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PPP 1975
Pier Paolo Pasolini fu ucciso la notte del 2 novembre 1975 in un
campo alla periferia di Roma.
Le ragioni del delitto rimangono ancora oggi oscure.
Pasolini permise per più di vent'anni all'Italia di guardarsi
in faccia e conoscersi meglio, spesso anticipandone future ed impensate
svolte sociali (nel bene e nel male), attraverso un percorso complesso
in cui al ruolo d'intellettuale e pensatore si sovrapponeva quello
di artista e precursore, creatore d'immagini e racconti.
Da profondo conoscitore della storia e da convinto marxista le posizioni
politiche e sociali di Pasolini si modificarono da quando, grazie
all'impegno cinematografico, fu in grado di raggiungere un audience
di dimensioni rilevanti (cosa che con la poesia e il romanzo gli
era impossibile), rispondendo alla sua necessità di riproduzione
della realtà grazie all'utilizzo della macchina da presa
e della pellicola.
In questo senso Accattone (1961) e il suo ritratto atemporale delle
borgate romane è un esempio eccelso di derivazione neorealista
applicata al pensiero del suo autore, che trovò in Franco
Citti (e in Ninetto Davoli poi) un perfetto terminale interpretativo.
Nel 1975 Pasolini era però molto lontano dalle posizioni
degli esordi.
Dopo Mamma Roma (1962) e il documentario Comizi d'amore (1964) in
cui sondava il rapporto con la sessualità dei suoi connazionali,
la direzione di Uccellacci e Uccellini (1966) e soprattutto del
Vangelo secondo Matteo (1964) modificarono la sua percezione cinematografica
come dimostra l'incredibile maturità compositiva e di costruzione
spazio-temporale di opere come Edipo Re (1967) e Medea (1969), in
cui il rapporto con il mondo classico era eccezionalmente riletto
alla luce della contemporaneità.
Lo stesso Teorema (1968) è uno dei più duri atti d'accusa
contro la borghesia italiana mai portati in una sala cinematografica:
la disgregazione familiare che racconta è il paradigma della
nuova società che Pasolini vuole denunciare, una realtà
in cui la tradizione e con essa anche la religione non hanno più
alcun valore o peso.
Sono semplici orpelli, manifestazioni formali puramente esteriori
e superficiali di una civiltà che non ha perso il vizio dell'autocelebrazione.
La posizione critica del regista però tende a svanire dopo
Porcile (1969) con la realizzazione della Trilogia della Vita (Decameron
nel 1971, I racconti di Canterbury nel 1972 e Il fiore delle mille
e una notte nel 1974), dove il punto centrale torna ad essere il
rapporto con la sessualità, tabù assoluto per i suoi
connazionali in uno stato considerato satellite del Vaticano e rappresentata
come gioiosa e piena di vitalità, attraverso la reinterpretazione
di alcuni capolavori dell'erotismo classico.
Pasolini scriveva dei governi della Democrazia Cristiana come di
una dittatura più forte di quella fascista, perché
più subdola e fondata su un generale consenso democratico,
ma che in fondo si batte per i medesimi valori del ventennio aiutata
dal dilagante consumismo, che fa apparire il "progresso"
(la crescita economica e il benessere diffuso) come un tangibile
segno di sviluppo.
Proprio il consumismo e la sua idolatria pagana per ammiccamenti,
riferimenti sexy e donne-oggetto assesterà una devastante
spallata ai valori cattolici, così che gli italiani si ritroveranno
superficialmente liberati sessualmente, ma senza alcuna consapevolezza,
pronti a manifestare pubblicamente la propria anima bigotta pur
di mantenere un'ipocrita aurea di rispettabilità.
Al perenne vuoto borghese si affianca così l'omologazione
del proletariato e del sottoproletariato, sempre più simili
alla classe dirigente e con bisogni sempre più comuni ed
imposti.
Pasolini si disse convinto di non avere più interlocutori,
di essere costretto a rivolgersi alla medesima elite borghese da
cui aveva voluto distaccarsi per mezzo della produzione cinematografica.
La sua ultima opera Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975)
non troverà mai una distribuzione degna di tale nome nelle
sale per evidenti problemi censori.
Il suo successivo progetto Porno Teo Kolossal avrebbe probabilmente
subito la stessa sorte.
Pasolini era tornato alla provocazione, allo scandalo come metodo
di emancipazione sociale (come i surrealisti trent'anni prima) per
scalfire il muro che la società a cui si rivolgeva aveva
eretto.
Nella sua ultima intervista, rilasciata a Furio Colombo, parla lungamente
di come il suo enorme romanzo Petrolio (rimasto incompiuto con 500
cartelle scritte su 2000 preventivate) serva semplicemente a dimostrare
l'evidenza, a raccontare l'Italia come effettivamente è.
Le sue posizioni mai banali e sorprendentemente dotate di spiegazioni
semplici a dilemmi ben più complicati (esempi dell'eccelso
talento formale e comunicativo del loro autore), trovarono un'impensabile
spazio nelle colonne Corriere della Sera e vennero poi assemblate
post mortem nella raccolta Scritti Corsari.
Quel lavoro composto mensilmente per un quotidiano che non lo rappresentava
in nessun modo ed anzi simboleggiava proprio la classe media a cui
Pasolini si contrapponeva, fu l'ultimo tentativo di instaurare un
dialogo che si era inevitabilmente esaurito dopo l'iperproduttività
e la relativa mancanza di risultati del decennio precedente.
Pasolini si definiva ormai "apocalittico", convinto di
vivere in un'epoca terribile che avrebbe portato alla cancellazione
delle diversità, alla sparizione del mondo contadino e operaio
e al conseguente trionfo del capitalismo e della (a)moralità
borghese per mezzo della massificazione dei consumi e dell'uso dei
mass media per creare un comune stereotipo a cui gli italiani si
potessero riferire ed assomigliare.
La morte lo colse all'improvviso, ma in fondo Pasolini era in un
certo qual modo consapevole di essere giunto alla fine: l'apocalisse
di cui parlava era in primo luogo personale e a quella sensazione
sempre più forte di vuoto, di non appartenenza, non sarebbe
probabilmente riuscito a sfuggire nemmeno in vita.
Il mondo in cui era nato non esisteva più e tanto meno il
mondo per cui aveva combattuto (un'altra Cuba, un'altra Rivoluzione
romanticamente celebrate in parallelo alla morte della bellezza
ne La rabbia nel 1962): trent'anni dopo resta il gigantesco peso
della sua assenza in un'Italia sempre più inconsapevole e
abbandonata alla compassata cecità dei suoi organi di comunicazione
di massa.
Bowman
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