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2006
Lou Reed / Depeche Mode / Roger Waters
The Rolling Stones / Beck / Radiohead / The Knife
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LOU REED
Italian Tour 2006 / Palabam Kennedy, Mantova - 25.02
01. PARANOIA KEY OF E
02. SWORDS OF DAMOCLES
03. THE DAY JOHN KENNEDY DIE
04. GASSED AND STOKED
05. TELL IT TO YOUR HEART
06. ROCK MINUET
07. WHY DO YOU TALK
08. MY HOUSE
09. MY RED JOYSTICK
10. STREET HASSLE
11. WHO AM I?
12. SWEET JANE
C'era una volta Lou Reed.
Prima ai lati delle strade con John Cale a cantare di pusher e frustini.
Poi si dovette abituare agli occhiali da sole per evitare di essere accecato dalle proiezioni dell'Explosive Plastic Inevitable, di fronte a Warhol con i suoi Velvet Underground. Dopo quattro anni abbandonò la sua creatura per tingersi di biondo e incarnarsi come icona glam, comprensiva di unghie laccate e della compagnia fissa di David Bowie. Ad ogni intervista concessa dal 1980 in poi Lou Reed ribadisce che è lontano anni luce da quel mondo. La speranza però è sempre l'ultima morire...
Quarant'anni dopo Lou Reed sta tenendo un tour italiano da tutto esaurito di 13 date, da Torino a Mantova, Pordenone, Firenze, Milano, Roma. L'interesse al solito verte tutto sulla scelta dei brani...
La scaletta proposta (la medesima per ogni performance) non concede nulla al pubblico (ovviamente, verrebbe da dire...) a parte Street hassle, datata 1977.
Per il resto un ripescaggio che tiene soprattutto conto del periodo non certo indimenticabile (per usare un eufemismo…) intercorso tra The blue mask (1982) e Magic and loss (1992) compreso un tuffo nel peggio della sua produzione con il recupero della patetica Tell it to your heart da Mistrial del 1986.
Ed ancora The day John Kennedy die, My red joistick, Swords of Damocles, Gass and stoked…
Perché? La risposta è molto semplice. Lou Reed non sceglie i brani dei suoi concerti: chiede solo alla band un determinato impatto sonoro lasciando i componenti del gruppo liberi sulla proposta dei pezzi. Lui ribadisce a parziale ed improbabile scusante che impazzirebbe se dovesse ogni volta mettere mano ad un repertorio dotato (secondo il suo autore) della medesima dignità e valore in ogni singola traccia apparsa su un album a suo nome…
Paranoia in the key of E e Rock minuet entrambe tratte da Ecstasy (2000) sono le due migliori performance della serata: la chitarra di Lou è tagliente e distorta e libera note che s'avvicinano elettricamente ad una improvvisazione jazz, esattamente come nei desideri dell'uomo di New York City.
I crescendo di My house (dedicata al mentore Delmore Schwartz) e Why do you talk (quasi irriconoscibile rispetto all'originale) si assomigliano troppo per esseri veri, ma riescono comunque a scaldare una platea che spera al termine di ogni esecuzione di riconoscere la successiva serie di accordi. Niente da fare.
La chiusura è su Who am I? il brano simbolo di The Raven (2004), l'ultimo concept album ispirato alla figura di Edgar Allan Poe e ai suoi racconti: sul palco compare il maestro di tai chi di Lou a New York per eseguire alcuni esercizi spirituali. Tutto ciò avviene in un luogo terribile per la musica come il Palabam di Mantova, capace di proporre una pessima acustica ed una ancor più triste ambientazione per un concerto: una costruzione in cemento situata tra la statale e un centro commerciale, attorniata da enormi parcheggi. Il contrasto con quanto accade sul palco è stridente.
Per assurdo esiste qualcosa che è distante anni luce anche da questi due opposti: la terza via è quella che incontra la richiesta del pubblico. Per quanto si possano amare gli ultimi 35 anni di Lou Reed risulta quasi impossibile scindere la sua figura dai Velvet Underground, non solo per un aspetto sentimentale, ma anche e soprattutto per la qualità straordinaria della produzione che in tre album ha incarnato il senso ultimo rumoroso e scarnificato del rock n roll. Ed è anche molto difficile dimenticare Transformer (1972) e Berlin (1973), completamente ignorati in questo tour.
