sound and vision home 2010








2005

Jaga Jazzist / Beck / Kraftwerk / U2

>

JAGA JAZZIST
What We Must Tour / Paradiso, Amsterdam - 15.05

Quando entriamo nella Grote Zaal del Paradiso le luci sono già spente e il pubblico già schierato di fronte al palco. Impossibile accedere ai piani superiori, chiusi.
Una piccola folla osserva Anders Hana, solo on stage, costruire con chitarra ed effetti l'introduzione alla prima traccia dello show, una pericolosa improvvisazione ambient.
Qualche minuto più tardi i Jaga Jazzist al completo lo raggiungono: Mathias Eick (tromba, basso, tastiere), Even Ormestad (basso e tastiere), Andreas Mjos (vibrafono, chitarra, percussioni), Line Horntveth (tuba e percussioni), Martin Horntveth (batteria e percussioni), Lars Hornveth (sax tenore, clarinetto, chitarre e tastiere), Andreas Schei (tastiere), Ketil Einarsen (flauto, percussioni e tastiere) e Erik Johannessen (trombone e percussioni).
A prima vista una riunione di hippy scandinavi, organizzata per l'occasione fuori dagli abituali boschi.
Dieci strumentisti, nessuna voce se non quella modesta e disponibile di Lars tra una esecuzione e l'altra (esordisce così: "Amsterdam questa sera per noi sarà un sicuro successo, ieri abbiamo suonato di fronte a 15 persone…").
L'apertura dello spettacolo è tutta per All i know is tonight, nuovo singolo della band tratto dall'ultima realizzazione, What we must, un album che rivela l'eccezionale bravura del gruppo norvegese nella realizzazione e nello sviluppo di brani in grado di fondere non solo jazz ed elettronica (come nel precedente The Stix, pubblicato nel 2003), ma rock, psichedelia e influenze noise.
All i know is tonight lascia il Paradiso a bocca aperta, specie nei brevi silenziosi intervalli in cui le tastiere s'insinuano al centro della scena, poco prima delle deflagrazioni rock del brano.
La miscela sonora dei Jaga Jazzist è sorprendente e tanto per utilizzare un termine a dir poco abusato è inclassificabile: un suono che vive delle sperimentazioni dei fiati (a volte protagonisti, a volte a completare l'atmosfera) e del rapporto con la base ritmica dettata da Lars, disciplinato nei brani elettronici quanto potente e scatenato nei crescendo sinfonici.
Il concerto iniziato con una serie di pezzi estratti da What we must (tra cui spiccano Oslo skyline, Stardust hotel, For all you happy people) vira poi verso i brani più drum n bass di The Stix, in particolare Day e Another Day (proposte ovviamente l'una di seguito all'altra), accolti con un'ovazione del pubblico, che dimostra un particolare affetto per questa eccellente band norvegese applaudita sempre più calorosamente di esecuzione in esecuzione.
Un feeling particolare dovuto soprattutto al piacere dell'improvvisazione su territori jazz che dilata ogni brano oltre i 10 minuti, come accade per Suomi Finland e I have a ghost, now what? che concludono la prima parte dello show dopo circa un'ora e mezza.
I Jaga Jazzist si concedono ben poche pause, tanto da suonare per ancora una trentina di minuti (con tre soli album alle spalle…) sino al definitivo trionfo di I could have killed him in the sauna, in cui le distorsioni delle chitarre, ripetute violentemente, sovrastano le note fisse dei fiati.
L'escursione guidata nel territorio psichedelico è terminata, purtroppo. Applausi a scena aperta (a ripetizione durante l'intero show, con un pubblico d'intenditori in visibilio) per una performance in grado di demolire non solo a parole i differenti confini musicali.
Gli amici Mathias, Anders, Even, Andreas, Line, Martin, Lars, Andreas, Ketil e Erik svaniscono nel backstage.
Li immagino stanchi, ma sereni.
Ognuno con indosso un paio di cuffie.
Ascoltano (a detta loro) Cornelius, Bjørk, Magnet, Radiohead, Supersilent, The Mars Volta, Motorpsycho, Miles Davis & Gil Evans, Autechre, Sigúr Ros, The Notwist, My Bloody Valentine, Sonic Youth, Kronos Quartet, Pluramon, Sir Dupermann, Jr Ewing, Jim O' Roarke, Rufus Wainwright, Dungen, The Beatles, Destiny's Child, Justin Timberlake, Stevie Wonder, Jamie Lidell, Public Enemy, Beastie Boys, Todd Rundgren, NWA, De La Soul, Bruce Springsteen, Canned Heat, Missy Elliott, Elton John, Susanna & the Magical Orchestra, Beyoncé, Bigbang, Kim Hiorthøy, Aimee Mann, Bernard Herrmann, Angelo Badalamenti, Ennio Morricone, Suicide, The Carpenters, Allman Brothers Band, David Bowie, A-ha, Beck, America, Beach Boys, Busta Rhymes, Dead Kennedys, Emmylou Harris, Flaming Lips, Mercury Rev, Gabriel Faure, Shining, In The Country, Charles Mingus, Brad Mehldau, Astor Piazzolla, The Band, Johhny Cash, The Locust, Leonard Cohen, Meshuggah, Michael Jackson, Thom Hell, Thomas Dybdahl, The Neptunes, Nick Drake, Sly & the family stone, Spiritulized, M83, Outkast, Deathprod e Phoenix.
Dopo ogni ascolto si guardano negli occhi, in silenzio. E capiscono (seppur per un attimo) come abbiano fatto a comporre un brano incredibile come All i know is tonight...



