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Invito al cinema di Federico Fellini
L'immaginario cinematografico di Federico Fellini
nasce in buona parte dalla sua fase onirica e dalla rielaborazione
delle esperienze vissute durante la sua infanzia: la rilettura di
questi momenti della sua vita permettono al regista di creare un
nuovo mondo attraverso la pellicola, in cui reale e immaginato trovano
una dimensione definitiva.
Da questo punto di vista è emblematica una sequenza di un
lavoro poco conosciuto di Fellini, un documentario girato per la
Rai nel 1970: I clowns. Il regista indaga il proprio rapporto con
il circo e soprattutto quello con i pagliacci e i loro scherzi atroci
e sgangherati: il piccolo Federico non riuscì a divertirsi,
anzi ne risultò profondamente turbato.
La sua viva voce racconta all'interno del film stesso, come egli
sin dalla tenera età rivedesse nei clowns i personaggi terribili
della sua città di provincia, calati tutti inevitabilmente
nella realtà: dagli ubriachi seduti all'osteria, ai reduci
fascisti della seconda guerra mondiale sino alla banda di portatini
che litigava in continuazione davanti alla stazione del paese.
Il risultato di queste influenze per lo più nascoste e mantenute
a livello implicito, affiora prepotentemente anche in uno dei suoi
primi capolavori, I Vitelloni (1953), in cui Fellini racconta la
dura vita d'inverno in una località balneare di cinque amici,
adulti solo per raggiunti limiti di età.
Il punto d'arrivo è forse lo stesso che si prefigurava il
regista prima della sua partenza per Roma: trovare cioè la
forza di abbandonare la propria realtà, comoda ma colma d'insoddisfazioni,
per cercare qualcos'altro, altrove.
Stessa scelta che il protagonista morale del film, Morando, alla
fine decide di compiere. Ma è ciò che precede la scelta
a renderla ancora più difficile: come le partite a biliardo
con gli amici al bar, tra sfottò e sogni irrealizzabili,
dove il tempo pare essersi fermato e non scorrere più (e
i miti del cinema sono paragonati ai miti dell'estate passata).
E' Roma ad ispirare definitivamente Fellini e a sublimare le caratteristiche
del suo cinema: La dolce vita (1960) è il perfetto compimento
di un progetto mentale iniziato con Lo sceicco bianco (1952) e proseguito
attraverso con opere straordinarie come La strada (1954), Il bidone
(1955) e Le notti di Cabiria (1957).
I personaggi acquistano una potere particolare nel cinema di Fellini,
appena entrati nell'inquadrature divengono al'istante icone: come
definire d'altronde le perfomance attoriali di Marcello Mastroianni
e Anita Ekberg, simboli indiscussi de La dolce vita, anche se la
loro simultanea presenza in scena è di solo trenta minuti
in un film della durata di quasi tre ore.
Marcello e Sylvia, virilità e femminilità, ballano
stretti mentre l'italiano con fama da playboy corteggia la vamp
svedese: l'equilibrio è spezzato da un amico americano, ovviamente
venuto per lei, che farà letteralmente esplodere la festa
chiusa ai paparazzi del Caracalla's.
Una Roma differente dalla provincia che la accerchia, quella per
dire che solo poche scene più tardi, crederà nell'apparizione
della Madonna a due bambini, tramutando la zona della supposta rivelazione
in un gigantesco e male organizzato evento mediatico.
Marcello è già l'alter ego di Fellini, giornalista
che racconta l'incredibile realtà che gli sta attorno:il
logico e doloroso passo successivo sarebbe stato raccontare realtà
interiore del regista. Mastroianni diviene Guido, regista in crisi
d'ispirazione all'ottavo e attesissimo film e mezzo.
Fellini si rivela o meglio rivela il suo amore per il cinema e la
confusione che impera nella sua vita: regala uno sguardo privato
su quello che è il suo immaginario più intimo.
Come definire altrimenti l'harem di Otto e mezzo (1963), dove tutte
le donne che hanno colpito la sua immaginazione si ritrovano per
adularlo: una galleria indimenticabile di sguardi, un unico sogno
divenuto realtà e accettato da tutte le sue componenti.
Mogli, amanti, soubrette, hostess, levatrici, intellettuali, badanti,
la Saraghina
C'è qualche rivolta, questo è vero, ma come sottolinea
la moglie di Guido accade tutte le sere, prima di cena.
Da questo punto in poi il cinema di Fellini non sarà più
lo stesso: troverà un nuovo e unico codice narrativo, sempre
più profondo e direttamente connesso con la vita del suo
creatore.
Dopo le riuscite sperimentazioni di Toby Dammit (1968, episodio
tratto da Tre passi nel delirio, ispirato alle opere di E.A. Poe)
e di Satyricon (1969, in cui traccia un allucinato parallelo tra
passato e presente ispirandosi liberamente a Petronio), Fellini
stesso diviene l'unica chiave d'accesso alla sua Opera.
Come interpretare d'altronde pellicole come Roma (1972), Amarcord
(1973), Il Casanova di Federico Fellini (1977), La città
delle donne (1980) o Ginger e Fred (1985) senza considerarne l'autore?
Il genio di Fellini aveva già dato una chiave di letture
alle sue opere, sin dal film successivo a Otto e mezzo, Giulietta
degli Spiriti (1965) in cui indagava il soprannaturale attorno alla
figura di sua moglie, Giulietta Masina.
La sua dichiarazione la possiamo utilizzare per comprendere meglio
qualsiasi universo a sé, in questo caso quello creato nella
sua eccezionale carriera cinematografica:
"Guardare a queste cose non come a un mondo
sconosciuto fuori di te, ma come a un mondo dentro di te.
In maniera non magica, ma psicologica: in uno sforzo di familiarizzazione."
Federico Fellini.
soudandvision:reviews
>>> Otto e mezzo (1963)
>>> Toby Dammit (1968)
>>> Fellini
Satyricon (1969)
>>> Il Casanova di Federico
Fellini (1977)
>>> La città
delle donne (1980)
Bowman
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