Per questo quando dopo un'ora e venti minuti di show il gruppo saluta tutti ed esce nel palazzetto si scatena una sorta di lieve isterismo (un avvenimento visto che siamo a Mantova...): il pubblico si alza dalle sedie, si accalca sotto il palco e reclama a gran voce.
Riappare la band.
Poco dopo fa capolino Lou.
Attacca Sweet Jane.
Logica ovazione ai primi tre accordi.
Dopo qualche minuto vorrei che la sua voce scomparisse.
E' indolente, scazzata, senza senso.
La coda strumentale viene addirittura interrotta prima del suo naturale termine.
Lou dice due inutili frasi di rito e se ne va.
Un solo bis, un'ora e trenta scarsa di esibizione, dodici pezzi, Sweet Jane suonata tanto per avere la coscienza pulita.
La band sceglie i brani, lui glorifica l'I-pod e il tai chi, parla di amplificatori e sconosciuti musicisti croati.
Ha 64 anni ed è da sempre intransigente. Crede di essere il miglior musicista rock del pianeta, si dice sicuro (e qui è difficile dargli torto…) che i Velvet Underground fossero i numeri uno e lo siano ancora. Eppure evita i brani di quel periodo e glorifica (da anni) i suoi momenti meno ispirati. Se questo atteggiamento meriti rispetto o un vaffanculo è difficile dirlo. Tanto per lui non fa differenza.
Niente fa differenza se sei Lou Reed.
DEPECHE MODE
Touring the Angel 2006 / HJF - Autodromo, Imola - 16.06
01. INTRO
02. A PAIN THAT I'M USED TO
03. A QUESTION OF TIME
04. PRECIOUS
05. SUFFER WELL
06. HOME
07. WALKING IN MY SHOES
08. STRIPPED
09. IN YOUR ROOM
10. JOHN THE REVELATOR
11. I FEEL YOU
12. BEHIND THE WHEEL
13. WORLD IN MY EYES
14. PERSONAL JESUS
15. ENJOY THE SILENCE
16. SHAKE THE DISEASE
17. PHOTOGRAPHIC
18. NEVER LET ME DOWN AGAIN
La maggior parte del pubblico arriva all'autodromo di Imola dopo le 20, quando il set degli inutili e forse per questo sovrastimati Negramaro sta per concludersi.
Il buio s'impadronisce della scena e con il calar della luce aumentano i beats elettronici della lunga introduzione che accompagna l'arrivo sul palco dei Depeche Mode.
Visto il successo di Playing the angel, logico aspettarsi come apertura A pain that I'm used to, perfetta per irretire il pubblico con bordate di rumore e far divertire un Dave Gahan che non aspetta altro che scatenarsi sul palco.
Così è stato e da quel momento la parte più deludente del festival è diventata per molti un ricordo lontano.
Gahan è tirato a lucido, niente schermi accesi sul primo pezzo, solo le luci on stage ad illuminare la band con tanto di tastiere fantascientifiche e chitarrista alato… Non solo un chitarrista, ovviamente. Martin Gore, striscia blu dipinta sugli occhi e gli anni che sembrano non passare mai.
Il volto di Gahan invece alla prima inquadratura sui monitor appare profondamente segnato nonostante la maschera bianca che lo copre e il fisico asciutto e nervoso, sempre orgogliosamente mostrato.
Non c'è tempo per respirare, appena si spengono le inquietudini sonore di A pain that I'm used to, inizia A question of time, il ritmo e l'entusiasmo della serata cresce a dismisura e siamo solo al secondo pezzo…
Precious, il singolo perfetto di Playing the angel e Suffer well ribadiscono, come se fosse necessario, una serie di fatti noti: l'attualità del suono della band inglese, la capacità di creare motivi con un senso di speranza nascosto dietro la tristezza e la sofferenza dei testi, l'eccezionalità dell'esibizione live.
Gore prende il centro della scena per intonare Home, unico brano selezionato da Ultra e proposto in versione più leggera e meno cupa rispetto all'originale. Neanche il tempo per riordinare le idee che uno strano uomo con una testa d'uccello compare sugli schermi alle spalle del gruppo. Gli applausi iniziano ancor prima delle note iniziali di Walking in my shoes. Primi anni '90, faceva freddo e c'era nebbia, si usavano le cuffie e non gli auricolari. Songs of faith and devotion era spesso con me. Ritornano tutte queste sensazioni nelle luci blu del palco squarciate improvvisamente di rosso. Il lavoro di post-produzione video che integra lo show è eccellente, le immagini vengono riprese in diretta e manipolate live sui tre grandi monitor posizionati diagonalmente alle spalle dei Depeche Mode e sui due canonici laterali che sovrastano le torri degli amplificatori.