BECK
Guero Tour 2005 / Piazza Castello, Ferrara 22.06

01. CLAP HANDS
02. BLACK TAMBOURINE
03. GIRL
04. BEERCAN
05. HELL YES
06. RENTAL CAR
07. MISSING
08. HOTWAX
09. THE NEW POLLUTION
10. MINUS
11. JACK ASS
12. LOSER
13. SEXX LAWS
14. QUE ONDA GUERO
15. DEVIL'S HAIRCUT
16. -
17. LOST CAUSE
18. ROUND THE BEND
19. CLAP HANDS
20. THE GOLDEN AGE
21. E-PRO
22. WHERE IT'S AT

23. MIXED BIZNESS
24. GET REAL PAID

Caldo afoso su Ferrara e Piazza Castello semideserta alle 21, poco prima dell'ora indicata per l'inizio del concerto: non più di un centinaio di persone attendono il ritorno di Beck nella città emiliana, a distanza di sei anni dall'apparizione live del 1999 per il tour di Midnite vultures.
Ma non è l'artista americano il primo a salire sul palco: tocca ai non annunciati Raveonettes, aprire lo show con mezz'ora di rock tendente elegantemente al noise (su tutte House of the ghost riders e la conclusiva Love in a trashcan, dal nuovo album Pretty in black), divertente ma con poca fantasia.
Sharin Foo, leader del gruppo con Sune Rose Wagner, è bellissima.
Beck e il suo gruppo si presentano dopo le 22, piuttosto rilassati al ritmo della b-side Clap hands, giusto per scaldare il pubblico (divenuto finalmente numeroso) prima delle esplosioni elettriche di Black tambourine, che conferma tutto il suo potenziale nell'esecuzione dal vivo, con i riff di chitarra prepotentemente in primo piano.
Panama bianco calcato in testa, sorriso stampato sul volto e qualche ricciolo biondo al vento: Beck è una straordinaria rockstar "della porta accanto"...
Divertito dall'esecuzione dei suoi brani e dalla performance con un gruppo con cui s'intende a meraviglia (in cui spicca un amico ballerino che s'impegna con risultati alterni con ogni strumento presente sul palco…), spazia come d'abitudine attraverso i generi musicali più svariati, confermando (come se ce ne fosse bisogno) il suo eccezionale talento e la sua idiosincrasia per gli atteggiamenti da divo a tutti i costi.
Hell yes inizia addirittura a cappella prima che l'elettronica s'impadronisca del brano (e che il signor Hansen si lasci andare ad una serie di apprezzamenti non recepiti sulle meraviglie del Castello degli Estensi) mentre Beercan (da Mellow Gold) , Rental car e Girl completano un inizio di concerto in cui il pubblico non può fare altro che ballare sulle rinate ritmiche rock di Guero.
La bossanova di Missing compone con Hotwax (un apprezzatissimo e inaspettato regalo, da Odelay) il primo affondo intimo dello show.
Le sonorità acustiche e le impossibili riletture country hip hop delle radici musicali americane prendono così il centro della scena: in particolare Hotwax dà il giusto valore delle capacità compositive dell'artista statunitense.
