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IL FIGLIO
(Bel 2000)
di J.P. e L. Dardenne

C'è un'altra umanità nei film dei Dardenne, quella che di solito non viene nemmeno ripresa dai telegiornali alla ricerca di particolari scabrosi sull'ultima vittima.
Vite mai mostrate, nascoste nei silenzi e in drammi quotidiani troppo forti anche per essere espressi a sé stessi.
Quello che può davvero cambiare un'esistenza, al di là dei voli pindarici dell'immaginazione. E' un cinema noioso, lento, antiriflessivo nella sua dichiarata autenticità documentaristica.
Duro e senza compromessi, senza enfasi, forse addirittura senza magia. Il figlio è stato ucciso. Il giovane assassino sarà educato dal padre della vittima. Sua moglie ora è troppo impegnata ad inseguire una nuova vita con un altro uomo, una nuova gravidanza, un nuovo (prossimo) dolore.
Una discesa sempre più lenta e silenziosa verso una vendetta che Olivier non vuole ammettere. Il suo comportamento è vuoto, una serie di operazioni da cui cerca di non far trasparire alcuna emozione. Vestito come un personaggio da fumetto (triste), con gli occhiali rotondi e la cintura in cuoio sulla tuta blu, per salvarsi dai dolori alla schiena. Narrazione completamente annullata, semplice cronologia di eventi, senza tagli, lunghe riprese con la camera a mano. Una piccola accelerazione nel finale, la confessione, le mani intorno al collo del "colpevole": il falegname torna in sé dopo un inseguimento che gli aveva fatto andare il sangue alla testa.
Il colpevole ha già pagato e Olivier lo sa: quello che non riesce a spiegarsi è perché il giovane assassino del figlio sia diventato ormai tutto ciò che gli rimane… come dichiarare d'altronde che si è accesa una piccola (insana) speranza?

Bowman