Stripped è una gemma datata 1986, sempre più affascinante, erotica, perversa.
In your room viene eseguita nella sua versione più rock, con pianoforte e chitarra al posto delle tastiere e dei loop ossessivi che la facevano apparire come il pezzo più dark di Songs of faith and devotion mentre la successiva John the Revelator vede Gahan esibirsi nuovamente in uno dei suoi numeri preferiti, il 360 con l'asta del microfono tenuta tra le spalle, dietro la testa. Una traccia quest'ultima che difficilmente uscirà dalle scalette dei concerti della band dei prossimi anni. Senso ritmico e testo, ironia di fondo, il lato selvaggio di Playing the angel.
Subito dopo I feel you proposta in versione estesa e con una cattiveria indimenticabile è l'inizio della fine…
Una strepitosa Behind the wheel funziona così da ponte verso i brani di Violator. Dopo World in my eyes, tocca a Personal Jesus e Enjoy the silence. Due boati da parte del pubblico mentre Gahan e Gore giocano tra loro, la voce e la chitarra che si rincorrono. Appaiono croci e re, sedie a sdraio e segnali telefonici.
Personal Jesus potrebbe continuare all'infinito, il pubblico in visibilio smette d'intonare "Reach out and touch faith" solo all'attacco di Enjoy the silence, cantata all'unisono (con prevalenza di voci femminili, quando solo pochi minuti prima erano i cori maschili a farla da padrone…) e sorretta da una chitarra sorprendentemente funkeggiante, in perfetto stile seventies. Gahan non ha quasi bisogno di avvicinarsi al microfono, saluta felice prima d'introdurre la band.
Pausa. Cinque minuti tra i battimani incessanti del pubblico.
Rientra solo Gore per la sua straordinaria e ventunenne Shake the disease, eseguita per solo voce e piano. Niente beats, niente elettronica per una versione di un classico spogliata e commovente.
Poi tocca a Gahan.
"This was our first song".
Photographic. Accade qualcosa d'impossibile. L'ora e venti precedente è stata incredibile, una performance eccellente accompagnata ad un suono magnifico. Photographic la cancella o quasi, riconfigurando l'intero concerto attorno a sé. Immagini in bianco e nero, ritmo serrato, elettronica pura e tendenzialmente malata, Gahan e pubblico in trance.
L'ultima emozione è per Never let me down again quasi stravolta nell'intermezzo centrale per lasciare il tempo a Gahan di far muovere le braccia dei 40.000 presenti sino a trasformarli in mare.
Finalmente live "I'm taking a ride with my best friend" ....
ROGER WATERS
The Dark Side of the Moon Live Tour / Arena, Verona - 05.06
01. IN THE FLESH
02. MOTHER
03. SHINE ON YOU CRAZY DIAMOND
04. LEAVING BEIRUT
05. HAVE A CIGAR
06. WISH YOU WERE HERE
07. SET THE CONTROL FOR THE HEART OF THE SUN
08. THE GUNNER'S DREAM
09. SOUTHAMPTON DOCK
10. THE FLETCHER MEMORIAL HOME
11. PERFECT SENSE PT1
12. PERFECT SENSE PT2
13. SHEEP
14. SPEAK TO ME / BREATHE
15. ON THE RUN
16. TIME
17. THE GREAT GIG IN THE SKY
18. MONEY
19. US AND THEM
20. ANY COLOUR YOU LIKE
21. BRAIN DAMAGE
22. ECLIPSE
23. THE HAPPIEST DAYS OF OUR LIVES
24. ANOTHER BRICK IN THE WALL PT2
25. VERA
26. BRING THE BOYS BACK HOME
27. IS THERE ANYBODY OUT THERE?
28. COMFORTAMBLY NUMB
Una persona qualsiasi nel corso degli anni può aver maturato idee differenti rispetto alla figura di Roger Waters. Facile idolatrarlo a priori per i capolavori scritti in quindici anni di militanza nei Pink Floyd, altrettanto ovvio accusarlo di essere la causa principale dello scioglimento del gruppo per via di un’esaltazione personale impossibile da arginare a fine anni ’70.
The Wall come dato incontrovertibile di una schizofrenia artistica arrivata ad un punto limite e da lì poi incapace di ripartire se non per vie secondarie.