Un crogiolo di stili rivoluzionario, allucinato, distorto che trova un'ovvia conferma nella serie di pezzi che hanno rivelato e successivamente consacrato Beck come uno degli artisti più innovativi degli anni '90: The New Pollution (accolta da un boato, con il sax campionato dalla registrazione originale), Loser (fa sempre effetto sentire quello che viene considerato una sorta di inno generazionale cantato all'unisono da centinaia di persone… se non altro per il senso di I'm a loser baby so why don't you kill me…), Devil's haircut (violenta ed impeccabile, ma "urlata" dal tastierista e non dal nostro amato lead singer) e Sexx laws (in versione electropop, con evidente presenza dei campionamenti on stage… Beck e il "suo" ballerino mimano impossibili assoli di banjo su base registrata).
Il tutto intervallato da una versione di Jack-ass non ragliata e da un'esaltante e mozzafiato Minus (scelte entrambe da Odelay, a dimostrazione dell'innegabile legame con le sonorità proposte in Guero) e dalle sonorità latine di Que onda Guero, in cui il nostro si diletta (come già in precedenza) in una serie di scratch nella sua postazione da dj, sistemata accanto al microfono.
L'eccezionalità del gruppo di cui si giova Beck appare evidente nella solitaria session acustica, eseguita mentre la band cena sul palco (con tanto di tavolo, bicchieri e posate…).
Dopo la sorpresa iniziale (e l'effetto completamente dissacrante che un brano come Round the bend, da Sea changes, assume in una situazione simile), l'elemento surreale lascia il posto all'ammirazione: durante l'esecuzione di The golden age (ancora da Sea Changes) i musicisti iniziano ad accompagnare il loro leader suonando bicchieri, piatti, posate e tutto quanto si possa trovare su un tavolo apparecchiato. Il risultato è incredibile: ne esce un momento magico, impensabile sino a qualche minuto prima quando l'attenzione del pubblico era completamente rapita dal vorace appetito della band, accompagnato dalle note della chitarra acustica.
Una sorta di ribaltamento di prospettiva, di annullamento delle regole non scritte dello star system a favore del naturale divertimento di un gruppo di amici che si ritrova ogni sera su un palco a suonare, su cui scrosciano più volte applausi a scena aperta.
Torna a scorrere l'elettricità con E-pro, con Beck che non riesce trattenere il riso durante un'esecuzione piuttosto tirata e Where it's at, sempre in grado di far scatenare il pubblico (anche a dieci anni dalla pubblicazione), che conclude magistralmente lo show: l'artista americano in piedi sugli amplificatori, megafono alla mano, con il pubblico adorante sotto di lui.
I brani di chiusura vivono in un piccolo mondo parallelo: la band riappare addobbata come un incrocio tra la guardia reale di Star Wars e una futuristica divisa dei vigili urbani, con tanto di casco con visiera trasparente mentre Beck invita quanta più gente possibile sul palco.
Una session anarchica che vede l'unione di due brani di Midnite vultures, Mixed Bizness e Get real paid, in un travolgente crescendo elettronico colmo di performance ironiche tra Beck e la folla accorsa on stage, prima che lui stesso si diletti con un interminabile assolo di batteria (nascosto dal "rumore" della band) ed ancora una volta con l'amato megafono.
Terminata l'esecuzione i ragazzi si allontanano, tra gli applausi.
Beck è tra di loro.
Non si volta nemmeno per raccogliere un'ultima, meritata, ovazione.
Se ne va, felice, a testa bassa.

