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2010

Four Tet / Flying Lotus / Phoenix
/ LCD Soundsystem Bonobo / Thievery Corporation / The Black Keys
The Morning Benders / Leonard Cohen /
Grinderman Gorillaz

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FOUR TET / FLYING LOTUS
5DaysOff - Day 1 / Paradiso, Amsterdam
- 03.03

FOUR TET

Kieran Hebden/Four Tet pare un tipo molto sereno. Ben pasciuto, capelli vagamente afro, atteggiamento rilassato e rapito di fronte a tutti gli strumenti magici che gli si animano di fronte, e’ il protagonista principale della prima giornata del festival elettronico 5daysoff giunto alla decima, acclamata, edizione. Apre la notte del Paradiso dopo le note del dj resident Cinnaman per poi correre al vicino Melkweg per un dj set notturno che ne ribadira’ le qualita’ e soprattutto la nuova direzione intrapresa dalla sua musica. Lo show di cui e’ autore  vive soprattutto dell’incontro tra le sonorita’ spesso deflagranti di Everything Ecstatic e gli incanti ritmici  del nuovo arrivato There is love in you. La dolcezza di Angel Echoes funziona cosi’ da introduzione a Joy e Sun Drums and Soil (violente e guidate dai bassi) prima che il suono di Love Cry, Circling e Sing ipnotizzi letteralmente tutti i presenti. In particolare l’uso di laptop e drum machine da parte di Hebden trasforma l’esibizione in un piccolo mondo a se’ stante dove l’audience e’ un puro accessorio delle alchimie inventate dell’artista londinese, completamente assorto nella propria musica.
Il set termina con una eccellente Plastic People in cui i loop si susseguono in modo vertiginoso e i bassi fanno tremare i piani alti del Paradiso, perfetto viatico ai beats che di li’ a poco scuoteranno la sala.

FLYING LOTUS

Poco prima di mezzanotte un piumino avvolto attorno ad un ragazzo di colore compare sul palco: la testa che ne spunta a malapena e’ quella di Steven Ellison ovvero Flying Lotus indaffarato nell’allestire la propria postazione. Quando il suo set inizia Steven e’ rimasto in t-shirt e ne ha ben donde: perennemente piegato sulla sua consolle sembra voler guardare direttamente negli occhi il proprio pubblico, accendendosi ed esaltandosi poi in improvvisi e nervosi movimenti nei momenti piu’ caldi della sua performance. Il magma musicale che il pronipote di Alice e John Coltrane propone e’ enfatizzato dalle scelte che impreziosiranno la sua prossima pubblicazione, Cosmogramma, prevista per maggio 2010: sono in ogni caso i brani dell’eccezionale Los Angeles (2008) a salire alla ribalta tra scontri di ritmi titanici (Riot, Gng Bng, Parisian Goldfish) e melodie e carezze sonore (Robertaflack, Camel, Beginners Falafel). Altrettanto rilevante la risposta del pubblico, completamente in balia di FlyLo sin dalle prime note (sgraziate, ma eccitanti) di un set spinto oltre il limite della propria musica. Loop che sembrano girare a vuoto, bloccati in un crash artificiale e pronti a dipanarsi in suadenti e precarie anomalie jazz e soul su un impianto ritmico in grado di travolgere le fondamenta radicate nell’hip hop del suo stesso creatore.

PHOENIX
Wolfgang Amadeus Phoenix Tour / Paradiso, Amsterdam - 26.03

01. LISZTOMANIA
02. LONG DISTANCE CALL
03. LASSO
04. RUN RUN RUN
05. FENCES
06. GIRLFRIEND
07. ARMISTICE
08. LOVE LIKE A SUNSET
09. LOVE LIKE A SUNSET PART II
10. NAPOLEON SAYS
11. TOO YOUNG
12. CONSOLATION PRIZES
13. ROME
14. FUNKY SQUARE DANCE
15. EVERYTHING IS EVERYTHING
16. PLAYGROUND LOVE
17. IF I EVER FEEL BETTER
18. 1901

