono col Cristo (lo chiamano così per la zazzera e la barba oltre che per la sua volontà o necessità di vivere in “povertà”).
Lo aiutano a ricostruire, lo ascoltano parlare, dialogano con lui. Persone semplici dalla cui bocca sgorgano motti popolari e simpatiche volgarità, saggezza antica e frequenti incroci tra sacro e profano. Il professore riscopre (o scopre) un mondo che credeva scomparso, in cui l’unico testo mai pubblicato pare essere la Bibbia o meglio Il nuovo testamento. L’idillio sfortunatamente dura poco: il progresso ha deciso d’aver bisogno di quella ansa del fiume e quindi salvo pagamento di un’ammenda ogni insediamento (illegale, tra l’altro) dovrà essere rimosso.
Il professore non ci pensa molto, sfodera la carta di credito e paga.
Sa che i carabinieri lo individueranno e arriveranno di lì a poco, ma non fugge. Li aspetta e se ne va con loro. Commenta quello che ha fatto per essere arrestato come “un obbligo morale”. Poi, di fronte al vecchio prete che l’ha visto crescere, si lascia andare ad un dialogo vibrante.
Dio e la sua gloria propagandata attraverso i libri, Dio e il giudizio universale, dove sarà giudicato e non giudice. Nel professore si scatena una rabbia livida, parole dette rapidamente, quasi sibilando, dopo esser state pensate per anni.
Il prelato esce dopo poche battute, curvo sotto i suoi anni, senza poter replicare.
La dottrina ufficiale viene ancora una volta utilizzata per dividere e non per unire, per imporre il silenzio al posto delle parole.
Il suo pensiero corre agli amici di carta, feriti dai chiodi, non all’incomprensibile umanità che vive attorno a lui, un uomo arido e senza speranza come il cristianesimo promulgato e mai applicato dai Principi della Chiesa.
Il paradosso su cui Olmi fonda il suo film è un’invenzione ardita, spettacolare ed estremamente cattolica. Nonostante questo i Centochiodi non è un atto di purificazione del messaggio cristiano come è stato detto da più parti, ma van ben oltre.
Le parole del regista in un intervista rilasciata al Corriere della Sera durante la lavorazione del film sono ancora una volta illuminanti:
"Il fatto è che nulla a un certo punto serve più, neanche il denaro.
Si pensava che pace e benessere fossero obiettivi sicuri e precisi, poi il gioco ha cambiato regole, si è complicato. Sentiamo che qualcosa deve accadere, noi non possiamo opporci. Una cosa sento viva e vera: oggi sono solo i vecchi e i bambini gli unici che rischiano per esser liberi davvero».
Ermanno Olmi, Corriere della Sera - 2 maggio 2005
Bowman |
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