KRAFTWERK
Minimum Maximum Tour / Ferrara, Piazza Castello 06.07

01. THE MAN MACHINE
02. PLANET OF VISIONS
03. TOUR DE FRANCE (Part I)
04. CHRONO
05. TOUR DE FRANCE (Part II)
06. TOUR DE FRANCE
07. VITAMIN
08. AUTOBAHN
09. THE MODEL
10. NEON LIGHTS
11. RADIOACTIVITY
12. TRANS EUROPE EXPRESS
13. METAL ON METAL
14. NUMBERS
15. COMPUTER WORLD
16. HOME COMPUTER
17. POCKET CALCULATOR
18. THE ROBOTS
19. ELEKTRO KARDIOGRAMM
20. AERODYNAMIC
21. BOING BOING BOOM TSCHACK
22. MUSIC NON STOP

In principio fu la valvola
Se avete mai assistito all'arrivo di un affilato rapido in stazione, oppure allo stanco sostare di un goffo treno regionale, borbottante fischi e tremori, se vi siete mai trovati a faccia a faccia con un grosso macchinario, cuore pulsante di qualsivoglia catena di montaggio, se avete tentato di dare un senso organico a tutta la meccanica-dinamica di pezzi rutilanti d'acciaio o 'protesi' avvolte da ruggine, o altresì se avete casomai affinato l'orecchio per filtrare e percepire tutta la vasta gamma sonora di una generica aorta stradale occlusa dal traffico quotidiano, allora avete già avuto trascorsi inconsci coi KRAFTWERK.
In trent'anni se ne può fare di strada, certo è che l'itinerario imboccato allora, tramite Autobahn, è analogo ai semplici esempi dell'odierno mondo denominato 'inquinamento acustico'.
Ok, i Kraftwerk non esistono, l'esperienza audio-visiva , datata 6 luglio 2005, si presenta immediatamente con l'unica chiave di lettura plausibile: The Man Machine.
Dalla Germania, da un'operaia-consumista-ridente Dusseldorf, giungono 4 busti robotizzati accreditati di album storici.
Aumentando l'attesa aumentano le probabilità di ingolosire il pubblico, fremente per una propria visione plasmata negli anni.
E' il via libera a quattro attempati signori in completo scuro che presto diverranno ben più scuri di ciò che indossano; il processo, inaugurato proiettando i TheManMachine 'cruciverba', prosegue.
La realtà ritorna ad essere proposta in maniera meno sottile al comparire di ciclisti, atleti, inseguimenti, continui raggi di ruote, scalate, Chrono, immagini di repertorio del più noto Tour de France.
Dei signori non si hanno più tracce, d'altronde bastava tirare una linea perfetta per cancellare qualsiasi aberrazione visiva.
Se successivamente riconosco Vitamin viene da dirsi che forse ho fatto bene a raggiungere Ferrara stasera, beh forse Ferrara non era strettamente necessaria, perché trovo irrinunciabile pensare ad una terapia omeopatica.
Il tempo che trascorre porta alle successive tappe del gioco Kraftwerk, ed il gioco vuole che nasca l'automobile e che ci sia qualcuno che ascolti e riproduca come si muove, dove vada, e perché non abbiamo mai inteso quanto è accomodante l'Autobahn.
Ora meglio comprendo che forse questa musica, a suo tempo, fosse giustamente definita come roba tipo minimalista, precorritrice, elettronica, visioni futuristiche bel lungi da musiche contemporanee.
Alzi lo sguardo e vedi luci da tutte le parti ed è un po' come visitare tante altre città tappezzate da Neon Lights, linee musicali ritmiche, gli umori del tempo insomma.
Chissà però cosa succedeva a Dusseldorf trent'anni fa?
Certo, un sacco di casini con le televisioni, i satelliti, i viaggi interplanetari (e anche in questo i Kraftwerk sono più avanti), i computer, il traffico delle città ricostruite, i boom economici, i boom radioattivi ...
Radioactivity ricorda una serie di eventi, problematiche, ed angosce legate al concetto stesso della traccia, ed al contempo devia spensieratamente grazie ad una cospicua dose di sense of humour classico Kraftwerk.
Sembra di essere vicini ad una nuova metamorfosi, ad un passo successivo del processo: ci sono i binari beat di Trans-Europe-Express come lo schematico e ripetitivo clangore metallico della possibile carcassa del treno appena passato; dai Numbers multilingue, da una Babele decimale vetusta, alla slancio binario.
Che bello la celebrazione minimale della generazione BIT, degli anni della IBM, delle bobine, di tutti i mainframe ciclopici prima, domestici poco dopo.
"Io sono l'operatore del mio piccolo calcolatore"; un manifesto wireless masticato dalla prima nota, una specie d'esperienza priva di connotazioni spaziali: un consistente CD ascoltato a casa (magari doppio).
Giammai penso di essere ad un concerto di quattro persone!
Arrivano finalmente i robottoni: Ralf, Henning, Fritz e Florian. Una presenza scenica impareggiabile, e la gente balla delirante: hanno vinto i Robot.
Sono contento di essere un robot.
WE ARE THE ROBOTS.
Senza tregua verso la fine, che una fine non ce l'ha.
Tanti saluti: Boing Florian, Boing Ralf, Boom Henning, Tschack Fritz.
(S)

