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2008

Amon Tobin / Beck / Radiohead / Massive Attack
Erykah Badu / Tricky / Roisin Murphy / TV On The Radio

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AMON TOBIN
DJ Set / Melkweg, Amsterdam 13.03


The Max, la sala più grande del Melkweg, si riempie rapidamente intorno alle 22, ora destinata per l’inizio del dj set di Amon Tobin a poco più di un anno dalla pubblicazione di Foley Room.
L’elettronica del brasiliano residente a Montreal ha nel campionamento e nella conseguente decostruzione del suono la principale fonte d’interesse: il risultante caleidoscopio di beat fonde ritmiche spezzate e derivate dal drum n bass con  hip hop, jazz, pop e influenze classiche. Bassi profondi ed echeggianti anticipano cupi crescendo mozzafiato in un susseguirsi di esplosioni secche e rallentamenti al limite dell’ambient.
Amon Tobin piega qualsiasi sonorità al suo devastante trattamento, arrivando a distruggere ogni possibile riferimento ai brani originali mixati con alcune gemme del suo repertorio (Big Furry Head, Foley Room, Reanimator, Slowly, Rhino Jockey … ): nell’ora e tre quarti di performance attimi di pura violenza sonora s’avvicendano a tracce più morbide, animate da battiti lenti e distorti (in grado in ogni caso di far tremare l’intera sala, balconata compresa).
Per lo più piegato su stesso e ipnotizzato dal mixer e dai due piatti di fronte a sé, l’autore di Bricolage e Supermodified ha giocato sapientemente col pubblico, incoraggiandolo e sorprendendolo, sfidandolo con lo sguardo sornione e le mani alzate ad intuire ritmiche non ancora svelate.
La conclusione dello show in un encore sollecitato a gran voce ha unito l’incedere dark di Four Ton Mantis con un campionamento sapiente di Venus in furs dei Velvet Underground: il suono della viola di Cale ripetuto all’infinito su rintocchi sempre più potenti diveniva il perfetto commiato, psichedelico e deviato di un set coinvolgente e cosciente della propria eccezionalità.
Amon salutava così un Melkweg ancora in trance per le ultime scosse, applaudendo i presenti acclamanti prima di allontanarsi con disinvoltura e un ampio soddisfatto scazzo dietro le quinte.
Ad attenderlo il meritato riposo o una corsa al Paradiso, per l’amico DJ Krush?



BECK
Modern Guilt Tour / Melkweg, Amsterdam - 30.06


01. DEVIL'S HAIRCUT
02. NAUSEA
03 .ORPHANS
04. CHEMTRAILS
05. TIME BOMB
06. MINUS
07. GAMMA RAY
08. PROFANITY PRAYERS
09. MODERN GUILT
10. THINK I'M IN LOVE
11. YOUTHLESS
12. WALLS
13. REPLICA
14. EVERYBODY'S GOTTA LEARN SOMETIMES
15. SOUL OF A MAN
16. VOLCANO
17. BLACK TAMBOURINE
18. LOST CAUSE
19. PAPER TIGER
20. SOLDIER JANE

