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INLAND EMPIRE

(USA 2007)
di D. Lynch

La proiezione si apre sul buio, un’oscurità che diventerà fitta di personaggi, trame, intrecci tanto da rendere inscindibile l’oggi dal domani, il futuro e il passato del presente, la realtà dalla finzione e dalla sua ineffabile rappresentazione. David Lynch si muove su territori noti, intorno ai luoghi che hanno dato origine al suo cinema e che ne permeano ogni aspetto tanto da essere ormai un tutt’uno con il loro autore.
L’intorno, quanto accade dentro INLAND EMPIRE è Hollywood, Sunset Boulevard, film porno a basso costo, violenza, immigrazione, stelle del cinema, umiliazione, prostitute e senso di perdita.
Lo sviluppo narrativo viene annullato. Solo qualche indizio sembra ricomporsi con il passare dei minuti all’interno di un labirinto di corridoi e stanze buie, straniamenti spazio temporali e improvvisi quanto visionari cambi di registro.
L’uso del digitale ha aiutato Lynch ad allontanarsi dai canoni estetici che padroneggiava da anni per renderli più grezzi e reali, sconvolgenti nella loro purezza ed in grado di creare un ordine nuovo nel suo cinema sempre meno legato ad inutili obblighi di “racconto”.
Lo sviluppo di INLAND EMPIRE vive delle sensazioni e della percezioni Laura Dern, attrice e donna di classe (Nikki) che scivola all’inferno cimentandosi con l’interpretazione di Susan nel ruolo di protagonista di un film lungamente atteso (remake di un originale polacco, maledettamente mai terminato per la morte tragica dei due protagonisti).
La narrazione dei fatti svanisce minuto dopo minuto per lasciare spazio al “contesto”. Ed è proprio il contesto a divenire il film vero e proprio, in un processo di esplicitazione capace di trasformarlo in sentimento interiore, tanto da assurgere a protagonista della pellicola che normalmente contiene e a cui fa da sfondo. La Dern si muove all’interno di uno spazio indefinito, labirintico ed inespugnabile tra vita reale ed interpretata, vivificata e immaginata sotto forma di pensiero creativo o d’incubo, di stimolo visivo e immaginifico, flash forward e deja vu.

Seguo Laura Dern ovunque. La vedo distruggersi. Vedo cose incomprensibili, cerco un filo ma senza convinzione. Mi lascio trasportare tra prostitute e violenze, fisiche e psicologiche. In mezzo agli asini in giacca e cravatta. Non mi nascondo nelle pieghe del digitale piegato alla visione di Lynch. E' un incubo, ma è reale.
Nella dichiarata volontà di un regista che dirige lo stesso film dal 1977 la sua “visione” diviene tanto allucinata quanto razionale ed infine cinica. Circondati dalla spazzatura, come possiamo allontanarcene? E' dentro di noi, insieme ai sacrari e agli istinti primordiali. Se anche un incubo è stereotipato è proprio questo (forse) a colpire ancor più nel profondo oltre che la magia di una pellicola di tre ore in cui Laura Dern, il cinema e gli spettatori vivono di loro stessi più di qualsiasi narrazione.

Ed ancora ad agitarsi all’interno della visione prostitute che fanno la locomotiva e sguardi killer, cacciaviti e carni imputridite, tossici e leggende metropolitane, un film e un paesaggio interiore mutevole cosparso di figure, sogni, ossessioni che ghermiscono la Dern fino a lasciarla senza fiato. E’ ella stessa protagonista e spettatrice del suo mondo interiore simile a chi guarda (a chi si commuove per la finzione, chi viene virtualmente abbracciato, solleticato e allevato dai media) perché in balia di sé stessa, di immagini che nascono dentro di lei e si ritrovano su uno schermo mentale, uno specchio nero e senza via d’uscita.

Bowman