Tutte queste riflessioni, pensieri o semplicemente sensazioni s’avvicendano nei minuti precedenti all’inizio del concerto organizzato in un'Arena di Verona gremita anche se solcata da vento freddo e piogge sparse.
Doppio colpo di batteria e chitarra, martelli incrociati sul megaschermo, fiammata: In the flesh.
Waters in perfetta forma a raccontare la sua versione dei fatti: inizio shock e pubblico ai suoi piedi.
Poco dopo aver radunato metaforicamente l’audience contro quel maledetto inscalfibile muro, discesa acustica con una splendida Mother. Il legame con il pubblico è magicamente creato, tutti pendiamo dalle sue labbra. Quando solo al terzo brano si fa strada l’introduzione sognante e psichedelica di Shine on your crazy diamond levo lo sguardo verso lo schermo che spunta alle spalle della band: l’immagine di Syd, disorientata e penetrante mi vela gli occhi di lacrime.
L’immaginazione corre via, a concerti mai visti, ma solo pensati.
Leaving Beirut buttata lì a tradimento tra The Wall e Wish you were here, passa praticamente inosservata.
Cancellata immediatamente da Have a cigar un eclatante piacere blues che si spegne d'incanto in lamenti tv prima di diventare (davvero, sì davvero…) Wish you were here. Arena in visibilio.
Un Waters su di giri rilancia poi Set the controls for the heart of the sun in versione acustica, sorretto da battiti cupi e sventagliate elettriche. Non sono ancora scemati gli applausi che s’insinua un medley tra composizioni personali e lasciti di The final cut: s’accomodano senza colpo ferire The Gunner's Dream e Southampton Dock, The Fletcher Memorial Home e Perfect Sense pt. I e II.
Belati. Un’introduzione inconfondibile che arriva direttamente dal pubblico. Luci soffuse e imponenti ritmiche dettate dal basso, crescendo e rallentamenti, ecco Sheep in tutto il suo splendore a chiudere la prima parte dello show.
Ci si guarda attorno, un po’ storditi. Possibile che in poco più di un’ora e trenta minuti abbiamo assistito alla performance live di Mother e Shine on your crazy diamond, Have a cigar e Wish you were here, Set the controls for the heart of the sun e Sheep? Sì, possibile. Eseguite dal loro creatore, certo, non dalla band che ne decretò forma finale e successo, ma anche così è molto di più di quanto potessimo desiderare. Ed ora tocca all’esecuzione completa di Dark side of the moon, cuore delle esibizioni di questo tour.
Waters sceglie un profilo basso per Dark side of the moon.
Affida le parti vocali di Gilmour e Wright alle coriste, per il resto si limita a dirigere la band e a cantare lontano dal microfono, emozionato e divertito dalle reazioni della platea.
Interpreta i “suoi” pezzi: Money, Brain damage e Eclipse, Magistrale la coda elettronica di On the run e l’esecuzione di The great gig in the sky. Il set corre veloce, circa cinquanta minuti tra battiti ed echi, citazioni e voci che appaiono dal nulla. Chi scrive non ha nemmeno il tempo di rendersene conto, trasportato com’è dall’emozione di un racconto da cui non smette d’essere incantato, anche se ormai ne conosce ogni passo a memoria.
Quando non abbiamo più nulla da chiedere, spunta un elicottero.
Le pale ruotano sempre più veloci, poi una frenata.
The happiest days of our lives, rabbiosa e incisiva. Another brick in the wall part 2 libera le voci dei presenti come un inno. No, non abbiamo bisogno di nessuna educazione. Vera è ancora lì abbandonata, sulle sue macerie passano i soldati, anche quelli che a casa non torneranno più.
Il coro di Bring the boys back home fa vibrare l’Arena prima che una scintilla di Is there anybody out there? accenda Comfortably numb.
Roger Waters sorride felice, il pubblico lo applaude senza sosta per una performance stratosferica.
Onore a lui, al suo passato, al suo show: eccezionale, non c’è che dire, dalle scelta delle composizioni a luci e video, perfetti e attuali, prosecutori di una tradizione iniziata sin dai primi show dei Floyd e mai abbandonata.
Solo sull’assolo finale di Comfortably numb si fa largo un pensiero nell’eccitazione della serata, un pensiero stupendo diretto in particolar modo a David Gilmour.
Rimarrà un sogno?
2006/2>
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