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IL BANDITO DELLE 11 - PIERROT LE FOU
(Fra Ita 1965)
di J.L. Godard con J.P. Belmondo A. Karina

Godard amava quei libretti da cui prendeva spunto per spudorate invenzioni narrative perchè credeva fossero il vero substrato emozionale della società contemporanea e riassumessero in poche pagine le pulsioni e gli stati confusionali di un’intera umanità alimentata da pubblicità e sogni di cocktail alla moda.
Scegliendo come testo di riferimento Obsession di Lionel White il regista francese volle esser sicuro di poter controllare completamente la messa in scena imponendo due volti, ancor più che due attori: Jean Paul Belmondo e Anna Karina, capaci di rispondere ad ogni assalto della macchina da presa improvvisando con naturalezza. L’inizio vorticoso, l’atmosfera da party svilita in camminate circolari, discorsi nonsense e una dichiarazione di Samuel Fuller in persona che dà una spiegazione (e allo stesso tempo l’antitesi) di quanto vedremo irretiscono tanto lo spettatore quanto un Belmondo vagamente annoiato, alla disperata ricerca di nuova linfa vitale.
La follia (Pierrot Le Fou è il titolo originale) divampa dall’incontro con l’antica amante “travestita” da cugina del fratello: si scoprirà innamorata anche di quest’ultimo oltre che il centro di un colossale traffico d’armi per una non meglio definita lotta rivoluzionaria in terra d’Africa. Come fucili, pistole, mitragliette e morti in serie entrino nel film non è dato sapersi, tutto appare conseguenza illogica delle azioni dei due protagonisti: Godard ci mette del suo, dirigendo come un alieno capitato sul pianeta terra e interessato più alla cornice che al racconto. Il bandito delle ore 11 è una tappa fondamentale nella sua crescita e nella precisa volontà di mostrare un’autentica coscienza politica e sociale: l’atto d’accusa nel 1965 è ancora per immagini, dissacrante in ogni suo aspetto e metafora intellettuale.
L’uso di opere d'arte contemporanea e antica (da Picasso a Velasquez) come elementi chiave all’interno del montaggio, gli improvvisi stravolgimenti musical, l'uso eplosivo dei colori primari, la distruzione oggettiva e ironica delle guerre imperialiste in Algeria e Vietnam e soprattutto l’assenza di una vera e propria sceneggiatura, sostituita da continue improvvisazioni sul soggetto rendono il film un concentrato delle anime che esploderanno nel 1968.
La carica iconoclasta del regista francese non si arresterà a Il bandito delle 11, crescerà passando per La Cinese sino ad esplodere in One Plus One e La gaia scienza, punti di non ritorno della sua produzione negli anni Sessanta. Se lo sviluppo narrativo è ridotto ai minimi termini, non lo è il talento iconico del suo autore nel giocare con lo spettatore sino a conquistarlo tra leggerezza (e leggerezze…) e affondi antiborghesi, elevando Jean Paul Belmondo ad una posizione d’intoccabilità a cui nemmeno Laszlo Kovacs poteva ambire. In completa balia degli eventi il protagonista Ferdinand Griffon diviene prima fuggitivo, poi eremita, infine guerrigliero e killer, il tutto per amore. Lo stesso che accelera la sua continua trasformazione in Pierrot (…le Fou!) e lo porta a suicidarsi, dipingendosi il volto di blu e arrotolandosi attorno alla testa due rotoli di dinamite (uno giallo, l’altro rosso…) che gli impediranno poi di spegnere la miccia quando, in modo molto umano, al cospetto della morte cambierà inevitabilmente idea lasciando lo spettatore solo, al cospetto dell'infinito (?) ...

Bowman