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IL CAVALIERE ELETTRICO
(USA 1979)
di S. Pollack con R. Redford J. Fonda

Condurre una vita a parte, rasserenata dal successo e da party privati, nel lusso kitsch della fine degli anni '70.
Essere convinti di non avere particolari esigenze, di rifiutare buona parte delle avanches e della stupidità del sistema di cui si fa parte.
Ritirarsi dalla propria attività e tradurre la propria precedente esistenza in denaro, divenendo testimonial, sposando un prodotto.
Vedere la propria popolarità crescere ai massimi livelli.
Divenire un'icona.
Un gigante in completo jeans blu e stivali da cowboy, baffi fatti crescere per l'occasione e cappello a tesa larga, con il corpo solcato dai neon e una scatola di cereali in mano.
Ubriacarsi in continuazione per dimenticare cos'è diventata la quotidianità: uno show registrato, in cui recitare la propria parte senza dissentire.
Scegliere il cinismo. Fottersene.
La leggenda e la morale vogliono che non possa essere così in eterno, per gli uomini dotati di buona volontà.
Sidney Pollack e Robert Redford costruiscono Il cavaliere elettrico su questa consuetudine trasformatasi cinematograficamente in verità, con tanto di inevitabile lieto fine inneggiante alla libertà (un uomo solo su una strada desertica...).
A lasciare il segno però non è la conclusione della vicenda, ma la parte introduttiva: quella senza speranza in cui la tentacolare macchina del consumismo americano è rappresentata in tutta la sua potenza.
Spettacolo dopo spettacolo, Sonny Steele ex campione di rodeo è sempre più alienato, farneticante, inutile.
Inserito tra ammiccanti majorettes ed uno spettacolo d'allegerimento, pronto a scatenare il tripudio del pubblico con una semplice cavalcata.
Redford recita tra il comico e il malinconico, parlando poco.
Sonny non ha nulla da dire in fondo, se non le battute scritte sul copione.
Il suo personaggio è al tramonto, inconsapevolmente vicino all'ultima chance per poter cambiare la propria vita.
Momenti in cui basta una scintilla per scatenare l'impensabile: in questo caso la vista di un cavallo di razza, simbolo della multinazionale da cui è stipendiato, drogato e malconcio su un palco d'avanspettacolo.
Sonny decide di scappare portandolo con sè, fuggendo dallo show promozionale, deciso a ridargli la libertà (oltre a riprendersi la propria, imboccando una strada senza possibilità di ritorno).
Pollack dirige un perfetto esempio di western contemporaneo, una caccia all'uomo senza precedenti che rinverdisce la tradizione di personaggi solitari ed innamorati della propria indipendenza, inseparabili dal proprio cavallo (regalando al pubblico le immagini dell'indimenticabile galoppo di Redford su un purosangue per le strade di una città di frontiera, vanamente inseguito dalla polizia).
Hallie (Jane Fonda), giornalista tv dotata di un cuore, arriva quando il film è già terminato, quando l'unica curiosità dello spettatore è vedere la rappresentazione di fatti che già conosce a memoria (la fuga, il nascondiglio, la trappola, la sorpresa, l'amore), appena rimescolati per l'occasione.
Il rifiuto dello star system è stato accettato, ma la mercificazione non si è certo arrestata (ha seguito piuttosto il rapido cambiamento di gusto della popolazione).
Il cavaliere elettrico è solo un'altra parabola, quella dell'eccezione che conferma la regola, raccontata mentre il mondo resta a guardare inebetito e contento, sorridente ed in vendita.

Bowman