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2009

Dan Auerbach / AC
/DC / U2 / David Byrne
The XX / Massive Attack / Franz Ferdinand
Fat Freddy's Drop


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DAN AUERBACH
Keep It Hid World Tour / Melkweg, Amsterdam - 24.05

01. TROUBLE WEIGHTS A TON
02. I WANT SOME MORE
03. THE PROWL
04. WHEN I LEFT THE ROOM
05. MY LAST MISTAKE
06. MEAN MONSOON
07. OH CAROL (Rockin Horse)
08. REAL DESIRE
09. MONEY AND TROUBLE
10. STREET WALKIN'
11. WHEN THE NIGHT COMES
12. WHISPERED WORDS
13. HEARTBROKEN IN DISREPAIR
14. KEEP IT HID
15. INSIDE LOOKING OUT (The Animals)

16. GOIN HOME
17. HIDDEN CHARMS (Willie Dixon)

Auerbach inzia il suo show accompagnato solo dalla propria chitarra: Trouble weighs a ton è l’incipit di una performance corale che vede la band di supporto, i Fast Five, trasformarsi in un trampolino di lancio ideale per le doti del musicista di Akron, Ohio.
Doppio batterista più percussioni, tastiera, basso e seconda chitarra, aria da giovani fuorilegge scappati da una comune hippy e senso ritmico prodigioso: I want some more è immediatamente trascinante, sostenuta da una sezione ritmica possente e ipnotizzata dal pezzo.
Il suono del gruppo riempie l’Oude Zaal del Melkweg di blues eccitati dal feedback. When I left the room diventa avvolgente grazie alle distorsioni di Dan, un po’ più svagato nella successiva My last mistake, che libera la band in una selvaggia coda rock n roll. 
L’ideale preludio ad una infuocata Street Walkin è il crescendo di pezzi che va dalla torbida Mean Monsoon alla disincantata Money And Trouble. Dopo aver scosso il pubblico a forza di assoli devastanti buttati su crescendo costruiti con poche note e precisione marziale alle percussioni (The Prowl, Oh Carol, Real Desire), Dan si concede un momento più intimo sulle note di When the night comes e Whispered Words. Il finale di quest’ultima riaccende i Fast Five sino a trasformarsi nel blues esaltato dai riverberi di Heartbroken, in disrepair. Gli applausi a scena aperta non si interrompono nemmeno per le successive Keep it hid e Inside Lookin Out: pubblico in ammirazione e Auerbach sempre più carismatico alla voce mentre una pioggia di note esce costantemente dalla sua chitarra a dirigere la furia dei Fast Five.
Attimi di commozione nei bis: la data di Amsterdam chiude il tour europeo e Going Home è il tributo che Dan regala all’ennesimo viaggio, con solo l’elettricità della sua chitarra a supporto e poche, ma accorate parole di ringraziamento al suo staff (anche per avere tenuto la band lontano da problemi con la polizia...Dan lo ripete un paio di volte, tanto per essere sicuro di essere preso sul serio...).
Esplosioni finali sulle note di Hidden Charms, con tutto il gruppo scatenato in un liberatorio rock n roll a briglie sciolte.
La lezione su cui Auerbach fonda la propria musica non è certo nuova, ma fa così parte di lui da rendere il suo show avvincente, una festosa celebrazione rock blues capace anche di esaltare, seppur di rimando, il grande lavoro svolto negli anni con Patrick Carney nei Black Keys.

AC/DC
Black Ice World Tour / Amsterdam Arena, Amsterdam - 23.06

01. ROCK N ROLL TRAIN
02. HELL AIN'T A BAD PLACE TO BE
03. BACK IN BLACK
04. BIG JACK
05. DIRTY DEEDS DONE DIRT CHEAP
06. SHOT DOWN IN FLAMES
07. THUNDERSTRUCK
08. BLACK ICE
09. THE JACK
10. HELL'S BELLS
11. SHOOT TO THRILL
12. WAR MACHINE
13. DOG EAT DOG
14. ANYTHING GOES
15. YOU SHOOK ME ALL NIGHT LONG
16. TNT
17. WHOLE LOTTA ROSIE
18. LET THERE BE ROCK

