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A HISTORY OF VIOLENCE
(USA 2005)
di D. Cronenberg
Tom Stall (Viggo Mortensen) è l'ennesimo
americano medio, buon padre, buon lavoro, buoni amici, ottimi rapporti
con la comunità.
Una moglie (Maria Bello), due figli, un bar, con residenza nell'immutabile
midwest statunitense.
Lo script iniziale di A history of violence è l'esatto contrario
di un'ipotetica idea originale: il seguito dovrebbe essere la trasposizione
cinematografica di un fumetto (trasformata in sceneggiatura da John
Olson), ma il fatto di affidare la direzione del progetto a David
Cronenberg ribalta completamente ogni logica.
Il regista canadese si disinteressa della graphic novel di John
Wagner e Vince Locke trasfigurandola in un attacco politico e mediatico
alla violenza ritratta come elemento fondante della società
americana.
Ed anche in questo caso l'originalità è tutta da dimostrarsi
è piuttosto la cifra stilistica del suo autore a dimostrarsi
vincente.
A history of violence si innesta in un filone critico e corrosivo
nei confronti dell'immutata perfezione del sogno americano (
)
rivelandone i nervi scoperti, la rabbia repressa pronta ad esplodere
inaspettatamente.
E come sempre nella carriera di Cronenberg, questo avviene mettendo
in evidenza l'impossibilità di interpretare la realtà
perché questa scompare come d'incanto proprio di fronte agli
occhi dello spettatore.
Chi è Tom Stall?
Il padre e marito premuroso delle prime inquadrature? Il barista
eroico che uccide con perfezione da killer i rapinatori che stavano
per svaligiare il suo locale? L'uomo perfetto che i media dipingono
come esempio per l'America dopo la legittima e spietata difesa con
cui ha freddato i malviventi che lo minacciavano?
Oppure il vecchio complice di un gangster senza pietà (Ed
Harris), scomparso anni prima nel profondo nulla dell'accozzaglia
di regioni centrali degli Stati Uniti?
Cronenberg ci guida con mano esperta attraverso le improvvise esplosioni
di violenza che punteggiano la pellicola (rapide e iper-realistiche,
seppur bilanciate da frequenti contrappunti ironici, grazie alla
presenza del succitato Ed Harris e del redivivo William Hurt
),
ponendo ancora una volta la sua attenzione sulla mutazione di carattere
e identità del personaggio principale, pericolosamente imposta
da una società costruita sulla legge del più forte
e capace di elevare questa regola sino a ridefinirla come mito.
A history of violence indaga il propagarsi inarrestabile della violenza,
la sua accettazione muta e implacabile a partire dalle mura domestiche:
esemplari ed esplicativi i due rapporti sessuali tra Tom e la moglie,
bilanciamento simmetrico della pellicola rispetto al punto di non
ritorno della sparatoria nel locale di famiglia.
Ed ancora l'evoluzione quasi vertiginosa delle minacce e le risposte
colpo su colpo di un uomo esasperato e sin troppo perfetto nell'esecuzione
dei propri intenti, in cui riaffiorano i ricordi di un passato dimenticato
(sia personale che collettivo
), ma impossibile da cancellare,
inscritto a forza nel DNA di una nazione.
Il ritorno di Cronenberg negli Stati Uniti, ventidue anni dopo La
zona morta è l'occasione per un nuovo atto politico senza
possibilità di replica, risoluto e determinato quanto le
azioni di un americano (un uomo) qualunque, perennemente condannato
a reagire alla violenza della società a cui appartiene.
"Volevo solo capire da dove nascesse questa violenza,
cosa significasse per queste persone e dove avessero imparato ad
essere così violente.
E capii che non era arte, non era piacere, ma lavoro.
Era funzionale per arrivare all'obbietivo proposto, cosa che per
certi versi la rende ancor più disturbante.
Allo stesso tempo, se si accetta questo, allora si possono accettare
anche le conseguenze della violenza."
[David Cronenberg, intervistato alla Mostra del cinema di Venezia
nell'estate 2005 da Manlio Gomarasca]
Bowman
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