Encore
21. GIRL
22. E-PRO

Beck ritorna ad Amsterdam due anni dopo il tour promozionale di The Information scegliendo nuovamente un’esibizione live come anticipazione di un album ancora in attesa di pubblicazione (Modern Guilt sarà disponibile dall'8 luglio).
Concerto quindi condannato alla convivenza tra brani ancora sconosciuti e tracce tratte dal recente passato dell'artista americano: non si va più indietro di Odelay (1996), ricordato dall'apertura vibrante di Devil's haircut e dal noise rock esplosivo di Minus.
Beck stravolge la band che l'ha accompagnato negli ultimi anni, riducendola a quattro elementi e cercando con forza una veste più intima e spogliata per ogni pezzo proposto. La studiata spettralità di Modern Guilt si perde così nella sua riproposizione live, densa di reminiscenze garage e influssi desertici (spiccano in particolar modo Gamma Ray, Soul of a Man, Walls, Chemtrails e la stessa title track).
Altra inversione netta rispetto al passato l'assenza di frizzi, lazzi e giochetti da buontemponi che animavano ogni show di Mr. Hansen: in questo caso assistiamo ad una riedizione venata di pop d'autore degli spettacoli dei Ramones (brani veloci uno dopo l'altro, senza chiacchere col pubblico) che esalta percussioni e seconda chitarra (femminile ed ispirata).
Il gruppo crea atmosfere ideali per mettere in luce la ritrovata vena chitarristica di Beck, assoluta protagonista della serata: dall'assolo distorto di Black Tambourine agli echi di Think I'm in love sino alle deflagrazioni della conclusiva E-pro sono le sue corde a dettare ritmi e tempi della performance. Da registrare l'efficace impatto live di Time Bomb (singolo realizzato solo in digitale l'anno scorso) e una versione applauditissima di Everybody's Gotta Learn Sometimes, incisa nel 2004 per la colonna sonora di Eternal Sunshine of a Spotless Mind di Micheal Gondry. Interessante infine la rilettura elettrica di Lost Cause e Paper Tiger, gemme del mai dimenticato Sea Change accolte calorosamente al pari di una Soldier Jane nobilitata dalla dimensione live.
Lo show corre via velocemente pezzo dopo pezzo (ventidue in poco meno di un’ora e mezza) dando l'attuale cifra stilistica del suo protagonista, impegnato in una rilettura minimale e piuttosto malinconica del proprio suono: bando all'elettronica e elettricità sugli scudi in un concerto sospeso tra sapienza compositiva e ritrovate necessità autoriali. La messe di applausi finale provocata da Girl e E-Pro lo vorrebbe ancora sul palco, ma Beck se ne va a testa bassa sussurrando il primo e unico "thank you" della serata, dopo aver dato vita ad un concerto di grande intensità e coerenza, intimo e mai banale nonostante la propria dichiarata volontà anti-spettacolare, completamente costruito attorno alle sonorità del nuovo arrivato Modern Guilt.


RADIOHEAD
Live at Westerpark 2008 / Westerpark, Amsterdam - 01.07


01. BODYSNATCHERS
02. ALL I NEED
03. THE NATIONAL ANTHEM
04. 15 STEP
05. LUCKY
06. NUDE
07. STREET SPIRIT (FADE OUT)
08. THERE THERE
09. THE GLOAMING
10. WEIRD FISHES/ARPEGGI
11. IDIOTEQUE
12. FAUST ARP
13. VIDEOTAPE
14. JUST
15. BANGERS + MASH
16. EVERYTHING IN ITS RIGHT PLACE
17. RECKONER

Encore 1
18. HOUSE OF CARDS
19. CLIMBING UP THE WALLS
20. A WOLF AT THE DOOR
21. JIGSAW FALLING INTO PLACE
22. KARMA POLICE