Encore
19. HIGHWAY TO HELL
20. FOR THOSE ABOUT TO ROCK (WE SALUTE YOU)

Quando uno splendido blues di Muddy Waters viene bruscamente interrotto da un treno fumetto lanciato a folle velocità l’eccitazione all’Amsterdam Arena diviene palpabile. L’animazione scollacciata e divertita introduce una versione atemporale degli AC/DC fissati dai ritratti a disegno in un limbo in cui l’età e le abitudini da bad boys sembrerebbero non svanire mai: lo schermo poi si apre in due a lasciare irrompere una motrice vera e propria che troneggerà per tutto lo show dietro la band. Rock n Roll Train serve a dare il benvenuto al gruppo e a far sgolare il pubblico prima che il party, come lo battezza immediatamente Brian Johnson, abbia inizio. Così in sequenza si passa ad un doppio immediato auto tributo: Hell ain’t a bad place to be e soprattutto una Back in Black marziale danno una scossa che nemmeno Big Jack riesce a raffreddare. Poi Dirty deeds done dirt cheap e Shot down in flames: rabbiose, sporche, assatanate. Dopo sei pezzi l’Arena ha un unico dominatore e non poteva essere altrimenti. Angus magnetizza lo sguardo di tutti i presenti, non importa cosa decidano di raccontare gli schermi. In moto perpetuo e elettrificato, posseduto e in preda all’estasi sciorina assoli roventi, sempre sopra le righe, sorretti da riff granitici. Gli stessi che hanno reso Black Ice un classico istantaneo, unica traccia dell’ultimo album con War Machine a riuscire seppur vagamente a reggere il confronto con i capolavori della band. Anticipata da una Thunderstruck tesa e acclamatissima è anche un perfetto aggancio blues alla storica The Jack, storiaccia ormai nota ai più che il buon Johnson racconta sempre con immarcescibile entusiasmo. The Jack è l’unico momento nell’intero concerto in cui Angus resta senza chitarra, anche se per pochi minuti: sulle note licenziose del gruppo dà vita ad uno striptease al rallentatore culminato dall’esposizione di un bel paio di boxer marchiati AC/DC, il tutto ovviamente tra il tripudio della folla.
Johnson sugli scudi oltre che per le interpretazioni perfette e l’abituale gestualità da vecchio sporcaccione anche per la lunga rincorsa con salto verso la campana che annuncia Hell’s Bells (delirio) seguita da una violentissima Shoot to thrill, in cui il pubblico è sembrato non aspettare altro che il momento in cui scatenarsi in un battimani ritmico senza freni.
Mentre scorrono fumetti di un bombardamento eseguito da un aereo AC/DC con tanto di corna a forza di chitarre e belle figliole e War Machine fa il suo corso ho ancora la carica di Shoot to thrill addosso, tanto da rendermi forzatamente conto del motivo per cui Angus e compagni collezionano da anni sold out in ogni dove (oltre a vendere un numero spropositato di album in tutto il globo): suono, carica e impatto live non sono diminuiti negli anni, anzi se possibile il ripetersi del rito decennio dopo decennio ha reso il legame con i fans sempre più stretto e indissolubile.
Dog Eat Dog è una graditissima e sferzante riproposizione dell’ultima ora, tutta giocata sul dialogo potente tra la batteria inappuntabile di Phil Rudd e le chitarre dei fratelli Young: Malcolm è preziosissimo, fondamentale tessitore ombra del gruppo. Il basso di Cliff Williams gode anch’esso di continui momenti di gloria nel reggere le infinite invenzioni di Angus, a suo agio anche negli ammiccamenti radiofonici della non indimenticabile Anything goes. You shook me all night long è cantata dall’intero stadio, preparazione ideale alle celebrazioni finali.
Aprono le scudisciate di una magistrale T.N.T. con lo stage che s’infiamma letteralmente con piccoli fuochi sparsi prima che sulla locomotiva si materializzi un’enorme amazzone gonfiabile di nome Rosie… il riff iniziale lascia senza fiato (AN-GUS – AN-GUS), anche questa volta l’Arena è una sola voce prima che la batteria detti il ritmo di un entusiasmo sconnesso. Dopo una Whole Lotta Rosie così magnifica e devastante, Let There Be Rock è addiritura epica: ogni notte aggiunge un tassello di mito alla storia personale di Angus Young, leader e anima indiscussa della band. Negli amati pantaloncini, distrutto da uno show intero e dalla solita performance unica e stratosferica, capace il più delle volte di annullare nell’attenzione di chi ascolta e chi guarda l’intero gruppo, allunga come tradizione Let There Be Rock oltre ogni limite di durata, regalando con la sua chitarra elettricità pura, adrenalina, entusiasmo. Il pubblico impazzisce quando l’eroe viene elevato sopra la folla, grazie ad un palco rialzabile posto alla fine della passerella che allunga lo stage nel cuore dello stadio. Sdraiato, in preda a fremiti e scosse Angus corre a 360° da terra in un rincorrersi di boati e assoli. Quando ridiscende non conclude il brano, ma gioca all’infinito inseguendo la conclusione preferita. L’intero stadio è ai suoi piedi. Let There Be Rock segna un confine oltre cui è impossibile spingersi: negli encore l’Amsterdam Arena fa festa con Highway to hell e saluta tra profusioni di cannoni con una For Those About To Rock folgorante.
Angus ricomparso dal nulla tra fuochi e fiamme con tanto di cornetti fugge via con il resto del gruppo un attimo dopo l’ultimo sparo. Adorabili, divertenti, rumorosi, ma capaci allo stesso tempo di un sound strepitoso, capitanati da un ragazzaccio geniale che suona come fosse posseduto dall’elettricità che sprigiona, gli AC/DC regalano due ore secche di show e di rock n roll 35 anni dopo l’esordio australiano di High Voltage in una notte che vale alla band l’ennesimo, innegabile e meritatissimo trionfo.