Finalmente è arrivata la data dell'appuntamento con i tedeschi.
Erano ormai avvotli di mistero, in una lontananza mitica, irrecuperabile.Per noi, generazione sfigata!
Partiamo alle 16:00. L'asfalto sulla statale è rovente.
Gli autotreni che portano ferraglia e componenti delle macchine lasciano il segno. Corrono ad alimentare le industrie della pianura. Fagocitano,producono,scartano. Dobbiamo stare in fila.
La produzione detta il ritmo anche a noi.
Un bar sulla strada ci fornisce la sosta.
Il rumore costante del traffico è assordante. La barista intuisce l'ordinazione sbagliata. Mi arrivano due panini invece di uno.
Arriviamo con largo anticipo, come da programma.
Ferrara rispetta il suo clichè ed è la solita Ferrara.
Ridente cittadina della bassa pianura piena di stimoli culturali e di ritrovi studenteschi con la solita, stanca aria alternativa.
Il resto è un conformismo angosciante e disgustoso.
L'atmosfera è soffocante. E' tutto immobile come in un plastico Play Mobil. Cerco sollievo in un bicchiere di vino. Non so perchè penso di trovarlo buono proprio quì?!
Sarà l'aria ostentata di tradizione nostrana ammodernata dal migliore raziocinio progressista e giovane che incanta anche me.
E' tutto così estivo, fresco. C'è quello che sembra appena sceso dalla barca e la studentessa trasandata.
Sprizzano salute da tutti i pori. Non capisco cosa abbiano da dirsi.
Per di più sono lì da anni e anni!
Il primo bar è quello più cool con le due bariste pseudo-lesbiche dalla faccia tipicamente incazzata che ti versano da bere sbattendo la testa su un riff di chitarra tosto come loro mentre sanno che le stai guardando e pensi quanto ci stanno dentro.
Il movimento che producono è volutamente meccanico e scattoso, come di chi si è impegnato ad abbandonare il fardello ingombrante di un'umanità che non serve più, che ostacola.
Nel futuro prossimo, perchè loro il futuro lo vivono già.
Questa freddezza le rende anche irraggiungibili.
Questo ti vogliono far sapere.Si divertono a fare l'uomo del futuro. Perfezionato dalla componente cibernetica.
Quando il pezzo comincia è il solito pezzo un pò Fiona Apple un pò Norah Jones che non se ne può più.
Il bello è che hanno negli occhi l'orgoglio di chi ha trovato la luna nel pozzo. Esco per evitare di sboccare!
Nel secondo locale, un ristorante dall'aria spartana, molto attraente, dove cucina e cultura stanno nello stesso piatto, troviamo il tipico barman italiano, di quelli che hanno fatto scuola in tutto il mondo,di quelli che hanno sempre voglia di servire e chiacchierare.
Sanno sempre l'ultima. Con aria indifferente ma di quello che ti conosce da una vita, sullo sfondo raffinato di un Louis Amstrong,ci chiede "chi suona stasera, ragazzi?".
Mah?!
La piastra elettrica che frigge le verdure colorate fa odore di plastica.
Imbocchiamo l'ingresso con il flusso del pubblico che si trascina attraverso le arcate del castello. All'interno ci mettiamo in fila per prendere un gelato. Davanti a noi un vecchio tedesco un pò malconcio con le vene varicose alle gambe e un inglese un pò stentato insiste per avere un gelato al cioccolato che non c'è.
File di sedie di plastica rosse e blu sono disposte su tutta la piazza, instabili sui vecchi sampietrini, davanti al palco.
Ne occupiamo qualcuna.Il pubblico è veramente variegato e di tutte le età. Ci sono eventi che sono proprio una zona di confine mobile e che dura nel tempo.
In trent'anni questa musica così particolare e da un certo punto di vista esclusiva ha catturato l'attenzione dei tipi più diversi e ora si ritrovano gomito a gomito attenti e raccolti come in un rito religioso. Gente che non condividerà mai null'altro nella vita quanto l'età.
Quando la comunicazione è efficace (come nella migliore Arte che non è null'altro che questo) le etichette svaniscono.
Le appartenenze, le differenze, resta solo la carne. L'uomo.
Che per essere vivo deve comunicare. In un modo o nell'altro.
E questo linguaggio si fa rito. E la sua forza è illimitata.
Il buio è calato e le ombre nere di quattro uomini proiettate ingigantite da una luce rossa sul sipario che chiude il proscenio diffondono un'atmosfera allucinata in tutta la piazza.
Quando il sipario si apre compare la scenografia in tutta la sua scarna essenzialità.
Come nei mitici concerti degli anni settanta i quattro Kraftwerk sono in piedi, in abiti neri, l'uno in fianco all'altro, immobili come robots spenti dietro le loro tastiere.
Alle loro spalle un maxi schermo mostra pezzi di testi dei brani, giochi di luce astratti e composizioni del neoplasticismo olandese degli anni venti.