Encore 2
23. SUPER COLLIDER
24. HOW TO DISAPPEAR COMPLETELY
25. PLANET TELEX

I am open, are you coming to let the shadows back into the boxes, to put the shadows back into the boxes. Con queste parole Thom Yorke concludeva l’inedita Super Collider, terz’ultima traccia dello show, eseguita per voce e piano. Il leader dei Radiohead creava l’ennesimo momento magico, intimo e sognante della serata, amplificato dalla (finalmente) sopraggiunta oscurità. Inizia qui, al terzo encore, la fine di un esibizione elettrizzante come e più che in passato.
L’innesto dei brani di In Rainbows è perfettamente riuscito ed è il collante dell’intera performance: dalla violenza di Bodysnatchers alle alchimie di 15 step sino all’indefinibile straordinarietà di tracce come Weird Fishes/Arpeggi o House of Cards capaci di far convergere allo stesso tempo grande emozione e un’infinita ammirazione per le qualità della band.
In gran luce anche composizioni più intime come Nude (prima raccolta e poi suadente in tutta la sua triste consapevolezza), Faust Arp (un gioco a due tra Greenwood e Yorke), Videotape (con la batteria di Selway a creare una possente “quinta” al pianoforte di Thom) e All I need che come seconda traccia porta da subito il concerto in una realtà completamente a sé stante. Reckoner (scelta come conclusione per il set principale) e Jigsaw falling into place assurgono addirittura allo status di inni nella notte lucente di Amsterdam: cantate e seguite all’unisono dall’intero pubblico lasciano a bocca aperta per come coinvolgano ed esaltino tutti i presenti. Suscita il medesimo entusiasmo una tiratissima Bangers + Mash (con Thom ironico e occhialuto batterista...): rilettura contemporanea dell'approccio noise ed isterico del gruppo ne ribadisce l’attualità peraltro evidente nelle esecuzioni traboccanti di elettricità di Just (accolta da un boato), Lucky e The National Anthem.
Il contraltare elettronico non è da meno: The Gloaming diviene ogni anno più sperimentale mentre Idioteque e Everything in its right place sono ormai momenti fantastici ed irrinunciabili di ogni show della band di Oxford.
E ancora il piacere di riascoltare Street Spirit, eterea e commovente, There There con la sua strepitosa tripla percussione iniziale e il successivo deflagrare delle chitarre e il valzer feroce di A wolf at the door a introdurre la commozione di tutto l’audience teso a sostenere le invocazioni di Thom nell’attesa Karma Police. Su tutte Climbing Up the Walls, sporcata da echi e interferenze, cupa e distorta come quando a Verona sette anni fa’ incontrai i Radiohead per la prima volta durante il tour successivo a Kid A.
Le parole di Super Collider, le ombre riposte in scatole arrivano solo ora. E’ un altro culmine, ispirato e sbalorditivo nella sua semplicità tanto da far apparire solo per qualche secondo chiaro il suo significato, subito pronto a svanire nella psichedelia malinconica di How to disappear completely.
I’m not here, this isn’t really happening...
La chiusura di Planet Telex dà nuova forza e carica elettrica alla prima traccia di The Bends, più veemente e colma di rabbia repressa rispetto all’originale e annegata in uno sfavillio di neon colorati.
Mentre si spengono gli ultimi echi e l'aria resta satura di elettricità, Thom, Jonny, Colin, Ed e Phil salutano compiaciuti il proprio incantato pubblico, applaudendolo. Avessero continuato per ore, c'è da giurarci, non si sarebbe mosso nessuno, nemmeno di un millimetro.


MASSIVE ATTACK
Opening act: GOLDFRAPP
Live at Westerpark 2008 / Westerpark, Amsterdam 03.07


GOLDFRAPP

01. PAPER BAG
02. A&E
03. YOU NEVER KNOW
04. MONSTER LOVE
05. LITTLE BIRD
06. HAPPINESS
07. OOH LA LA
08. CARAVAN GIRL
09. TRAIN

Alison Goldfrapp e la sua creatura arrivano sul palco nella versione bucolica e neo hippy del nuovo album: scalza, boccoli biondi al vento e atteggiamento da appagata dea dell’amore, la cantante inglese solletica i presenti con le carezze di Paper Bag e A&E, come dire capo e coda della sua produzione.
Da Felt Mountains a Seventh Tree il passo non è breve, anche se Monster Love e soprattutto Little Bird sembrano attutire le differenze. La band nella versione live è formata da due coriste dedite all’arpa e alle tastiere, un violino, chitarra, percussioni e batteria.
On stage garantisce cesellature, ma anche accelerazioni: introdottI dagli echi 80s di You never know, i crescendo del gruppo divertono l’audience prima con la gioiosa marcia di Happiness, poi con le divagazioni sexy di Caravan Girl.
Le ancelle di Alison e i maschi tutti in bianco della band diventano più lascivi sulle note glam di Ooh La La, ma è solo la conclusiva Train a scaldare il pubblico, grazie alle distorsioni elettroniche che dettano un ritmo scontato, ma efficace e agli sfregamenti di Alison evidentemente vogliosa dopo una performance casta e in gran parte acustica.