U2
360 Tour 2009 / Amsterdam Arena, Amsterdam - 20.07


01 . BREATHE
02 . NO LINE ON THE HORIZON
03 . GET ON YOUR BOOTS
04 . MAGNIFICENT
05 . BEAUTIFUL DAY
06 . MYSTERIOUS WAYS
07 . I STILL HAVEN'T FOUND WHAT I'M LOOKING FOR
08 . ANGEL OF HARLEM
09 . IN A LITTLE WHILE
10 . UNKNOWN CALLER
11 . THE UNFORGETTABLE FIRE
12 . CITY OF BLINDING LIGHTS
13 . VERTIGO
14 . I’LL GO CRAZY IF I DON'T GO CRAZY TONIGHT
15 . SUNDAY BLOODY SUNDAY
16 . PRIDE
17 . MLK
18 . WALK ON
-
19 . WHERE THE STREETS HAVE NO NAME
20 . ONE
-
21 . ULTRAVIOLET (LIGHT MY WAY)
22 . WITH OR WITHOUT YOU
23 . MOMENT OF SURRENDER / 40

Larry Mullen Jr. cammina verso il palco, sguardo fiero e sorriso mentre sfuma l’introduzione annunciata magnificamente da Space Oddity di David Bowie sparata a tutto volume.
Parte la batteria di Breathe e il resto della band sale sul palco tra un susseguirsi di ovazioni: alla prima pausa del pezzo l’Arena esplode, da subito ai piedi di Bono e degli U2. Le scosse di No line on the horizon fanno nascere echi continui dal pubblico prima che Get on your boots scateni l’audience con i riff di Edge e Magnificent lo irretisca nel gioco di cori lanciato dal gruppo. Quattro pezzi prima che Beatiful day dia scacco matto ai 60.000 di Amsterdam, completamente impazziti sulle note dell’apripista di All that you can’t leave behind, chiusa in modo ispirato con le parole di Blackbird dal White Album dei Beatles. Quando The Edge lancia Mysterious Ways, il basso di Adam guida il pezzo ancor più dell’interpretazione scintillante di Bono: The Claw, il fantascientifico palco che anima le performance della band inizia a risvegliarsi e a mostrarsi in tutto il suo splendore. Già impressionante all’apparire all’interno dell’Arena, quasi costretto in una gabbia di acciaio e vetro, abbatte lo sfondo abituale degli spettacoli rock per creare un open space ospitato da una cangiante struttura tentacolare. Completano la scenografia due ponti mobili che uniscono lo stage ad una passerella circolare che abbraccia e al contempo separa il pubblico.
Quando l’oscurità sopraggiunge Bono è impegnato a raccontare dei trascorsi della band ad Amsterdam, gli show al Paradiso e al Melkweg, il magico porto della città e gli amici in terra d’Olanda, prima tra tutti Anton Corbijn.
Le poche parole scaldano ancor più i presenti che galvanizzati duettano con il gruppo in una versione da brividi di I still haven’t found what I’m looking for, imprescindibile per l’alchimia che riesce a sprigionare ad ogni show.
Una vibrante Angel of Harlem con il pubblico ancora su di giri termina con Bono ad intonare sino allo sfinimento Don’t stop ‘til you get enough (per e a proposito di Michael Jackson) …
In a little while è una carezza, il ricordo della prima notte dell’uomo sulla luna un modo per introdurla e lasciarla scivolare in un collegamento spaziale, viatico ad una trionfale Unknwon Caller: sullo schermo circolare le parole dettano i tempi al pubblico, il coro non si limita alla band, ma all’intero stadio. L’assolo di Edge al termine del pezzo è uno dei momenti più intensi della serata proseguito con eguale emozione e trasporto con un’impagabile The Unforgettable Fire: lo schermo di The Claw si scompone e allunga, avvolgendo la band e lasciando senza fiato sul rincorrersi di riverberi e tessiture che contraddistinguono il brano.
