visioni:recensioni A-Z / SHORTCUTS / DIRECTORS / YEARS

LE CANAGLIE DORMONO IN PACE
(Jap 1960)
di A. Kurosawa con T. Mifune

Akira Kurosawa girò Le canaglie dormono in pace (Warui yatsu hodo yoku nemuru) nel mezzo di una profonda immersione nella tradizione giapponese, mediata da caratteri occidentali. La rilettura del Macbeth ne Il trono di sangue (Kumonosu-jō 1957), lasciò infatti spazio al Gorkij de I bassifondi (Donzoko, 1957), drammatico tableaux vivant di esseri umani al capolinea interiore della propria vita. I bassifondi del regista giapponese sono un luogo in cui l’anima è bandita e l’umanità liberata da costrizioni e conformismi può agire in tutta la sua bassezza (come se l’ultima scena della Viridiana di Bunuel non rappresentasse il culmine d’una situazione reale e insostenibile, quanto piuttosto una normalità assoluta e indiscutibile).
La fortezza nascosta (Kakushi toride no san-akunin, 1958), ancora una volta in costume, concentra queste sensazioni nelle due figure minori, abbietti e avidi contadini, poveri di spirito quanto di coraggio, sempre pronti a vendersi al miglior offerente (assurdo e d’altra parte chiarificatore di un metodo più che di un’attitudine come Lucas per Guerre Stellari decida per la trasposizione del film di trasformare le due figure meno attraenti e più reali del racconto in due simpatici, quanto stupidi robot/mascotte).
Protagonista assoluto di entrambe le pellicole Toshiro Mifune, prima diseredato e in vendita, poi generale irreprensibile e preoccupato delle sorti della “sua” principessa, ultima erede della casata per cui si battè per anni.
Alla violenza dei tempi s’affianca un linguaggio d’azione e d’onore, valido soprattutto per gli eroi, non certo per il popolo. Lo ritroveremo sullo sfondo di La sfida del samurai (Yoijmbo, 1961) e Sanjuro (Tsubaki Sanjūrō, 1962), film da cui Leone trarrà spunto per la sua trilogia del dollaro, dove è ancora Mifune a incarnare un eroe disilluso che si batte tanto per arricchirsi quanto per liberare gli oppressi, consapevole che il suo essere samurai in modo così atipico non sarà altro che una goccia di giustizia in un mare di soprusi. Addirittura nel secondo episodio ogni uccisione costa dolore al protagonista, che si ritrova costretto ad usare la propria arma più per riparare alla stupidità altrui che per propria necessità (il giovane clan a cui inspiegabilmente s’associa è un crogiolo di stupidità, cieco orgoglio e opportunismo tipico delle masse, già descritto nel suo stadio terminale ne I Bassifondi).
Ne Le canaglie dormono in pace si ricompongono i due principali universi di senso del cinema di Kurosawa: la rilettura nella cultura giapponese di testi universalmente noti ed acclamati in Occidente e la tensione tipica del cinema d’avventura, pretesto per figure ieratiche e solitarie capaci d’imporsi su mondi in rovina, sempre interpretate con bravura e dedizione da Mifune. Il film fu il primo prodotto in modo indipendente dal regista e non fu certo un successo di pubblico.
La messa alla berlina della società contemporanea giapponese, svelata attraverso i continui giochi di corruzione e la distruzione dell’individuo a vantaggio delle corporation , s’innesta su una trama che ricorda nitidamente l’Amleto di Shakespeare. Kurosawa ne parlò come un adattamento non ufficiale ed in effetti oltre ai molti punti in comune (su tutti il ruolo dell’amico del protagonista, riconducibile in modo piuttosto ovvio alla figura di Orazio), le differenze anche narrative tra le due Opere sono evidenti.
In particolare il regista declina il racconto come se si trattasse di una storia d’amore e vendetta interpretata da un samurai impegnato in una missione suicida.