Da Rietveld e Mondrian a El Lissitzky con evidente riferimento alla sterilizzazione storica a cui il movimento funzionalista sottopose la meccanica dell'atto creativo.
Più minimale di così non potrebbe essere. Sono tutti estasiati.
I quattro sul palco sono assurdi nella loro artificiale immobilità.
La necessità di sgranchirsi le gambe e la calvizie ne tradiscono l'umanità.
E' l'uomo che canta la macchina.
Il servo che suo malgrado rende omaggio al padrone e lo imita in un surrogato senza speranza.
Tutto, intorno, è amaro e grottesco.
Ha il gusto della satira!
Dall'altra parte a fare da contr'altare il castello estense.
Figlio di un'epoca "rinata", di un pensiero agli antipodi, antropocentrico.
Castello e palco (performance) affrontati.
Non solo nello spazio quindi. Mi viene da ridere mentre ci penso.
Tutti e due prodotti dell'autorappresentazione dell'uomo a sè stesso. E in fondo nemmeno troppo diversi.
Prodotti di una comunicazione sclerotizzata.
Artificio formale un po' manierato che tradisce una paura nella civiltà così sicura di sé stessa, indizio di una crisi e di un principio di alienazione. Entrambi destinati a restare immobili nel tempo.
Sempre uguali a se stessi,come testimonianza di un sentimento epocale. Come diario segreto di una piccola fetta di umanità.
E' la qualità che rende immortale e universale un manufatto umano. Quella che da una parte è la stupefacente "invenzione" dell'architettura rinascimentale, dall'altra il campionatore e i sintetizzatori che i Kraftwerk hanno cominciato ad usare tra i primi all'inizio degli anni settanta insieme a pochi altri e per uno scopo non dissimile. A contatto con la potente industria renana.
Penso alle strade di Dusseldorf, dove sono nati.
Chissà come era nei feroci anni settanta quando questi quattro ragazzi annoiati hanno deciso di dire la loro fuori dal coro nella capitale dell'economia europea.
Dove la via delle gigantesche banche in stile neoclassico, testimonianza del ruggente passato della ricchissima regione e quella della moda e del divertimento corrono parallele a pochi metri di distanza. Perchè la prima permette la seconda.
Il rumore prodotto dalle catene di montaggio e dalla tecnologia divenne suono e composizione. Tutti gli aspetti della vita quotidiana venivano invasi e assorbivano il carattere artificiale della macchina che sostituiva la manualità e la natura. Così il linguaggio.
L'Arte. La musica. In una relazione simbiotica amorfa e irreversibile.
Kraftwerk: prodotto idroelettrico.
Su We are the Robots il sipario si chiude per riaprirsi pochi secondi dopo: al posto del quartetto però, dietro le tastiere, ci sono quatrro robots antropomorfi (coi loro visi).
Ecco, la sostituzione è avvenuta.la macchina non ha piu bisogno del tramite uomo e per tutto il pezzo saranno i quattro robots dall'aria subdolamente bonaria a ricevere il fiume di applausi del pubblico.
E' straordinario:credo che un loro concerto sia ripetibile all'infinito, invariabile!
Ogni loro pezzo è come composto in una catena di montaggio, in un luogo(mi piace immaginare) lontano dallo spettacolo, asettico e anonimo. Ogni suono-rumore viene giustapposto nella composizione corale ma resta nello stesso tempo crudamente autonomo.
E la qualità è eccezionale. E lo fanno da trent'anni!
La serie di brani storici infiamma gli animi: Neon lights, Tour de France, Autobahn, Radioactivity, Sie ist ein Model.
Ormai la maggioranza delle persone è in piedi.
Qualcuno balla felicissimo.Come in discoteca.
Non lo capisco proprio! Questa musica,ormai vecchia nel tempo,è così tremendamente avanti concettualmente che fa ballare i ragazzini che non l'hanno ancora capita e lascia morire i suoi autori che le hanno dato la vita.
Il concerto procede meccanicamente per due ore.
Oramai castello e palco fanno tutt'uno. Sembrano insieme da sempre. Anzi,sembra che in realtà i quattro Kraftwerk siano gli strani abitanti della fortezza che sono usciti per comunicare agli uomini il segreto dell'immortalità o qualche altro criptico messaggio. Finito lo spettacolo torneranno nel castello che come una gigantesca astronave prenderà faticosamente la via dello spazio siderale, tra mille lucine colorate, in un boato non dissimile dalla loro musica, per annunciare la loro buona novella ad altri esseri.
La performance viene chiusa sulle note di Music Non Stop con tute da aereonautici che emanano una luce verde fosforescente, lunare. Il brano evidentemente non è scelto a caso.
E' l'ultimo messaggio che i quattro vegliardi ci lanciano prima di andarsene.
Quando usciamo è tutto al suo posto.
I locali trendy, il tizio sceso dalla barca e la studentessa trasandata. Tutto immobile e sorridente come prima.
Che angoscia!
(B)

