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IL CATTIVO TENENTE
(USA 1992)
di A. Ferrara con H. Keitel


Siamo alla quarta partita tra Dodgers e Mets, con i californiani in vantaggio per 3-0: manca un solo match per segnare la sconfitta di New York nelle World Series di baseball, che si decidono al meglio delle sette partite.
Le partite restanti scandiranno il tempo di Harvey Keitel, il cattivo tenente del titolo, di cui non sapremo mai il nome (tanto che nei titoli di coda è indicato solo come L.T.).
Keitel si muove per la città di New York come un cane con la rogna, sempre ringhiante e pronto a mordere, ma con una particolare attenzione ai propri interessi: droga, alcool, sesso, denaro inseguiti sbadatamente e senza morale, non per punirli, ma per approfittarne. Il cattivo tenente non riesce proprio a farne a meno, completamente dipendente e alla continua ricerca di cocaina (da sniffare e da smerciare), eroina, crack e quant'altro. Tra le pratiche "legali" l'abuso senza soste di alcolici e le orgie con cui tradisce la famiglia (un piccolo pallino sullo sfondo).
Sulla pellicola intorno a Keitel ci sono tante minuscole figure che vengono a contatto con lui senza lasciare traccia: i suoi figli valgono tanto quanto un pusher del ghetto o forse meno, sua moglie non più dei colleghi in Polizia invischiati nelle scommesse (è lui stesso a fare le giocate): da questo totale indifferenza nei confronti di chiunque gli si presenti si fronte, inizia una discesa abissale nell'inferno, tanto abissale da scivolare nel patetico.
Il cattivo tenente e la sua autodistruzione, nient'altro appare sullo schermo: metodica e apparentemente irrazionale, volontario sacrificio di un uomo completamente marcio.
Non incarna il Male, perché ne è incapace. Piuttosto un peccatore convinto dai suoi peccati, in attesa di redenzione: diventa questo, Keitel, scena dopo scena. Una caduta verticale senza logiche o obbiettivi da perseguire, nessun sogno di grandezza da conquistare: nelle sue azioni persiste solo l'annullamento personale.
Il parallelo cattolico in cui Ferrara scomoda il Cristo, che appare in un'allucinazione al protagonista dopo giorni di abusi, ha senso solo se si immagina il racconto come una parabola newyorkese, intrisa di violenza e degrado metropolitana, ritmata dai Led Zeppelin di Kashmir riletti in chiave hip hop, attraverso il ghetto e le sue torture, con la droga come unica (questa volta volontaria) via di fuga.
Ferrara sceglie una storia che potrebbe essere puramente violenta o grottesca, ma che non è descrivibile con nessuno dei due aggettivi: Keitel non risparmia sé stesso e il suo fisico, si lascia andare a patetici attimi di sconforto e ad altrettanti di fiducia, cadenzati da spettrali silenzi e inconsulti scatti di rabbia (come sparare alla propria autoradio).
Il regista americano insiste su questo lato per tutta la durata del film rendendo il suo protagonista una vittima di sé stesso, un perdente incapace convinto di essere intoccabile.
Oltre che da questa convinzione, da cosa è mosso il cattivo tenente? Dalla ripetizione abituale e quotidiana dei medesimi eccessi, in cui trova rifugio per brevi momenti (in particolare dopo gli incontri con l'eroina).
Viene scosso solo in apparenza dalle indagini sullo stupro di una suora da parte di due afroamericani in una chiesa del quartiere: quello che poteva essere un suo sogno, diventa un incubo reale.
Le scommesse diventano un calvario: mentre i Mets risorgono inaspettatamente, lui perde tutto, più di quanto potrà mai pagare. Keitel sbanda pericolosamente e la regia di Ferrara lo segue: assistiamo alle deviazioni di una mente allucinata in cui la religione diviene il pretesto per raggiungere una violenza ancora maggiore e sopra le righe.
Come i due stupratori offesero il corpo della suora con un crocefisso, allo stesso modo il tenente insulta pesantamente Gesù, sceso dalla croce per ascoltarlo: l'immagine che ha di fronte a sè solo il risultato degli stupefacenti sulla sua mente, ma nonostante tutto non riesce a sopportarla. Si commuove fino a chiedere scusa, inginocchiandosi, riprendendo in un certo qual modo la figura di Giuda interpretata per Scorsese ne L'ultima tentazione di Cristo.
Lo stupro vissuto dalla suora come una preghiera fatta da persone senza voce (la più forte delle preghiere, ama ripetere) fa arrivare uno spiraglio ad un uomo sempre più in balia dei suoi vizi, ormai incapace di sottrarsene: non è immortale, anche se è cattolico… La sua autodistruzione si tramuta in martirio, la sua voce in latrati e singhiozzi.
Ferrara confonde le acque, complice la definizione di un personaggio che di scena in scena compie azioni sempre più abbiette in modo sempre più inaspettato: a cosa si spingerà ora, viene da pensare.
Raggiungerà semplicemente quanto era stato già scritto, previsto. La sua morte è il giusto compimento della parabola, il pagamento di un debito, dopo aver regalato una seconda possibilità ad altri reietti, altri peccatori rimasti impuniti.


Bowman