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visioni:recensioni A-Z / SHORTCUTS / DIRECTORS / YEARS
AGUIRRE, FURORE DI DIO
(D 1972)
di W. Herzog con K. Kinski
Werner Herzog e Klaus Kinski: una relazione umana al di là
del rapporto artistico, sfociata spesso in violenti diverbi e litigi,
abbandoni del set e estenuanti alterchi. Ma soprattutto interpretazioni
magistrali che hanno permesso la sublimazione delle idee del regista
tedesco. Un rapporto indivisibile in quanto Kinski è unico
e massimo protagonista delle pellicole in cui recita, in grado di
coniugare l'eccellenza estetica e contenutistica di Herzog con interpretazioni
uniche.
Un dialogo che si interromperà per la morte dell'attore,
ma che lascia indelebili nella mente le differenti maschere indossate
per il suo miglior nemico (citando al rovescio il titolo di un documentario
sui due).
In Aguirre, Furore di Dio Kinski è un Riccardo III ispanico,
senza pietà e accecato dalla brama: Herzog lo cala nelle
foreste del Centro America e ne filma la delirante pazzia alla ricerca
di un sogno chiamato Eldorado.
Herzog finge di ispirarsi ad un resoconto del frate dominicano Gaspar
de Carvajal, relativo alla spedizione che lo accompagnava, nel tentativo
di conquistare terre e fedeli per la corona di Spagna, nei territori
andini nel 1560.
L'inquadratura d'apertura riprende una spedizione nelle montagne,
immersa nelle nebbie, in un luogo apparentemente vergine e dimenticato
da Dio: un gruppo di soldati ed un missionario viaggiano nella giungla
con il compito di evangelizzare gli indigeni e soprattutto di impadronirsi
delle loro terre, ricche ed inesplorate.
D'ora in poi Herzog prediligerà la camera a mano, con ritmi
piuttosto lenti e ipnotici affidati ad un montaggio essenziale e
a immagini mozzafiato, realizzate per mezzo dello splendido e incontaminato
paesaggio latino americano in cui la natura lussureggiante sembra
prevalere su ogni volontà umana.
La spedizione guidata da Don Pedro de Ursua vive di continui malumori
e litigi di cui si approfitterà il biondo Aguirre, luogotenente
e vero capo "morale" del gruppo di militari. La sua ossessione
per il potere lo porterà a detronizzare il comandante della
spedizione imponendone un altro (un soldato di nobile origine) che
non sarà null'altro che una marionetta nelle sue mani: Aguirre
stesso al contempo non si accorge di come la follia si stia impadronendo
di lui.
La scoperta del carattere di Aguirre avviene nella giungla, come
spietato aguzzino degli schiavi della spedizione: appare sin dall'inizio
un bagliore malato nei suoi occhi, attenuato solo dalle conversazioni
con la figlia, incautamente imbarcatasi in questa drammatica avventura
per il morboso attaccamento del padre nei suoi confronti.
L'affermazione delle volontà del protagonista avviene lentamente,
passo dopo passo il suo disegno diabolico troverà compimento
nell'unica direzione possibile: la morte.
Una volta deposto il reggente il manipolo s'imbarca via zattera
su un fiume alla ricerca del paese dell'oro inconsapevole dei rischi
che corre. La comprensione è soffocata dalla sete di ricchezza,
il pericolo portato dagli attacchi degli indios sottovalutato.
Kinski è incredibile nel dipingere il suo personaggio: riesce
a creare tensione con un solo sguardo, il suo corpo muta con il
passare del tempo, diviene se possibile sempre più contorto
e delirante.
Il suo piano è impossibile, il sogno di un folle.
Uno alla volta tutti i suoi sventurati compagni muoiono per mano
delle frecce degli indigeni; il nemico è invisibile come
lo sarà nella discesa sul fiume di Apocalypse,now (F.F. Coppola,
1978).
Una lotta contro un mitico essere inanimato, espressione di una
natura nemica di chi la vuole colonizzare e piegare ai propri interessi.
Un'ipotetico parallelo tra il Cuore di tenebra di Conrad e l'innata
malvagità dei personaggi shakesperiani (soprattutto Riccardo
III, come già accennato) sembrano comparire nella figura
di Aguirre.
Le ombre dell'onnipotenza nazista e il lato oscuro del superuomo
di Nietzsche appaiono nel monologo conclusivo che Kinski reciterà
tra i cadaveri, solo, sulla zattera completamente invasa da scimmie
tropicali giunte da chissà dove (maledizione biblica o simbolo
della cecità delle masse?).
Completamente pazzo vagheggierà di una futura dinastia pura,
che nascerà dalla sua unione con la figlia (che giace uccisa
da uno degli attacchi degli indios) in un impero dorato: Aguirre
urla i suoi propositi ad una delle piccole scimmie tenendola in
mano e attraverso di essa si rivolge al cielo (lui, il furore di
Dio), mentre cammina zoppo sul relitto ormai alla deriva, annientato
da sé stesso.
Il tocco finale di Herzog su quello che è giustamente considerato
uno dei suoi massimi capolavori, è un movimento di camera
che traccia una doppia ellisse intorno alla zattera cosparsa di
corpi senza vita al termine del monologo conclusivo di Kinski: uno
sguardo soprannaturale e compassionevole sulle disgrazie dell'animo
umano.