La trasformazione del palco esalta anche una City of blinding lights trascinante prima che Vertigo dia la scarica di adrenalina più intensa dello show (in entrambe le tracce Bono e l’Arena sono una sola voce). L’intenso crescendo rock dei due pezzi tratti da How to dismantle an atomic bomb  è interrotto da una versione techno (?) di I’ll go crazy if I don’t go crazy tonight con Larry a camminare liberamente sulla passerella circolare picchiando sulle percussioni. La sorpresa è acuita dalle battute conclusive del brano che sfuma tra volute di fumo e synth per lasciare spazio a Sunday Bloody Sunday e Pride accolte come logico aspettarsi dal tripudio. MLK è una gemma che inizia mentre il pubblico non riesce a smettere di intonare il cantato di In the name of love.
La voce di Bono rapisce e incanta prima di lasciare spazio a Walk On che si conferma come uno dei migliori della produzione recente del gruppo: compatta ed emozionante, dedicata dalla nascita al premio nobel birmano Aung San Suu Kyi. Tocca poi a Desmond Tutu ricordare il futuro dell’Africa, le sue parole piene di speranza si fondono con l’inizio di Where the streets have no name, strepitosa ed unica nel far gioire ogni notte migliaia di persone. E’ la volta di One e Bono decide di tagliare corto su campagne umanitarie e politica, ricorda come il pezzo abbia un significato intimo differente per ognuno, come sia impossibile vederlo legato ad un’unica causa o senso. Applausi a scena aperta che diventano intensa commozione nel fluire del brano, in particolare nelle invocazioni finali quando anche la chitarra di Edge dà un calore inaspettato.
Dopo una breve pausa sovrastata dal frastuono dell’audience ansioso di rivedere la band irlandese on stage, il ritorno con Ultraviolet: splendida la versione live dominata dalla voce ispirata di Bono e dalla chitarra nervosa di Edge oltre che cullata dai cori a ribadire per l’ennesima volta l’importanza assoluta di Achtung Baby nella storia degli U2.
With or without you e una Moment of Surrender che si conclude con le parole di 40 (immediatamente colte e cantate dal pubblico) sono il termine di uno scambio emozionale incessante sin dalle note di Breathe: The Claw è impressionante per soluzioni e varietà d’ambientazioni, gli U2 si confermano straordinari nel creare un feeling eccezionale con il proprio pubblico ad ogni latitudine, notte dopo notte, live dopo live.  Uno spettacolo incredibile anche per la conformazione che dà un colpo d’occhio impensabile ad un evento rock e per la qualità della performance (tirata e su giri): non c’è che dire l’impatto del 360 tour è sensazionale, ma anche in tutto questo splendore tecnologico resta il legame inscindibile tra band e fans il vero, unico, segreto degli show della band irlandese.