Il Paradiso e’ subito scosso dalle accelerazioni di Lisztomania, dalle esplosioni di luci e dalle progressioni elettrico/elettroniche del pezzo: il brano che apre Wolfgang Amadeus Phoenix e’ il miglior viatico alla performance della band francese, ormai da piu’ di un anno in tour e perfettamente a suo agio on stage.
Long Distance Call e il suo ‘It’s never been like that’ nel ritornello urlato a squarciagola da Thomas Mars e da tutto il pubblico piu’ che un rimando all’omonimo album datato 2006 e’ una constatazione sull’attuale status raggiunto dai Phoenix: uno show live emozionante e inappuntabile in cui spiccano le tracce dell’ultima realizzazione irrorata dall’elettronica e prodotta da Philippe Zdar dei Cassius, vincitrice negli Stati Uniti del Grammy Award per il miglior album alternativo degli ultimi dodici mesi. Ebbene si, it’s never been like that… Altre conferme arrivano dal passo coinvolgente di Lasso e da un finale estremamente noise della morbida Run Run Run (da Alphabetical), prima che una selezione di tracce da Wolfgang Amadeus Phoenix imponga un vero e proprio cambio di marcia allo show. Prima Fences con il suo crescendo elettronico vagamente 80s, poi il suono travolgente delle tastiere incrociate alle chitarre di Girlfriend e Armistice ed infine una versione estesa di piu’ di dieci minuti di Love like a sunset, con Mars che lascia il palco alla band pronta ad impadronirsene in modo scintillante. I Phoenix  trovano anche il tempo per giocare ad una divertita jam session fra le chitarre dei fratelli Mazzalai travestita da ping pong musicale nel bel mezzo del brano, giusto un attimo prima che l’atmosfera satura di elettronica e bassi diventi incandescente nel crescendo epico del pezzo. La voce della band francese, ritorna per la seconda parte della traccia per poi lanciare una Napoleon Says al fulmicotone. Qualche sprazzo di dolcezza in una romantica Too Young, poi il rock scatenato di Consolation Prizes che infiamma band e audience. Rome da’ per l’ennesima volta nella serata la sensazione di un gruppo incontenibile, giocoso ed entusiasta del proprio pubblico, splendidamente aiutato da un impianto luci eccellente e da una sezione ritmica capace di rendere fragorose le digressioni e gli incisi di ogni traccia. Mars finisce addirittura in mezzo al pubblico, seguito dal lungo filo del suo microfono, accolto con grande calore dalla sala, ma come una rockstar della porta accanto… il metronomo che introduce le divagazioni tra funk e citazioni hard rock di Funky Square Dance amplifica ancor piu’ l’ironia critica dei Phoenix chiudendo magistralmente la prima parte del loro show.
Ritorno intimo on stage dopo un intervallo a luminosita’ intermittente quasi accecante: il duo Mars/Mazzalai organizza  inizialmente un coro di buon compleanno per il ritorno sul palco del proprio bassita Deck D’Arcy, per poi dedicarsi ad una riproposizione acustica di Everything is Everything (lenta e carezzevole) e ad una cover di un brano sviluppato con gli amici Air, la meravigliosa Playground Love (dalla colonna sonora di The Virgin Suicides), accolta da un boato.
Phoenix poi al completo nella formazione live portata a sei elementi per la conclusione della serata con il primo successo della carriera, qui potentissimo e deflagrante, If I ever feel better. Gran finale con continui stop and go su 1901 che arriva a quasi dieci minuti di lunghezza con Mars ancora ad aggirarsi cantando tra il proprio estasiato pubblico, sin dalle note iniziali completamente in balia della band francese.

LCD SOUNDSYSTEM
This Is Happening Promotional Tour / Paradiso, Amsterdam - 04.05

01. US V THEM
02. DRUNK GIRLS
03. GET INNOCUOUS!
04. YR. CITY’S A SUCKER
05. POW POW
06. DAFT PUNK IS PLAYING AT MY HOUSE
07. ALL MY FRIENDS
08. I CAN CHANGE
09. TRIBULATIONS
10. MOVEMENT
11. YEAH

