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CATERINA VA IN CITTA'
(Ita 2003)
di P. Virzì con A. Teghil


La preadolescenza, età di crisi e di cambiamenti tanto fisici quanto psicologici, fa parlare di sé contemporaneamente due film usciti insieme nelle sale italiane nell'autunno 2003: Thirteen, di Catherine Hardwicke e Caterina va in città, di Paolo Virzì.
Virzì con leggera e delicata ironia, fa rituffare indietro nel tempo allo spettatore adulto, proponendogli un visione comunque attuale degli adolescenti oggi così come attrae gli spettatori più giovani, partecipando con loro del mondo che essi vivono. Il regista esprime nel proprio film una visione conflittuale e allo stesso tempo romantica di questa età di passaggio, inserita nel più vasto quadro della contestazione di un certo tipo di Italia "adulta". Dall'osservazione del rapporto tra adulti e preadolescenti, il mondo degli adulti ne esce malamente: genitori assenti, coniugi infedeli, padri nevrotici schiacciati dalla routine e dalla frustrazione del veder morire i propri sogni adolescenziali. Anzi, la crisi peggiore è forse proprio quella degli adulti. Sergio Castellito, padre di Caterina, perde tutto, dal lavoro alla famiglia anche se forse da questa fuga trova poi la propria via di fuga dalla prigione di una realtà che sente come ingiusta. È la messa in scena della relazione inevitabile tra due mondi che faticano a comunicare.
Quella che Virzì esamina è soprattutto un'adolescenza al femminile. Fra la sofisticazione intellettuale di Margherita, l'amica di ideali di sinistra pronta a contestare tutto e tutti, e la ricerca di piaceri con accelerazione temporale di Daniela, vince la semplicità e la purezza d'animo di Caterina. In lei sopravvive la speranza della possibilità di freschezza dell'età adolescenziale e di riscatto rispetto ai giochi di potere che sembrano assegnare a priori i posti di ciascuno all'interno della società. Se per tutto il film spicca il contrasto tra chi ha ricevuto tutto dalla vita, per cui già a tredici anni non sa più cosa fare per divertirsi e anzi divertimento diventa uguale al forse oggi obsoleto "bruciare le tappe" (Daniela), e chi vive in modo più umile, lontano dal lusso, ma anche lontano dalla vita (papà di Caterina), il finale presenta una possibilità di realizzazione morale con l'ingresso di Caterina al conservatorio, materializzazione dei suoi sogni e dunque speranza per un futuro di soddisfazione.
Alice Teghil è una Caterina dolce e tenera. Contesa a scuola tra i due gruppi di coetanee, ciascuno a modo suo interessato alla forma di apparenza, Caterina vince su tutte grazie alla sua semplicità e spontaneità, che diventa un inno all'anticonformismo.
Fa piacere che al cinema, una volta tanto, non si scada nello stereotipo dell'assunzione di droghe e di violenza del branco quali forme di sguardo privilegiate nel racconto del mondo giovanile. W Caterina!

La trama

L'avventura nella Capitale della famiglia Iacovoni: Giancarlo è un insegnante di ragioneria animato da propositi di riscossa, che tra le pareti domestiche soffoca di complessi la moglie provinciale Agata e spinge la figlia Caterina a farsi avanti tra le amiche della classe che hanno alle spalle una famiglia rilevante. La ragazzina, col suo spaesamento ed il suo candore, diviene oggetto di contesa e di rivalità tra Margherita e Daniela, la prima figlia di una scrittrice e di un noto intellettuale, la seconda rampolla di un importante esponente dell'attuale governo.

Caterina va in città

Se dovessimo limitarci ad analizzare i personaggi di "Caterina va in città", l'ultimo film di Paolo Virzì, ci troveremmo dinnanzi ad una galleria di maschere che ben rappresentano il buono (poco) ed il cattivo (molto) della società italiana di oggi, ma anche di ieri e dell'altro ieri. Tutti personaggi ben disegnati e caratterizzati con cura ed arguzia, sbozzati in poliedriche sfaccettature e che compiono un percorso che nell'arco del film li condurrà ad una presa di coscienza, ora gravemente dolorosa, ora di impatto più lieve e meno amaro. Peraltro, il regista toscano è solito stregarci con la forza dei personaggi dei suoi film e nella costruzione e descrizione degli stessi ha sempre dimostrato le caratteristiche migliori.
Anche "Caterina va in città" è abitato da una sfilata di personaggi che conquistano l'attenzione dello spettatore: dal padre di Caterina (Sergio Castellitto) professore di ragioneria, insoddisfatto del proprio lavoro e con ambizioni letterarie, alla madre di Caterina (Margherita Buy) incapace di distinguere la realtà dalla finzione, afflitta da un'abulia latente, alla stessa Caterina (Alice Teghil) ingenua, sprovveduta, vittima sempre sorridente. Accanto a loro, più limitati ma non meno importanti, vorticano una scolaresca di terza media equamente divisa tra fasci e compagni; una ricca famiglia di intellettuali di sinistra, sconclusionati ed inconcludenti, incapaci di educare i propri figli, troppo impegnati ad impegnarsi; una ricca famiglia di destra, con tanto di padre sottosegretario con un passato fascista ed un futuro di forzato della democrazia, incapaci, anch'essi, di educare decentemente la propria prole, troppo impegnati a disimpegnarsi; un ragazzo australiano che spia Caterina dalla finestra di fronte, una zia malata e gli immancabili rozzi parenti di provincia. Il tutto raccontato dalla voce narrante della piccola Caterina.
Quanti ne abbiamo visti di questi film? Tanti, tantissimi, troppi. E non bisogna andar lontano perché basta rimanere nell'ambito della precedente produzione di Virzì per ritrovare l'ottuso intellettuale di sinistra, il rozzo ed ignorante qualunquista di destra, la casalinga insoddisfatta, l'adolescente che matura grazie alle dure prove della vita. Basta andarsi a rivedere "Ovosodo", ma anche di "Ferie d'Agosto" o l'ultimo - certamente più divertente - "My name is Tanino". Insomma, abbiamo capito che c'è del male nella destra, e lo sapevamo, ma c'è del male anche nella sinistra, non c'è bisogno di ricordarcelo ad ogni piè sospinto. Così come è ormai evidente che sia che sei nato in un quartiere di Livorno, o in un paesino della Sicilia, o vivi in una grande metropoli come Roma, la via della maturazione che da bambino conduce a diventare un adolescente fino a divenire un adulto è irta di delusioni cocenti e scottanti ritorni alla realtà.
Francamente, non c'era bisogno di quest'altro film per ribadire concetti già affermati. Film, dal quale, chissà perché, ci aspettavamo qualcosa di diverso. Mi dispiace dover trarre questo giudizio negativo perché Virzì è un autore che amo e che, spero di continuare ad amare: l'unico vero continuatore del genere della cosiddetta commedia all'italiana. C'è bisogno, però, di un colpo d'ali che "Caterina" sembra non avere pur rimanendo un'opera comunque di un certo valore, impreziosita com'è da un cast di altissimo livello, tutto italiano. Oltre ai bravissimi Castellitto e Buy, infatti, è giusto ricordare anche Flavio Bucci e Caludio Amendola, autori di due pregevoli caratterizzazioni.
Tra le altre, segnaliamo le amichevole comparsate di Michele Placido, Maurizio Costanzo e Roberto Benigni in versione girotondista.


Morgana