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2007
Air / Cinematic Orchestra / The Rolling Stones
Chemical Brothers / Daft Punk / Bjork
Erykah Badu / Nouvelle Vague
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DAFT PUNK
Five Days Off: Alive 2007 / HMH, Amsterdam - 04.07
01.ROBOT ROCK
02.OH YEAH
03.TOUCH IT
04.VOYAGER
05.TECHNOLOGIC
06.TELEVISION RULES THE NATION
07.CRESCENDOLLS
08. STEAM MACHINE
09. AROUND THE WORLD
10.HARDER BETTER FASTER STRONGER
11.BURNIN
12.TOO LONG
13. FACE TO FACE
14.SHORT CIRCUIT
15.ONE MORE TIME
16.AERODYNAMIC
17.FORGET ABOUT THE WORLD
18.BRAINWASHER
19.PHOENIX
20.PRIME TIME OF YOUR LIFE
21.ROLLIN AND SCRATCHIN
22.ALIVE
23.DA FUNK
24.DAFTENDIREKT
25.SUPERHEROES
26.ROCK N ROLL
27.HUMAN AFTER ALL
28.REVOLUTION 909
29.ONE MORE TIME
30.TOGETHER
Tutto sembra normale sino allo spegnimento delle luci. Da quel momento un pubblico già su di giri per il dj set d'apertura di Sebastian e Kavinsky, perde letteralmente il controllo per l'arrivo di due robotici francesi, completamente vestiti di pelle e con il volto coperto da un casco.
Eccoli, i Daft Punk. All'interno di una piramide tridimensionale attaccano Robot Rock tra lampi di luce bianca mentre i bassi e le distorsioni prendono rapidamente il dominio della scatola nera dell'Heineken Music Hall. Ma il duo non si limita ed eseguire i propri pezzi, li sottopone piuttosto ad un remix live o meglio alla contaminazione con l'intera produzione del gruppo. Lo show diviene così un viaggio dentro i loro primi dieci anni, da Homework a Human after all attraverso Discovery. Sconvolgenti per potenza e suggestioni visive le esecuzioni di Television rules the nation, Harder better faster more, Aerodynamic, Alive ed ovviamente Brainwasher mixata con Rollin' and Scratchin... Ogni pezzo viene liberato all'interno di altri, un continuo gioco di rimandi e sollecitazioni a cui il pubblico risponde con enorme entusiasmo. D'altronde basta guardare uno di quei due caschi ondeggiare sopra la folla, incitarla o semplicemente ringraziarla per comprendere come i Daft Punk già oggi sfiorino la leggenda. Rielaborare sè stessi oltre che le sonorità degli ultimi trent'anni e restituirle in un unico mix senza fiato non è cosa da tutti. Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homem-Christo lo fanno scegliendo di trasformarsi in icone, svanendo dietro i beat delle loro composizioni e i giochi di luce di un magistrale quanto austero light show. Una scelta che riporta al passato, sebbene i loro racconti trasportino nel futuro. Un futuro preconizzato, ma mai realizzato di cui oggi restano solo i cascami, prodotti tecnologici che non rappresentano più una qualsivoglia fiducia nel progresso, ma piuttosto lo sfruttamento massimo e capillare del medesimo concetto (buy it, use it, break it, fix it, trash it, change it, melt it, upgrade it, charge it, point it, zoom it, press it, snap it, work it, quick - erase it, write it, cut it, paste it, save it....). Un basso senza fine e i groove che s'impongono all'improvviso tra sventagliate noise e coretti pop. La performance dei Daft Punk è un culmine continuo, capace di crescere a dismisura nelle battute conclusive, quando Da Funk e Human after all dettano il ritmo e i robot sembrano impazzire. Poi sugli ultimi battiti restano solo i contorni di due figure mentre le tute e i caschi si illuminano in simultanea nel buio. Nella mia testa echi, flash luminosi, elettricità, stanchezza e poche, semplici parole che risuonano incessanti.
ROCK. RO-BOT ROCK.