12. SOMEONE GREAT
13. LOSING MY EDGE
14. NEW YORK I LOVE YOU BUT YOU’RE BRINGING ME DOWN

Alle otto e trenta, orario previsto per l’inizio del concerto, la sala grande del Paradiso e’ gia’ affollatissima, ma sul palco imperversano ancora gli Yacht con un opening act sovraeccitato, ma poco coinvolgente sino alla sua conclusione con una Psychic City che incontra finalmente i favori del pubblico (It’s boring/You can live anywhere you want in precedenza aveva provato a smuovere l’audience senza troppo effetti, risultando al piu’ un divertimento per la band).
Mezz’ora dopo basteranno un paio di minuti di Us v them per sortire ben altro effetto… al primo inciso, via le luci e solo una mirrorball a illuminare il Paradiso: pubblico in trance mentre gli LCD Soundsystem nella nuova formazione portata a sette elementi iniziano a dettare il loro ritmo.
Get Innocuous! con dei bassi travolgenti e le voci di Murphy e Nancy Whang a incrociarsi diviene esaltante nel crescendo finale e mostra completamente le qualita’ di un gruppo in grado di oscillare tra generi e citazioni in un amalgama unico, sfavillante nella versione dal vivo.
E se Yr.City’s a sucker sottolinea l’imprescindibilita’ delle origini del collettivo di Murphy, brani come la divertita e violenta Drunk Girls o soprattutto Pow Pow (guidata da distorsioni incontenibili) non fanno altro che evidenziare l’ispirata evoluzione della band reduce dalle registrazioni del nuovo album This is happening.
L’ultima traccia in attesa di pubblicazione eseguita e’ una I can change pop e carezzevole, ideale nella setlist per riprendere fiato tra gli esplosivi fuochi d’artificio dello show. Un concerto di LCD Soundsystem vive soprattutto della reazione del pubblico, del movimento tellurico e incontrollabile che la band riesce ad imporre al proprio audience: cosi’ Daft Punk is playing at my house (graffiante e con un Murphy rabbioso al microfono) e All my friends (con il suo crescendo continuo e la chiusura a liberare i cori dei presenti) cambiano letteralmente l’atmosfera dello show deviandola verso quella di un festa scatenata sospesa tra dance e rock/punk attitude.
Eccitazione serpeggiante e incontrovertibile poi per il terzetto di brani che chiude la prima parte dello show: Tribulations cancella con i primi due riff di chitarra la calma apparente riportata da I can change facendo saltare tutto il Paradiso. Movement si spinge ancora piu’ in la’ infiammando le prime file che si lasciano andare sulle bordate noise del pezzo ad un pogo istintivo. Infine la deriva techno di Yeah, attesissima e tirata all’inverosimile, lascia spazio solo ad un susseguirsi di boati ed ovazioni, con tutti i presenti ormai abbandonati al ballo. James Murphy si diletta con un tamburello, capace di risaltare anche nell’incrocio di due o tre tra batterie e percussioni: l’impianto ritmico della band e’ granitico, la voce del suo leader capace d’infiammare, tra toni bassi e improvvisi urletti isterici. Spesso al microfono lateralmente o deambulando senza troppa convinzione per il palco attraverso una selva di strumenti Murphy sa essere umile e carismatico, lasciando tutta la sua ironica arroganza in liriche recitate come un mantra brano dopo brano.
Nancy Whang e’ la prima a riconquistare il palco per gli encore, avanzando su tacchi stratosferici: sara’ lei a dar l’attacco a Someone Great dove proprio il suono profondo e spiritato delle sue tastiere donera’ l’indimenticabile tocco in piu’ alla versione live di una delle tracce portanti di Sound of Silver (2007).
La confessione di Losing my edge, tra sproloqui, ricordi e autocelebrazione regala gli ultimi assalti noise dello show, battiti elettronici che si fronteggiano ad ogni ‘I was there’ proclamato da Murphy prima del trascinante ‘You don’t know what you really want’ finale: il primo singolo di LCD Soundsystem ha una carica infinita, oggi ancor piu’ di quando fu pubblicato nel 2002, riesce a fondere l’energia di un intero live act in un vero e proprio di manifesto per la band.
Chiusura per voce e pianoforte sulle note di New York I love you but you’re bringing me down, lenta e pronta a excursus chitarristici, ancora una volta con Nancy sugli scudi, dopo che James gia’ aveva salutato tutti andandosene saltellando sulla coda strumentale del pezzo. Gli applausi non smettono quando gli LCD Soundsystem abbandonano il palco dopo una performance torrida, dura, da fuoriclasse, con tutti gli accenti possibili al posto giusto in un gioco di riferimenti che diventa rilettura e divertimento, pura liberazione sulla pista da ballo.