Koichi Nishi sposa la figlia di un ricco uomo d’affari, ma sin dal matrimonio la morte aleggia sulla coppia. I giornalisti presenti al banchetto raccontano tutto quello che non potevamo sapere, gettandoci immediatamente in un clima (legittimo) di caccia alle streghe. Oltre alla crisi che colpisce società e governo, potenti e politici, l’atmosfera è appesantita dal comparire di una torta con la forma della sede centrale dell’azienda e un fiore nero ad una finestra.
Un silenzio sbigottito attraversa la sala. La piramide è stata intaccata.
La vera strategia di Nishi è imprevedibile per chi gli sta a fianco: figlio di un impiegato dell’azienda costretto al suicidio dai suoi superiori per coprire una falla amministrativa che avrebbe rivelato l’imperante corruzione del sistema giapponese, decide di sostituirsi ad un altro dipendente e da lì inizia la sua scalata.
La doppia vita di Nishi lo costringe a preoccupanti cambi di personalità. Servile segretario personale di suo suocero e al contempo marito dolce, ma mai passionale (le sue azioni non glielo permetterebbero) ed infine cospiratore, ladro, sequestratore. La stessa doppiezza per arrivare ad uno scopo che contraddistinguerà La sfida del Samurai e Sanjuro, percepibile anche nel comportamento di poche parole e teso a non rivelare del generale Rokurota Makabe ne La fortezza nascosta. Nishi vuole il crollo della corporation, desidera che i vassalli smettano di comportarsi come schiavi e insorgano. Al confronto la lotta impari di Sanjuro con decine di nemici appare una vittoria certa: la contemporaneità priva il protagonista di Kurosawa non tanto dell’eroismo, quanto delle effettive possibilità di riuscita.
Per questo ho accennato ad una missione suicida: ne Le canaglie dormono in pace balena in ben poche occasioni la possibilità di un successo finale, la tranquillità del cattivo di turno non è praticamente mai intaccata.
Questa disillusione, la stessa che fu materia prima di una piece acida e corrosiva come I bassifondi, non fa altro che confermare la totale sfiducia del regista nella società che ha attorno, la lacerante impossibilità di un cambiamento necessario è palpabile.
Il motore di Nishi è la disperazione, non la necessità di sovvertire un ordine. Si compromette a tal punto da lasciare terra bruciata attorno a sé, arrivando a desiderare un processo piuttosto che il gran finale sognato da anni pur di far apparire la verità in superficie.
Quando sembra aver tutto contro, sua moglie gli si scopre amica. Ne capisce le ragioni, ma è troppo debole, soggiogata dalla figura del padre in cui crede, nonostante tutto. Errore fatale, il signor Iwabuchi (lo shakesperiano Claudio?) è un essere senza sentimenti, schiavo lui stesso del potere e della corporation che amministra. Ordina uccisioni e manovre oscure mentre coccola la figlia davanti al caminetto di casa: la doppiezza di Nishi non è altro che una disfunzione di un modus operandi estremamente diffuso. La differenza netta risiede nella chiarezza delle sue azioni e dei suoi ideali (per quanto mossi più dalla vendetta che da un’effettiva ricerca della giustizia) in aperto contrasto con lo status quo che gli impone la sua figura aziendale e familiare, il suo ruolo ingessato e predefinito di buon marito e impiegato.
Per una volta nel cinema di Kurosawa non sono le azioni di un eroe a modificare la realtà. La realtà, la realtà percepita,  rimane inattaccabile. E’ quella delle conferenze stampa di Iwabuchi e dei giornali asserviti al sistema, la museruola mediatica che politici e potenti hanno imparato a usare con dovizia di particolari sin dalla comparsa della parola stampata.
E’ poco dopo, nell’ufficio privato del boss, che si consuma l’ormai inaspettata vendetta (personale) di Nishi, nonostante quest’ultimo sia defunto ormai da qualche giorno, ucciso e caricato su una macchina pronta ad incocciare un treno.
I figli di Iwabuchi venuti a conoscenza della vera personalità del padre ed ovviamente sconvolti decidono di abbandonarlo: lo lasciano mentre squilla il telefono, un attimo dopo aver assistito al mucchio di fandonie raccontate al solito gruppone di sconsolati giornalisti. Un commosso elogio funebre, in cui il carnefice si nasconde con abilità.
Il padre non prova a fermare i propri figli con decisione. Piuttosto s’avvicina al ricevitore. Avvertito chi si trova dall’altra parte ha un guizzo, si riassetta in un istante e riacquista la consueta postura. Non sentiamo alcuna voce, vediamo solo un capo che si china, ripetutamente.

Kurosawa punta il suo obbiettivo su una società disgregata, asservita al potere più che impaurita dallo stesso. La giacca e la cravatta hanno preso il posto delle armature, il lavoro sporco è sempre più necessario ai potenti e sempre più lontano da loro, sebbene Iwabuchi dimostri una discreta passione per l’azione.
Il sistema feudale e la sua organizzazione si sono mutuati in totale servilismo, non solo a livello aziendale, ma endemico, capace di attraversare l’intera realtà giapponese (mondiale). Le stesse parole chiave che animano le drammatiche trame delle trasposizioni in costume di Kurosawa (tradimento, fedeltà, onore) si sono evolute in termini vuoti, senza significato in una realtà in cui ogni cosa ha un prezzo anche se non ha valore.

Bowman