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ANGELI PERDUTI
(HK 1995)
di W. K. Wai con L. Lai M. Reis T. Kaneshiro


Immagini rallentate dal fumo, seguono basi trip hop che sgusciano dal sottosuolo della città. Le luci di Hong Kong si mischiano così ai volti dei protagonisti, all'insana realtà che unisce le loro vite, indefinite e sfocate, ma al contempo indissolubilmente legate.
Wong Kar Wai in Angeli Perduti mischia il fascino delle storie pulp (di cui è intriso il cinema di Hong Kong) a sentimenti tragici, sempre pronti a sconfinare in una tristezza assoluta e patetica.
Il film vive degli intrecci tra Killer (Leon Lai, un assassino giovane, violento e senza morale che si definisce un pigro esecutore), Agent (il suo agente, la splendida Michelle Reis, innamorata di lui) e He (Takeshi Kaneshiro, un ragazzo muto la cui concezione di lavoro è quantomeno singolare): la trama si sviluppa attraverso le narrazioni in prima persona dei tre protagonisti, che finiscono per rivelare i propri dilemmi personali e i segreti più intimi.
Tre confessioni di differente tenore sottolineate dall'occhio allucinato della telecamera, che insiste nell'utilizzo di grand'angoli e di prospettive inusitate. Riprese al rallentatore percettivamente viziate dagli abusi di alcool e fumo contraddistinguono la visione notturna della città, una gigantesca bolgia al neon.
Wong Kar Wai esalta la periferia urbana dismessa di Hong Kong, i suoi tunnel e riflessi elettrici nelle pozzanghere… mette in rilievo dolcemente i drammi personali cogliendo il blu delle sempre presenti volute di fumo, gli occhi stanchi e segnati dal pianto di Agent.
L'azione è concentrata in poche esplosive sequenze in cui il sangue non risparmia le telecamera, protagonista assoluta delle scene in cui Killer mostra la sua bravura come spietato assassino.
Fanno da contrappunto sezioni lunghe ed insistite (come la masturbazione in lacrime di Agent, completamente vestita in pelle) in cui la vera regina è l'infelicità, la costrizione all'angoscia e agli obblighi di una vita scelta quasi senza volerlo.
Wong Kar Wai utilizza media e registri differenti per definire la narrazione, arrivando a sovvertire le regole di ripresa regalando ad He l'uso di una camera amatoriale: il risultato visivo che ne risulta è pura anarchia.
Le immagini assumono significato solo per il protagonista, lo spettatore si vede così costretto ad immedesimarsi nel punto di vista del narratore anche percettivamente, entrando in contatto con un'ottica deformata e distorta.
Il regista rende se possibile più dolorosa l'ascesa verso l'irraggiungibile felicità dei suoi protagonisti: Angeli Perduti è centrato sulla consapevolezza della difficoltà di migliorare la propria vita, sull'incapacità di comprendere anche idealmente la propria collocazione in un sistema che oppone resistenza alle singole volontà.
Angeli Perduti è molto affascinante esteticamente, coniuga una meravigliosa fotografia ad un montaggio serrato (quasi da videoclip) che tramuta Hong Kong in un cupo incubo postmoderno.
L'estremizzazione dei caratteri dei protagonisti e di conseguenza delle riprese sospende il film in un mondo onirico in cui la realtà non è mai completamente comprensibile: l'unica certezza che rimane è il dolore, esplicitato attraverso i percorsi interiori di Killer, Agent ed He. La durezza della realtà offerta attraverso l'allucinazione.


Bowman