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28 GIORNI DOPO
(UK 2003)
di D. Boyle


Danny Boyle dopo l'offuscamento hollywodiano che lo ha portato alla realizzazione di un film nel complesso incerto come The Beach, girato sull'onda del successo di Piccoli omicidi tra amici e Trainspotting, torna ad una produzione indipendente e trova con 28 giorni dopo un modo piuttosto intelligente di omaggiare un genere ormai sepolto (i b-movies fantascientifici) e al contempo di rivitalizzare l'interesse per la sua produzione.
28 giorni dopo è innanzitutto zeppo di citazioni di film horror e fantascientifici (da l'invasione degli ultracorpi di siegel a la notte dei morti viventi di romero) e non poteva essere altrimenti: l'accettazione del soggetto proposto passa per la sua irrealtà e per l'adesione a canoni filmici che fanno ormai parte dell'immaginario collettivo.
Il film inizia con un gruppo di fanatici animalisti che liberano delle scimmie sottoposte a esperimenti (si legga pure tortura), incuranti della malattia che le affligge: una strano virus che si propaga in 20 secondi nel corpo umano trasformando gli infetti in rabbiosi pseudo-zombie.
28 giorni dopo entra in scena il nostro protagonista che si risveglia in un letto d'ospedale: Jim era in coma e non sa nulla (come d'altronde non lo sa chi guarda). Assistiamo partecipi al suo girovagare per le corsie d'ospedale (deserte) e soprattutto al lungo cammino per Londra, irrealmente e desolatamente vuota: immagini dalla incredibile forza comunicativa che portano un velo di tristezza che ci accompagnerà per tutto il film.
La razza umana è quasi estinta, alcuni sono fuggiti, molti altri sono infetti…
Boyle fa in modo che lo spettatore si ponga domande sul futuro del genere umano e ancor di più sul valore dei rapporti interpersonali e dell'amore, ma non lo fa pensare ai suoi protagonisti (a jim si sono aggiunta una ragazza di colore, un padre cinquantenne e la giovane figlia) preoccupati come sono della loro sopravvivenza: uno stato di continua tensione, ottenuto nascondendo e non mostrando.
Gli infetti si vedono molto poco per sporadici e improvvisi assalti, ma nella narrazione conta molto di più il timore del loro arrivo e la capacità del regista di mantenere alta la suspance in ogni scena.
Ci riesce grazie a precise scelte stilistiche (la pellicola sgranata e le ambientazioni realistiche figlie della fuga della civiltà) e alla bravura dei suoi interpreti quasi esordienti, sino all'incontro metaforico con dei militari sopravvissuti: vicino ad una Manchester completamente data alle fiamme, un manipolo di soldati si protegge e tenta apparentemente di proteggere chi è in grado di raggiungerli.
In questo caso viene portata alla ribalta la bassezza dell'animo umano, l'incapacità di dare, rispetto ai propri interessi personali: anche in caso di vita o morte, anche se sulla terra fossero rimaste soltanto cinque persone.
La scelta simbolica dei militari porta in sé l'atavica contraddizione del loro ruolo: protezione e mantenimento dell'ordine, attuazione del controllo da parte di soggetti non sempre controllabili in situazioni limite (28 giorni dopo è ben oltre la soglia accettabile) e consequenziale successione di paradossi sino a svelare i grotteschi risvolti caricaturali dei loro bisogni.
La conclusione sarà comunque positiva e piena di speranza: secondo me un preciso e dichiarato omaggio al genere di riferimento, alla tipica conclusione delle produzioni fantascientifiche anni '50 e '60, in accordo con quello che è stato l'intero svolgimento del film.
Impossibile trascurare le qualità estetiche della pellicola e qualche tocco di genialità (in omaggio alle sue vecchie realizzazioni) in un film che certo non può essere considerato capolavoro: bisogna comunque dire che le chiavi di letture possono essere molteplici (ci sono molti riferimenti simbolici) e che è senza dubbio complicato realizzare un film plausibile, divertente e d'intrattenimento intelligente sull'argomento. Boyle fa molto di più: riesce anche a introdurre delle riflessioni utilizzando degli zombie più di trent'anni dopo Romero, in un contesto di certo simile, ma sempre più soggetto all'incubo epidemico e alla distruzione dei rapporti e dei sentimenti.

Bowman