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SERGEJ EJZENSTEJN - ANDY WARHOL
riflessione basata su
A LONESOME COWBOY
(USA 1968)
di Andy Warhol
Spazio bianco..................
colore
vuoto
ordine
innocenza
convenzione...obsolescenza...metafora!?
Umile e rispettoso distacco dall'argomento...che quì dico
e quì nego!
Riflessione...riflessione fuori dal tempo!
Convenzione e obsolescenza:il pavone meccanico di Oktjabr'...forse
la incosciente e automatica rigidità ideologica di Kerenskj!?Una
macchia rossa "dice" la bocca di Marylin Monroe!?
Il montaggio quì avviene su pannelli da due metri per due,là
su pellicola,in lampi connotativi!Lampi che squarciano la logica,entrano
nell'inconscio e aprono all'immaginazione che a forza (di lampi)
si fa spazio in un mare di realismo, rivelato sotto una luce impietosa
(eccolo il natale del neorealismo,di DeSica,Rossellini e Visconti
in particolar modo!).
Il contrasto è potente e nell'inconscio inevitabile!
I due processi sono però diversi:l'uno agisce per ripetizione,stanca,e
alla fine sei costretto a digerire l'immagine,che forse avevi già
digerito,ma ora diviene slogan a tutti gli effetti (questa volta
è il natale della pubblicità!).
L'altro agisce,come ho detto, per contrasto.
Entrambi però si servono di elementi figurativi convenzionali
e cioè di
immagini che già fanno parte del nostro inconscio (certamente
più radicate e quindi più immediatamente riconoscibili
quelle di Warhol in una società massificata), segni significanti
che divengono significativi.
E il cinema di Warhol?
Il mare in cui naviga è quello di "Solaris".
E' uno spazio metafisico,surreale,non ha inizio nè fine,è
universo,è l'universo della mente,è l'universo dove
vivono le fantastiche immagini "lampeggianti" di Ejzenstejn
che per pochi secondi si mostrano come improvvisi bagliori di luce.
Ma questi bagliori per Warhol interrompono la navigazione-immaginazione,il
piano sequenza-viaggio della mente ,come dice Ghezzi, che altrimenti,
nell'universo infinito, continuerebbe all'infinito, come nello spazio
siderale per inerzia apatica.
Bagliori che mostrano e cominciano strade mentali e bagliori che
nascondono e interrompono.Forse le lumeggiature e le "inconclusioni"
di Schiele non hanno uno scopo molto diverso e l'effetto poi è
altrettanto duro!
Censura di una perversione inconscia dilagante,repressione di istinti
primitivi, esorcizzazione e feticcio! Il contrasto (anche cromatico),
la durezza, la brutale interruzione della narrazione come le sfaccettature
di una plastica negra o le compenetrazioni di un dipinto cubista...sono
per me elementi comuni ad entrambi ma non trovo il bandolo della
matassa che poi forse proprio non esiste ed è solo una mia
sega mentale ma come solo mentale è l'effetto della loro
opera!
Voglio concludere comunque avvertendo che il fine di Warhol,al contrario
di Ejzenstejn,non è nel cinema: se l'unico modo di fare Arte,
nell'epoca dell'universale dibattito-scontro sull'arte-oggetto,
è mostrarne l'obsolescenza, allora scelgo il male minore
e anche la mia coscienza è a posto:il cinema è già
mezzo di massa negli anni sessanta,con lui non mi sporco le mani
e mostro quello che voglio.Secondo me,Warhol,nel suo umile e lucido
"assenso" al sistema stava veramente male!
Il mondo americano di provincia degli anni sessanta,ma d'altronde
che cos'è l'America se non un grande paese!?,fà ancora
riferimento all'age d'or del grande West(dove la libera determinazione
di grandi uomini ha formato un grande stato!) che come le macroscopìe
di Liechtestein ha solo zone in luce!???).
Non è un caso quindi che la zona mentale mostrata,nel
SESSANTOTTO,da Warhol, il suo Solaris, sia proprio quel grande West
(lo stesso di Bogdanovich ne"L'ultimo spettacolo", lo
sfondo di Easy Rider,in fondo l'ideale che portano in Vietnam le
sbandate truppe del "degenerato" Apocalipse Now e via
dicendo tanti altri) e non è quindi solo metafora manzoniana,ma
vera rappresentazione di uno stato di fatto al presente,del Solaris
di tutti gli americani (e forse non solo!),detta col cinema,ma non
per il cinema.
Altro esempio pefetto,secondo me,di questo "show mentale"
è
Vinyl.Stupefacente adattamento del romanzo Arancia Meccanica in
cui tutto ci è mostrato da un unico piano sequenza di sessantaquattro
minuti con la cinepresa fissa,in alto:occhio indiscreto distrattamente
dimenticato a mostrarci una zona d'ombra di noi stessi che difficilmente
riusciamo a riconoscere presi nel gioco delle regole convenzionali
che tanto sognamo di rompere,almeno una volta,col caos dei nostri
istinti per tornare a sentirci vivi.
L'impianto scenico è di una essenzialità estremamente
complessa:sul piano di posa,angusto e claustrofobico,attorniato
da personaggi come automi,si agita il protagonista che si impone
con una potente fisicità,quasi caravaggesca,e dà il
ritmo,non solo evenemenziale ma anche psicologico,a tutta la sequenza.
Warhol mostra il suo tempo,con i mezzi del suo tempo nel quale è
fin troppo lucidamente calato (sfortuna sua,fortuna nostra!).
Non mi dilungo nel mostrare le lontane (lontanissime) radici da
cui attingonoi due ragionamenti che chiunque può andarsi
a leggere!
Bagulfo
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