BJORK
Volta World Tour 2007 / Westerpark Amsterdam - 10.07
01. EARTH INTRUDERE
02. COVER ME
03. PAGAN POETRY
04. HUNTER
05. ALL IS FULL OF LOVE
06. THE PLEASURE IS ALL MINE
07. JOGA
08. HOPE
09. ARMY OF ME
10. INNOCENCE
11. I MISS YOU
12. FIVE YEARS
13. IMMATURE
14. WANDERLUST
15. HYPERBALLAD
16. PLUTO
17. OCEANIA
18. DECLARE INDEPENDENCE
Il cielo diventa ogni giorno più grigio, ma Westerpark si riempie facilmente nonostante l'estate ad Amsterdam non sia ancora arrivata. Dopo un non indimenticabile Jamie Lidell, sospeso tra soul e elettronica noise, un gruppo d'araldi s'impadronisce del palco, poi tocca ad un insospettabile maestro ed al resto della band. Infine, correndo, arriva lei. Vestita in bianco e rosso e animata da un'incredibile forza Bjork appare a passo di carica, sulle note dell'ultimo singolo Earth Intruders. Ammalia la platea con una rilettura non proprio easy listening di Cover me (solo voce e "organo"), prima di trasportarla in un altro spazio/tempo con gli echi e le invocazioni di Pagan Poetry, All is full of love e Joga. Hunter è un piccolo gioiello di ritmo ed interpretazione, ma la sorpresa d'inizio concerto è The pleasure is all mine da Medulla che live trova un'inpensabile nuova dimensione, meno angosciosa e più carezzevole. Le scosse arrivano da Hope e Army of me (applauditissima) prima che I miss you, Five years e Immature rileggano le atmosfere di Post e Homogenic alla luce del nuovo sound sorretto e progettato sui fiati, assoluti protagonisti dell'appena pubblicato Volta. I movimenti di Bjork sono ipnotici, incanta ballando su ritmi industriali come se seguisse una personale e dolcissima traiettoria, morbida e naturale. Wanderlust è solo un'introduzione a Hyperballad e Pluto, liberazione sabbatica di groove e percussioni elettroniche ritmata dalla voce e dalle urla di una sacerdotessa che sembra non avere età. Piegata all'innovazione del suono, ma mai schiava di esso, consapevole di sè e votata ad una tenera quanto raggelante pazzia Bjork crea una performance modellata sul suo essere. Tanto che negli "encore" convivono l'incantesimo di Oceania (un'altra gemma da Medulla) e la violenza distorta e senza posa di Declare Independence. Un'accelerazione che lascia senza parole, tra laser e luci intermittenti. Una piccola, meravigliosa, ragazza islandese che salta ed urla per tutta la lunghezza di un palco adornato d'arazzi e immagini antiche, ma senza passato. La sorpresa sta in chi guarda, sbalordito mentre inizia ad intonare, come un tutt'uno con il resto del pubblico, una scomposta dichiarazione d'indipendenza. (Higher, Higher!) ... (Higher, Higher!) .... Declare independence! Don't let them do that to you! And raise your flag! (Higher, Higher!) ... (Higher, Higher!) ... (Higher, Higher!) ... (Higher, Higher!) ... (Higher, Higher!) ....
ERYKAH BADU
Paradiso, Amsterdam - 12.08
0ronaca di un trionfo annunciato.
L’accoglienza che il Paradiso ha riservato la scorsa notte a Erykah Badu era ampiamente preventivabile sin dal giorno della messa in vendita dei biglietti per uno show divenuto sold out in nemmeno quarantotto ore.
A distanza di quattro anni dall’ultimo album la Badu ritorna ad Amsterdam tra le braccia dell’adorante pubblico olandese per lanciare e testare la sua prossima fatica discografica (pubblicazione prevista tra settembre e ottobre) e per ricordare il suo status assoluto di Diva.
Introdotta da band e coriste l’entrata in scena di Erykah è lenta e mozzafiato. S’avvicina al microfono mentre il gruppo interrompe finalmente una lunghissima intro, miagola un saluto e l’audience si zittisce, ammaliata.
In trench blu e abito turchese, tacchi vertiginosi, fuseaux e capelli lisci un po’arruffati la Badu tiene le redini dello spettacolo con autorità e ironia, la sua voce e la sua gestualità s’impongono ad ogni esecuzione cancellando o quasi il resto dello stage.
Si muove morbida tra ritmiche jazz e funky, psichedelia alla Sly and the family Stone e influenze soul, r&b e hip hop (cita Missy Elliott mentre gioca con un laptop e delle percussioni elettroniche, ma senza troppa convinzione…). Incantevole (da Baduizm: Rimshot, On and On, Appletree, Otherside of the game…) , impegnata (da Mama’s Gun: Penitentiary Philosophy, Bag Lady…) o elettronica e sperimentatrice (da World Wide Underground: Back in the day, Woo, World keeps turnin’, I want you…) Erykah semplicemente lascia senza parole.
Nessun megaschermo, diavolerie da showbiz a Las Vegas, coreografie megalomani o ammiccamenti soft core. Luci ridotte al minimo, atmosfera sfacciatamente jazzy molto più che r&b.
La Badu dialoga con il pubblico, scherza con un fortunato in prima fila ed infine s’abbandona anche allo stage diving: tre tuffi che la lasciano senza fiato, mentre commossa sta per concludere la sua esibizione.
Tyrone da Baduizm Live perché gli occhi le si velino di lacrime: fu un successo, ma in fondo non era altro che una b-side pubblicata per cavalcare l’onda del suo incredibile esordio. Ogni nota, ogni strofa o respiro Erykah ieri ha potuto vederla davanti un sé, migliaia di fans in attesa di un suo segno mentre cantavano proprio Tyrone all’unisono.
