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visioni:recensioni A-Z / SHORTCUTS / DIRECTORS / YEARS
BULLITT
(USA 1968)
di P. Yates con S. McQueen
Bullitt è un film voluto ed imposto da Steve McQueen
alla casa di produzione: non si spiegherebbe in altro modo la decisione
di investire in un prodotto di questo tipo da parte di una delle
più importanti major dello show business hollywoodiano.
Solo il suo carisma di attore e la sicurezza che poteva vantare
al box office permise la realizzazione di un progetto lontano dagli
stereotipi del cinema commerciale americano e in ogni caso distante
dalle interpretazioni di McQueen sino a quel momento.
Il 1968 fu per lui un anno di svolta, il primo in cui decise consapevolmente
che il mestiere d'attore gli piacesse meno di quello di vivere:
s'approcciò differentemente al lavoro ed iniziò a
dedicare la sua vita fuori dal set oltre che al culto della velocità
alle tre divinità più in voga nel periodo (sesso,
droga e rock n roll... la cui ovvia conseguenza fu iniziare una
fruttuosa collaborazione con Sam Peckinpah).
Cinque anni prima il successo internazionale de La grande fuga di
John Sturges consacrò la sua fama a livello mondiale, dopo
le prove di valore che l'avevano rivelato ne I magnifici sette (1960,
ancora con Sturges in regia) e nel successo tutto a stelle e strisce
di un b-movie divenuto cult come Blob-il fluido che uccide (1958).
La carriera di McQueen si evolve sino a questo momento su ruoli
che lo vedono divenire giocatore d'azzardo (Cincinnati Kid di Norman
Jewison, 1965), marinaio coraggioso (nel 1966 Quelli della San Pablo
di Robert Wise, che lo diresse anche nell'esordio di Lassù
qualcuno mi ama dieci anni prima), vendicatore nel selvaggio west
(Nevada Smith di Harry Hathaway, 1966) ed infine splendido gentleman
coinvolto in una rapina ai danni di sé stesso (Il caso Thomas
Crown, diretto ancora da Jewison nel 1968, al fianco di una sconvolgente
Faye Dunaway).
In Bullitt il personaggio che interpreta e che da il nome al film
è un tenente della polizia di S. Francisco al centro di un
intrigo che vede coinvolte una non ben determinata organizzazione
mafiosa che tenta d'impedire la testimonianza di un suo ex collaboratore
ad un processo di rilevante importanza nazionale.
Tratta da Mute Witness di Robert L. Pike e diretto da Peter Yates,
la pellicola è completamente ricalcata sui modi e i comportamenti
cinematografici di McQueen: interprete di uomini silenziosi, votati
all'azione senza compromessi ed incapaci di rispondere alle domande
se non per mezzo di smorfie e sguardi.
Bullitt è tutto giocato sul paradosso che il suo protagonista
assoluto abbia un numero di battute irrilevante ed ascolti (come
gli spettatori) il racconto di quanto sta accadendo dalla voce altrui:
le sue parole sono poche e colpiscono nel segno, il più delle
volte in ogni caso appaiono come ordini perentori e non come interrogazioni.
Non manca la gentilezza nei modi del tenente, ma la sua attitudine
a far di testa propria è lampante.
In questo risulta impossibile non riconoscere McQueen, i suoi modi
schietti e le sue azioni senza possibilità di replica (modifiche
al copione in presa diretta comprese, come ricordano numerosi colleghi
a cui venivano cedute improvvisamente pagine e pagine di battute).
Bullitt vive di questi silenzi enfatizzati dalla regia di Yates
che ribadisce l'impenetrabilità del soggetto con l'inserimento
di scene in cui l'audio è volutamente escluso o sostituito
da interi segmenti composti da conversazioni slegate dall'evoluzione
del film (le lunghe sequenze in ospedale ne sono un perfetto esempio).
La presentazione di un protagonista relativamente lontano dall'azione,
ma legato ad essa è amplificata dall'uso di ambienti chiusi
in cui la figura di McQueen appare costretta, ingabbiata.
Quando dopo un'ora composta d'indagini, discussioni e corsie d'ospedale
(oltre che la presunta morte di un testimone chiave) Bullitt esce
in auto a S. Francisco introdotto brevemente da un funky metropolitano,
il segnale è netto.
La lunga preparazione è servita per introdurre la vera chiave
emotiva e stilistica della pellicola, un inseguimento mozzafiato
(rivoluzionario per il cinema americano del periodo che prevedeva
come unica soluzione spettacolare una sequela d'incidenti e nulla
più) tra l'auto del poliziotto e quella dei killer che si
trasformeranno dopo pochi minuti da cacciatori in prede.
I saliscendi di S. Francisco sono perfetti per aumentare il pathos
di una corsa a due per le strade della città in cui l'unico
accompagnamento è costituito dallo stridere delle gomme e
dall'andamento del motore.
Nessuna parola, solo le auto (e il volto di McQueen) hanno la facoltà
di esprimersi.
Yates conferma quanto mostrato in precedenza scegliendo ancora una
volta di evitare inutili dialoghi concentrandosi sulle forza delle
immagini e sul montaggio curato da Frank P. Keller, premiato lo
stesso anno con l'Oscar proprio per l'eccezionalità del lavoro
svolto.
Il racconto passa in secondo piano, come era chiaro da una sceneggiatura
sommaria più volte rifiutata dal co-protagonista Robert Vaughn,
convinto solo dal raddoppio dell'offerta economica da parte della
casa di produzione (anche in questo caso sotto imposizione di McQueen).
Bullitt prima della sua laconica conclusione lascia spazio ad un
dovuto distacco dalla violenza metropolitana (tutto nelle parole
di Jacqueline Bisset, compagna del protagonista) per poi abbandonarsi
ad un'altra sequenza eccellente, un inseguimento (questa volta a
piedi) sulla pista di decollo dell'aereoporto di S. Francisco, illuminato
da luci di posizione e coperto dal rombo dei motori dei velivoli
in partenza.
Come termini il film di Yates non conta.
Negli occhi degli spettatori rimarrà per sempre la figura
indomita e consacrata all'azione di McQueen (inscindibile da quella
di Bullitt), fissata in un'infinita corsa a perdifiato, con le armi
in pugno nel cuore della notte.
Bowman
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