MASSIVE ATTACK

01. ALL I WANT
02. MAROONED
03. RISING SON
04. TEARDROP
05. 16 SEETER (GIRL I LOVE YOU)
06. KINGPIN
07. MEZZANINE
08. HARPSICHORD
09. RED LIGHT
10. INERTIA CREEPS
11. SAFE FROM HARM
12. MARAKESH (ATLAS AIR)

Encore 1
13. ANGEL
14. UNFINISHED SYMPATHY
15. DOBRO

Encore 2
16. KARMACOMA

3D non è più solo. Daddy G è tornato.
Non solo sul palco, dove la sua presenza è rimasta costante nonostante il coinvolgimento praticamente nullo nella produzione di 100th window, ma in sala controlli.
La loro presenza congiunta dietro al mixer d’ordinanza garantisce da sola l’entusiasmo del pubblico: per le inedite All I want (dove Daddy G fa la sua prima comparsa al microfono dopo il lungo cantato di Yolanda Quartey) e Marooned (tesa e ad hoc per la voce di 3D)   si dividono la scena senza duettare.
L’aria di complicità nel duo è evidente, nonostante un atteggiamento d’ostentata padronanza della situazione. Una versione nerissima di Rising Son, tutta giocata sulla distorsione della chitarra e le liriche sussurrate da Del Naja e Marshall non può far altro che amplificare a dismisura questa sensazione.
Teardrop permette all’incantata Stephanie Dozen di strappare la prima ovazione a scena aperta della serata: la sua presenza nelle nuove composizioni è costante e impressiona nella psicotica Kingpin e in Marakesh, nervosa e orientaleggiante conclusione del main set, eseguita in coppia con 3D. In questo brano in particolare le armonie della cantautrice americana e le parole taglienti del leader dei Massive Attack creano un effetto ipnotico regalando uno dei momenti più memorabili della performance.
Red Light appare invece più eterea, nonostante la deriva folk che l'attraversa e una ritmica sorretta da bassi potenti e dilatati (una costante questa dell'intero set).
L’arrivo di un Horace Andy accolto come sempre a gran voce dal pubblico è il viatico a 16 Seeter, brano che incrocia il cantato gioioso del roots singer giamaicano con cupe esplosioni sonore. Andy, collaboratore del collettivo di Bristol sin da Blue Lines, ritornerà poi sul palco a intonare un’attesa e coinvolgente Angel: le tracce di Mezzanine restano a distanza di dieci anni dalla loro pubblicazione il centro della performance dei Massive Attack tanto da costituire oggi la vera essenza del loro suono. Inertia Creeps e la stessa Mezzanine regalano attimi vibranti, in bilico tra elettronica e rovesci elettrici: solo Safe from Harm suscita emozioni maggiori. Già al centro della scena nella sognante Harpsichord, Yolanda Quartey è superlativa nel ruolo che fu di Shara Nelson mentre la band esalta gli aspetti più noise del brano: 3D la dirige verso una conclusione prolungata e sibilante, dopo essersi goduto il cantato sottovoce del pubblico che l’ha accompagnato per tutte le sue parti vocali.
Medesime ovazioni per la cantante di colore nell’esecuzione Unfinished Sympathy, con il solo Daddy G al mixer. Presenza obbligata la sua anche per il successivo nuovo incontro con Del Naja nell’inedita Dobro, una traccia che rilegge con grande efficacia le potenzialità del duo, rimaste in sospeso da troppo tempo. Facile perdersi nelle loro liriche e praticamente impossibile non essere conquistati dalla progressione violenta del pezzo e dal suo lungo incandescente finale.
Karmacoma semplicemente non può mancare: una versione molto più elettrica che in passato soddisfa i residui desideri del pubblico, completamente ripagato del suo calore.
La sorpresa generata dalle nuove tracce ha avuto un ruolo fondamentale nello show, ma seguendo le dichiarazioni di Del Naja resta ancora difficile ipotizzare una forma definitiva per il nuovo album: di primo acchito appare meno cupo del completamente ignorato 100th window e più legato ai brani già noti proposti in concerto, quasi un ponte tra Mezzanine e Blue lines.
In ogni caso il ritorno dei Massive Attack ad essere una coppia non solo di nome, ma anche di fatto è quanto di più appagante si potesse immaginare dopo quasi quattro anni di assenza dalle scene. Il modo in cui entrano in contatto con il pubblico, lo scuotono e lo accarezzano, è degna dei migliori ricordi ed è ad oggi il segnale più interessante per il loro futuro.


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