Il Paradiso trema prima dei bis mentre due energumeni dell’entourage della soul diva scaldano la folla: Ba-Du, Ba-Du…Così per una decina di minuti (in Olanda dove spesso sono più attenti e compassati che scatenati e pronti agli applausi a scena aperta si tratta di una sorta d’avvenimento).
Lei ritorna come da copione, sexy e pronta a regalar carezze. Ed ancora una volta è impossibile togliere gli occhi dal centro del palco, impossibile non restare incantati e farsi cullare dall’ipnotica dolcezza della sua voce.
NOUVELLE VAGUE
Amsterdam Dance Event 2007 / Melkweg, Amsterdam - 18.10
01. KILLING MOON (Echo and the Bunnymen)
02. DON'T GO (Yazoo)
03. EVER FALLEN IN LOVE (Buzzcocks)
04. HUMAN FLY (The Cramps)
05. THIS IS NOT A LOVE SONG (P.I.L.)
06. GUNS OF BRIXTON (The Clash)
07. A FOREST (The Cure)
08. TEENAGE KICKS (The Undertones)
09. DANCE WITH ME (Lords of the new Church)
10. HEART OF GLASS (Blondie)
11. SWEET AND TENDER HOOLIGAN (The Smiths)
12. SWEET DREAMS (Eurythmics)
13. ISRAEL (Siouxsie & the Banshees)
14. LOVE WILL TEAR US APART (Joy Division)
15. RELAX (Frankie goes to Hollywood)
16. TOO DRUNK TO FUCK (Dead Kennedys)
17. IN A MANNER OF SPEAKING (Tuxedomoon)
Prima esibizione live per i Nouvelle Vague di Marc Collin e Olivier Libaux ad Amsterdam in occasione dell’annuale Amsterdam Dance Event.
La band francese divenuta un piccolo cult per la sua rilettura di pezzi new wave in chiave sexy ed acustica arriva al Melkweg con due vocalist d’eccezione, entrambi presenti nell’ultima fatica del gruppo, Bande a part.
Melanie Pain è la voce francese insolente e vagamente imbronciata che caratterizzava anche il disco d’esordio (“sue” Teenage Kicks e This is not a love song): con malcelato disinteresse finge d’esser timida o addirittura scontrosa mentre canta tenendosi con la mano il pizzo della gonna e battendo le scarpette argento sul pavimento.
Vicino a lei sin dal secondo pezzo l’inaspettato mattatore della serata Gerald Toto, cantate d’origine creola scoperto da Collin per le registrazioni di Bande a part e anima live del gruppo.
Il suo senso ritmico s’impadronisce della musica (riletta) dai Nouvelle Vague assicurando a Don’t go, Human fly, Heart of glass (acclamatissima) e Israel groove differenti e incredibilmente vicini alle sonorità reggae rispetto alle registrazioni su album.
Il suono della band è spogliato in gran parte da effetti elettronici: l’accompagnamento essenziale della chitarra acustica di Collin s’unisce a batteria e contrabbasso e accetta solo come complemento le tastiere di Libaux, mai in primo piano.
Va da sé che un concerto dei Nouvelle Vague sia fatto per cullare e cantare, vista la consapevole ed ammaliante rilettura di brani spesso considerati “intoccabili”. Guns of Brixton e A forest tanto per citarne due dei più riusciti seppur lontano anni luce dalla forza e dal fascino degli originali convincono e strappano applausi senza alcuna fatica. Al repertorio della band si aggiungono anche due pezzi come Relax e Sweet dreams che non fanno altro che aumentare la partecipazione del pubblico alla performance live. L’apice dello show viene raggiunto con l’esecuzione di Love will tear us apart ri-costruita su continui crescendo di batteria e chitarra (Melanie l’annuncia così: “This is the last song, but is Love will tear us apart").
Non è la conclusione, ma il viatico a un doppio encore, il primo concluso da una travolgente Too drunk to fuck (ancora con la vocalist francese sugli scudi, a svuotare una bottiglia di vodka tra le prime file…d’altronde con un pezzo così…), il secondo e ultimo dall’intima e sognante In a manner of speaking.
Marc Collin sibila un “Merci” lontano dal microfono prima di salutare mentre “la sua creatura” lo segue docile nel backstage. Un’inarrestabile voglia elettrica lo sta attendendo dopo un’ora e mezza completamente acustica.
Le copie di Buzzcocks e Honeymoon Killers, Sylicone Teens e The Stranglers accomodate su un divano lo aspettano come un benefattore: “suonaci e risuonaci Marc, ma non lasciarci qui, nella polvere…”.
Collin guarda i suoi dischi e annuisce senza parlare, consapevole che nemmeno lui d’altronde potrebbe (più?) fare a meno di loro.
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