BONOBO
Black Sands World Tour / Melkweg, Amsterdam - 11.05

01. PRELUDE
02. KIARA
03. KETTO
04. ALL IN FORMS
05. STAY THE SAME
06. THE KEEPER
07. DAYS TO COME
08. IF YOU STAYED OVER
09. BLACK SANDS
10. KONG
11. RECURRING
12. NOCTUARY
13. EYESDOWN
14. NIGHTLITE
15. TRANSMISSION 94
16. TEA LEAF DANCERS
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17. EL TORO
18. BETWEEN THE LINES

Nessun opening act per Bonobo e ritardo dovuto per l’inizio del set con il Melkweg che si riempe completamente solo intorno alle 21.30 per uno show divenuto sold out proprio in questi ultimi giorni.
Merito di Black Sands, l’ultimo album pubblicato dalla band letteralmente creata da Simon Green, prima dj e one man band, oggi a dirigere un collettivo arrivato addirittura a dodici elementi tra mixer, batteria, basso, chitarra, fiati e archi.
La svolta compositiva di Days to come (consacrata come album dell’anno del 2006 dagli ascoltatori di Gilles Patterson su Radio 1) e’ divenuta piu’ scura e introspettiva in Black Sands, le cui atmosfere segnano in modo indelebile il concerto.
Inizio strumentale e ipnotico che raggiunge il suo primo culmine con All in forms, dopo che Ketto e Kiara avevano iniziato a fare muovere ritmicamente la testa di tutto l’audience. L’ovazione sull’attacco di Prelude era d’altronde di buon auspicio, il pubblico pareva impaziente di farsi cullare dalle atmosfere di Bonobo. Con Stay the same e The Keeper la formazione on stage si completa con la presenza di Andreya Triana, vocalist carismatica e ideale per rendere ancora piu’ caldo lo show. Interprete con l’anima, che da’ un tocco blues a Days to come e rende ancor piu’ magicamente sofferta If you stayed over (originalmente pubblicata con Fink alla voce).
Simon Green resta solo sul palco al termine di una ammaliante Black Sands per i primi beats di una Kong che si lascia amabilmente ballare. La band si ricomporra’ poi per una travolgente Recurring e per l’unica riproposizione pre Days to come, una Noctuary (da Dial M for Monkey, 2003) accolta sin dal suo attacco da applausi a scena aperta.
Seguita da Eyesdown rende palese l’approdo del percorso musicale di Simon Green: l’unione di  composizioni piu’ complesse e stratificate che contraddistinguono quest’ultimo brano (e piu’ in generale gli ultimi due album) e’ improvvisamente squarciata da un inciso elettronico degno dei migliori episodi gli esordi. Sempre su Eyesdown da mettere in risalto il magnetismo di Andreya Triana che restera’ con la band anche per Nighlite, scatenata nel lanciarsi in un battimani che coinvolgera' facilmente il pubblico: l’audience mostra di gradire tanto che le prime file iniziano da subito a saltare per le note di Transmission 94, con tutto il Melkweg ormai conquistato dalla performance della band.
Annunciata come ultima traccia del set e’ invece seguita da una sorpresa, un pezzo di Andreya scritto e registrato con Flying Lotus (Tea Leaf Dancers, dal Reset EP), ri-modellato in questa versione live sulle linee guida di Black Sands.
Gli ultimi sussulti dello show si devono ad una El Toro trasformata dopo i rituali assolo in una session free jazz tra batteria e fiati che mette in mostra tutte le qualita’ dei componenti del gruppo di Simon Green: chiude Between the lines con un’ammiccante intreccio tra battiti elettronici, flauto e la voce di Andreya, senza dubbio un valore aggiunto per band e show.
Bravo Bonobo a scoprirla e a perseguire una trasformazione che gli sta regalando numerose soddisfazioni: la qualita’ della sua esibizione e’ indiscutibile come d’altronde il cuore che i suoi strumentisti mettono nell’esecuzione dei pezzi.
Notevole in ogni caso come Black Sands abbia definitivamente mutato lo scenario per Simon Green tanto da divenire oggi un vero e proprio paradigma per il suo autore, un album in grado di lanciare una luce piu’ cupa e meditativa, ma al contempo piu’ calda su tutta la sua produzione.


