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L'ALBERO DEGLI ZOCCOLI
(Ita 1978)
di E. Olmi


Per pochi anni si tratta ancora del 1800.
Il nuovo secolo è alle porte, ma non si manifesterà sino alle due grandi guerre.
I suoi effetti su ogni strato sociale invece si faranno sentire solo a partire dal secondo dopoguerra, per affermarsi definitivamente alla fine degli anni '60, proprio nel momento di massimo contrasto ideologico e filosofico...
La realtà dei fatti sembra ininfluente nell'essere senza tempo del film di Olmi. Una pellicola che mostra il succedersi delle stagioni, lo scorrere della vita nelle campagne bergamasche nel 1897 senza intervenire, limitandosi ad osservare.
L'autunno si traduce in raccolto, l'inverno nell'uccisione del maiale e nelle prime semine, la primavera nelle feste di campagna e nello sbocciare dei primi amori, l'estate nella maturità avvenuta dei sentimenti e delle messi.
Una serie di scadenze fisse, comandate come la messa della domenica mattina e i racconti notturni attorno al fuoco, i rapporti obbligati tra diverse famiglie di contadini che conducono un'esistenza a stretto contatto nella medesima cascina, assogettate allo stesso padrone, lontano e comunque presente.
Olmi scelse di dirigere L'albero degli zoccoli utilizzando attori non professionisti, mettendo in primo piano la loro naturalezza, unendo l'ovvio imbarazzo provocato dalla recitazione con la schiettezza del dialetto bergamasco.
Il contatto diretto con la natura favoriva un senso religioso profondo, inscalfibile.
Credere, sopra ogni cosa. Questo il comandamento più importante, l'unico che permetteva di sopportare disgrazie ed ingiustizie, sperando nella bontà divina e nel manifestarsi dei miracoli, non solo racconto evangelico ma realtà tangibile nella vita quotidiana.
La scienza non era ancora apparsa, Dio non era messo in discussione: era parte della vita, se non la vita stessa.
Olmi gioca con la nostra percezione "educata"dalla comunicazione di massa sottoponendola ad un racconto composto di inquadrature statiche, quadri naturalistici in cui la forza della luce è abbagliante e i movimenti dei personaggi obbligati, come se percorressero una strada già battuta, conosciuta attraverso i racconti dei più anziani.
L'albero degli zoccoli rivela un rispetto perduto per la vita in tutti i suoi aspetti, la capacità di affrontare con dignità anche quelli più dolorosi e cinici con cui una piccola comunità deve confrontarsi. Lascia volutamente in disparte i contrasti sociali, i rapporti con il padrone (duro ed inflessibile nella sua unica apparizione) e con una sessualità immatura, fatta di scoperte notturne possibili solo con il matrimonio e mai in precedenza. Dimentica le violenze e gli odi, l'avidità e la cecità su cui si è eretta negli anni la realtà contadina, portandoci un ricordo lirico in pieno accordo con la dimensione cinematografica colma di pietà di Olmi.
Racconta di bambini che percorrono chilometri a piedi, nel fango, per andare a scuola e di uomini che considerano l'alba l'inizio della giornata, uguale alle precedente ed uguale alla prossima, sino al calar del sole.

Bowman