DAVID BYRNE
Songs of David Byrne and Brian Eno / Melkweg Amsterdam - 02.08

01. STRANGE OVERTONES
02. I ZIMBRA
03. ONE FINE DAY
04. HELP ME SOMEBODY
05. HOUSES IN MOTION
06. MY BIG NURSE
07. MY BIG HANDS
08. HEAVEN
09. AIR
10. HOME
11. LIFE IS LONG
12. CROSS EYED AND PAINLESS
13. BORN UNDER PUNCHES (AND THE HEAT GOES ON)
14. ONCE IN A LIFETIME
15. LIFE DURING WARTIME
16. I FEEL MY STUFF
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17. TAKE ME TO THE RIVER
18. THE GREAT CURVE
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19. ROAD TO NOWHERE
20. BURNING DOWN THE HOUSE
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21. EVERYTHING THAT HAPPENS

Di bianco vestito, David Byrne entra in scena passeggiando, seguito dalla propria altrettanto immacolata band: accolto dagli applausi inizia a parlare sommessamente ai fotografi professionisti in prima fila. Passa poi al resto del pubblico dicendo che si possono scattare fotografie e registrare video (anche se da lontano specifica i flash dei telefoni cellulari non potranno fare molto)… il bar è aperto, ognuno può prendere quello che vuole durante lo show, l’intera performance è fatta apposta per mettere tutti i presenti a proprio agio e soprattutto facilitare un rapido upload file a fine concerto… Più che battiti di mani, risate a scena aperta.
In un clima immediatamente intimo Strange Overtones apre il concerto a ricordare come l’ultima collaborazione Eno/Byrne sia il motivo di questo tour centrato sul repertorio realizzato dal duo dai tempi di Fear of Music e My life in the bush of ghosts sino appunto a Everything that happens will happen today. L’indiscutibile carisma di Byrne traspare da ogni traccia, ma va da sé che i brani nati poco più di un anno fa’ non scaldino l’audience quanto i capolavori dei golden years a cavallo del 1980: i più convincenti si rivelano essere I feel my stuff, energica chiusura della prima parte dello show e Everything that happens, ultimo e meditativo encore della serata.
I Zimbra lanciata come un sasso in veste di secondo brano vede l’introduzione sul palco di tre danzatori che si dimostreranno col passare dei minuti un efficace veicolo dell’energia sprigionata on stage: la chitarra di Byrne detta legge e fa venir giù la sala, deliziandola, con Houses in motion.
Poco prima l’unica traccia eseguita da My life in the bush of the ghosts, Help me somebody era stata uno sbalorditivo esempio delle doti anticipatrici e visionarie del lavoro realizzato con Eno: Byrne alla voce rievoca la registrazione originale del Reverendo Paul Morton, scatenando la platea.
My Big Hands (da The Catherine Wheel) e poi Heaven e Air in rapida successione accendono il Melkweg e sono il viatico alle danze collettive che accoglieranno i brani di Remain in light.
Tre perle (Cross eyed and painless, Born under punches e Once in a lifetime) seguite da Life During Wartime che determinano una vertiginoso picco nella qualità comunque elevata dell’esibizione, marchiata a fuoco dai pezzi firmati Talking Heads (viste le reazioni si potrebbe dire siano ancora in piena attività…).
Take me to the river con tutto il gruppo più Byrne in tutù è accolta da una standing ovation che proseguirà sino al termine del concerto: The Great Curve si rivela un colpo da k.o. giocato da maestro, perfetto anche per un ideale commiato.
Non sarà così: dei due ulteriori ritorni sul palco di Byrne è il primo ad abbattersi come un sorprendente uragano emozionale sui presenti con Road to nowhere e Burning down the house (successive al rapporto con Eno sì, ma accolte né più né meno dal tripudio generale).
David Byrne non ha perso nulla in voce e presenza scenica (unica!): adorato dal pubblico di Amsterdam lo strega con ironia e umanità, non solo col talento cristallino che risplende alla luce delle gemme di un’intera carriera. Songs of David Byrne and Brian Eno è un tour irrinunciabile per l’opportunità che dà di ritrovare, concentrate in poco più di due ore, così tante intuizioni e progressioni ritmiche geniali, in grado di sfuggire al momento storico in cui sono state create restando ancora oggi incredibilmente attuali.



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