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BELLISSIMA
(Ita 1951)
di L. Visconti con A. Magnani

Bellissima e la possibilità di leggere l'Italia a cinquant'anni di distanza, quando il sogno della celebrità cinematografica si è trasformato in sogno di pura celebrità, anche di durata istantanea: la crescita delle aspettative in una società modellata superficialmente sulle regole dello spettacolo.
L'importanza di apparire ed essere raccomandati, tramite piccoli regali ai dignitari di corte di ogni nuovo feudatario, si possono considerare vizi che apparivano già in germi, considerabili necessariamente in modo secondario rispetto ai bisogni quotidiani: più della fama insomma potè la fame.
Bellissima è il concorso indetto a Roma per trovare la piccola protagonista di un nuovo film: accorrono schiere di madri, vestite il più elegantemente possibile, affiancate dalle loro figlie, con un luccichio negli occhi, un sogno da accarezzare.
Sottolineo: madri, non solo donne. E' la maternità ad accomunarle, oltre che l'obiettivo da raggiungere:anche se il rispetto nei confronti dei loro figli sembra venire meno, dal loro punto di vista non è mai messo in discussione.
Rimangono nascoste dietro le quinte, pronte ad immolarsi, a raccontare buffe storie sui quartieri dove abitano, sulle raccomandazioni altrui, sui fanatismi di cui non sono vittime.
Questi ritratti più o meno snaturati di madre, rimandano ad un'epoca in cui l'età era un fatto che non si poteva nascondere od occultare, era un semplice dato, soprattutto nei ceti più popolari.
Il valore del matrimonio e la sua integrità, nonostante i litigi (le botte...) e le incomprensioni: nonostante (soprattutto) l'intromissione quotidiana di tutto il condominio nella tua vita.
In una realtà disastrata, dopo la seconda guerra mondiale, in cui l'Italia stentava a ripartire e in una città martoriata Visconti crea un paesaggio cinematografico perfettamente calibrato tra dramma e commedia, miracolosamente sospeso tra battute dialettali e l'uso appena sopra le righe del romanesco, in cui le figure di contorno diventano attimo dopo attimo primattori (l'attempata ex attrice napoletana, la leggiadra insegnante di danza, milanese come l'aiuto produttore cialtrone interpretato da Walter Chiari).
Una leggerezza ammiccante, che nasconde quanto può condizioni di vita insostenibili e speranze mal riposte nel futuro: Anna Magnani la rappresenta al meglio, in ogni suo gesto o sguardo.
Come non amarla mentre si dispera, si arrabatta, lotta per regalare un futuro migliore e sugli schermi di tutta Italia alla sua piccola inconsapevole creatura (piuttosto capricciosa, ma a cinque anni la si può scusare): come non provare un sussulto di pietà per ogni umilazione, per ogni passo falso che compie.
La perdita di dignità della madre di fronte ad una figlia, data la tenera età, ancora incapace d'intendere e di volere, incapace di recitare ed anche di mantenersi in silenzio.
La costrizione negli occhi della piccola Maria, mentre prova dei movimenti di danza alla sbarra, aumenta sino all'esaurimento nervoso sul set, in cui scoppia in lacrime in quello che doveva essere il suo momento di gloria.
Anna Magnani, donna e madre, porta sullo schermo una sensualità fiera, pura.
La sua interpretazione magistrale, il suo oscillare tra sorriso e pianto, felicità e rabbia, trascina con sé lo spettatore, lo accompagna alla scoperta dei sentimenti di rivalsa e affermazione sociale (derivata ovviamente da quella monetaria) che covavano nell'Italia del dopoguerra e che sarebbero giunti al loro primo culmine con il boom economico dei primi anni Sessanta.
Una Magnani anch'essa a metà strada, tra la giovane donna innamorata, gettata nella disperazione dai tedeschi in Roma città aperta di Rossellini, alla prostituta in cerca di redenzione, per sé stessa e per suo figlio,di Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini: tra due sogni impossibili, spezzati dalla realtà, quello di Bellissima è l'unico che sembra sopravvivere.
Un sogno non di celebrità o di ricchezza, ma di dignità: quella che si riscopre nelle sofferta conclusione dell'opera, con la riaffermazione del valore della vita di una bambina, resa schiava della volontà cieca della madre e dalla convinzione dei produttori cinematografici, prettamente industriale, che tutto si possa comprare o cancellare, anche il dolore altrui.

Bowman