THIEVERY CORPORATION
Spring 2010 Tour / Melkweg, Amsterdam 07.06.2010

01. A WARNING DUB
02. MANDALA
03. LEBANESE BLONDE
04. SHADOWS OF OURSELVES
05. UNTIL THE MORNING
06. SOL TAPADO
07. LIBERATION FRONT
08. ORIGINALITY
09. THE NUMBERS GAME
10. ILLUMINATION
11. LA FEMME PARALLEL
12. AMERIMACKA
13. ALL THAT WE PERCEIVE
14. HARE KRISHNA
15. EXILIO
16. THE HEART’S A LONELY HUNTER
17. VAMPIRES
18. SOUND THE ALARM
19. THE REVOLUTION SOLUTION
20. ASSAULT ON BABYLON
21. WARNING SHOTS
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22. (THE FORGOTTEN PEOPLE)
23. SWEET TIDES
24. THE RICHEST MAN IN BABYLON
25. EL PUEBLO UNIDO
26. COMING FROM THE TOP
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27. MARCHING THE HATE MACHINES (INTO THE SUN)

Tredici anni di attivita’ per Thievery Corporation e da questa ultima versione live l’esordio Sounds from the Thievery Hi-Fi pubblicato nel 1997 non potrebbe essere piu’ lontano: profetica in questo senso la scelta di utilizzare A Warning Dub come intro per lo show con il palco ancora in attesa della band. Dalle avventure seguenti e in modo distinto a partire da The Richest Man in Babylon (2002) la forma dei pezzi del collettivo capitanato da Rob Garza e Eric Hilton ha assunto una connotazione differente, con un sound piu’ ‘suonato’ e meno giocato sui campionamenti, colmo di influenze e riferimenti etnici oltre che di ospiti di assoluto rilievo (David Byrne, i Flaming Lips, Perry Farrell, Femi  Kuti solo per citarne alcuni).
La riproposizione dal vivo e’ caratterizzata essenzialmente per questi motivi da un rutilante e continuo avvicendarsi al microfono di otto voci (quattro femminili e quattro maschili) sorrette da una sei strumentisti (percussioni, batteria, chitarra e sitar, basso, sax, tromba) a cui si aggiungono Eric e Rob a tastiere e programmazione al computer.
Sedici in tutto: piu’ di una band, una famiglia...
I Thievery Corporation rimescolano le carte on stage sostituendo non solo - come logico aspettarsi – le guest star piu’ conosciute, ma anche scambiando interpretazioni maschili e femminili, creando un effetto straniante rispetto alle registrazioni in studio, ma riuscendo in questo modo a rendere ancor piu’ protagonista il proprio impianto ritmico.
Le cadenze dub e reggae che  segnano l’intero live, esaltate dall’ottimo contrappunto dei fiati, sono il vero marchio di fabbrica del gruppo, non importa se a scuoterle siano un indiavolato sitar (Mandala, The Forgotten People) o crescendo hip hop senza respiro (The Numbers Game, Vampires, Assault on Babylon, Coming from the top e Warning Shots, forse la migliore traccia eseguita, vibrante ed energica).
Mentre le voci femminili cullano e ammaliano il pubblico arrivando ad annullarsi nei battiti elettronici di Garza e Hilton (splendono in particolare l’attesa Lebanese Blonde, Shadows of ourselves, All that we perceive e La Femme Parallel), sono gli interpreti maschili a destare le maggiori emozioni, da The Heart’s Lonely Hunter, Amerimacka (apprezzatissima) e The Revolution Solution sino al tripudio di The Richest Man in Babylon.
Il concerto decolla definitivamente nella sua seconda parte, quando anche la rilevanza politica e sociale del messaggio di Thievery Corporation prende consistenza accendendo la platea (Vampires e le sue domande all’IMF, El Pueblo Unido concluso da un finale ‘da corteo’, e ancora Exilio, Sound the Alarm, Assault on Babylon, Warning Shots…). Dopo circa di due ore e mezza di show l’atmosfera e’ ormai divenuta quella di una festa e Coming from the top ne e’ l’ideale conclusione con il palco invaso dal pubblico per uno sfrenato ballo collettivo che unisce l’intera band al suo audience.
Gran finale con Marching the Hate Machines (Into the Sun): Eric Hilton e Rob Garza – alla chitarra per tutti gli encore – sono gli ultimi ad uscire, sommersi dagli applausi dopo ventisette tracce e una esibizione live inappuntabile.


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