APPENDICE
Il tremendo fascino di Aguirre subirà
diverse mutazioni nell'opera di Herzog ed avrà sempre Kinski
come interlocutore privilegiato, simbolo dell'evoluzione cinematografica
del regista.
Kinski si tramuta letteralmente in Nosferatu (1978) tagliandosi
i capelli a zero, sfoggiando unghie lunghissime sulle mani affusolate
oltre ai dovuti denti da vampiro: i suoi movimenti sono ancora una
volta la chiave del film, insieme alle atmosfere gotiche che Herzog
costruisce letteralmente attorno alla presenza scenica del suo protagonista.
In Nosferatu compare per quanto possa sembrare assurdo una traccia
di umanità sul volto di Kinski. Il vampiro è triste
(una tristezza infinita) per il suo obbligo di vivere in eterno
senza amore, ma allo stesso tempo non può resistere alla
sua natura predatrice. Il film vive dell'interpretazione e dell'identificazione
dell'attore con il conte Dracula: una malvagità non umana,
sicuramente terrificante ma anche misurata dalla capacità
del regista di mantenere un interesse alto in un racconto conosciuto
ai più, utilizzando intelligenti elementi di raccordo (i
topi che invadono la città, l'immagine del pipistrello in
volo notturno, il pallore sempre più accentuato di Isabelle
Adjani dopo le visioni).
Una luce sull'animo umano compare in Fitzcarraldo (1981) dove Kinski
si trova ancora in Sudamerica, questa volta all'inizio del '900:
interpreta un irlandese (il vero nome è Fitzgerald, ma i
peruviani non riescono a pronunciarlo) che vuole inizialmente costruire
una ferrovia nella foresta, ma soprattutto trovare denaro per realizzare
il suo sogno nascosto, un teatro dell'opera nella giungla per ospitare
il grande tenore Caruso.
La follia appare ancora una volta in un biondo europeo colonizzatore,
ma questa volta in modo estremamente più dolce. Rispetto
specialmente ad Aguirre, il personaggio di Fitzcarraldo manca completamente
della componente violenta e malefica: quando si sfoga lo fa soprattutto
per frustrazione, per l'incapacità di raggiungere i suoi
obbiettivi.
Di certo non esita a impiegare senza alcuna morale gli indigeni
(che lo useranno a loro volta) e nemmeno a realizzare imprese apparentemente
impossibili come far passare una nave sopra una montagna (una sequenza
spettacolare e emozionante).
Herzog sembra trovare un'evoluzione della cieca sete di potere di
Aguirre combinandola con il lato intimista e romantico del Dracula
di Bram Stoker: il risultato è un europeo ossessionato dal
melodramma, ma dotato di un animo buono come dimostra ad esempio
la relazione con una splendida Claudia Cardinale, tenutaria di un
bordello in Brasile.
Anche i rapporti con i temuti indios sono di tutt'altro tenore rispetto
alla carneficina dell'esercito invisibile in Aguirre: gli indigeni
rimangono affascinati dalla nave bianca e dall'uomo bianco che li
conquista facendo risuonare i dischi di Caruso nella giungla.
L'ultima maschera di Kinski è quella del bandito brasiliano
Cobra Verde (1987), assunto da un latifondista per controllare il
mercato degli schiavi africani; dopo un'iniziale diffidenza riuscirà
a conquistare l'amicizia del popolo nero e la figura del protagonista
sembra integrarsi con le regole di vita primitive delle popolazioni
che incontra.
Il ritorno ad un personaggio violento e temuto, che non esiterà
a sfidare il re africano con un esercito di amazzoni (le scene dell'addestramento
sono eccezionali) pur di mantenere il suo compito, lascia apparire
un uomo solo e contro tutti: desolato nella sua estraneità
ai rapporti umani.
Un passo indietro rispetto al sogno melomane e umano di Fitzcarraldo,
piuttosto un riavvicinamento all'esperienza colonizzatrice di Aguirre,
privata in ogni caso dell'interesse personale: Cobra Verde esegue
degli ordini e lo fa solo per salvaguardare la propria indipendenza
e solitudine, l'incapacità d'amare.
Herzog sembra voler esaminare soprattutto i rapporti con la diversità,
con culture che non ci appartengono per nascita: lo scontro tra
occidente e Sudamerica, tra coloni e schiavi, tra la borghesia illuminata
e lo spettro dell'ignoto. In Kinski ha trovato un terminale ideale
per esaminare ed indagare l'animo umano nei rapporti con lo sconosciuto,
in una continua sfida a superare i propri limiti e a inseguire i
propri sogni (la ricchezza e il potere per Aguirre, la morte per
Nosferatu, l'affermazione della cultura sulla natura in Fitzcarraldo
e l'amore in senso lato in Cobra Verde).
L'ultima sequenza di Cobra Verde (probabilmente il meno riuscito
nel complesso tra i film citati) vede Kinski lottare con una barca,
tentando inutilmente di trascinarla in acqua per scappare dalla
colonia in rivolta: un ultimo emblematico tentativo di sfuggire
ad un destino di perenne insoddisfazione sempre presente nei ruoli
affidatigli da Herzog, dove solo l'inumano Nosferatu, morendo, raggiunge
la pace.
Bowman
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