Uomo\Macchina.
Questa la chiave d'accesso al mondo sintetico dei Kraftwerk, portato da ormai trent'anni sui palcoscenici di tutto il mondo.
La progressiva trasformazione dei membri del gruppo in quattro icone completamente irreali, identiche ed immobili on stage, di fronte ad altrettanti laptop e supportati visivamente da una selezione di animazioni grafiche in grado di ricontestualizzare l'intero universo di simboli presenti nella nostra quotidianità (dalle sperimentazioni visive di De Stijl ai pittogrammi, dal cinema delle origini e dell'espressionismo alle cittè notturne illuminate dai neon agli accurati e intangibili rendering tridimensionali) è semplicemente la sintesi ultima di un progetto che scava nel profondo del rapporto tra umano e artificiale.
Ma che significato può avere assistere ad un'esibizione di quattro uomini tendenzialmente assimilabili a esseri robotici privi di emozioni?
Uno sguardo collettivo sull'evoluzione e al contempo sull'involuzione del secolo appena trascorso, contraddistinto dal passaggio dall'elettronica analogica a quella digitale, dal trionfo della robotica e delle macchine intelligenti.
O più semplicemente, come già detto, delle macchine nel loro complesso.
Con noi, umani, nascosti (dipendenti) dietro (dentro) di loro.
Treni (transeuropei, ad alta velocità), automobili (su autostrade… ovvero su vie realizzate appositamente per il transito dei veicoli) e biciclette (nell'epopea di Tour de France, esemplificativo omaggio al rapporto diretto tra soggetto e artefatto) a confronto con catene di montaggio (metallo su metallo), computer, calcolatori portatili (sino all'unità base numerica) ed elettrocardiogrammi.
La contemporaneità esibita nella sua algida compiutezza meccanica, per mezzo di sogni ancora non completamente realizzati, come l'avvento della biomeccanica e la nascita dei cyborg, pronti in ogni caso a trasformarsi in incubi tecnologici incontrollabili (con l'iperbole impossibile, ma già avvenuta dell'esplosione di sicure centrali nucleari con le conseguenti emissioni di gas tossici mortali).
Il ritorno di un dialogo che nasce dall'incontro tra l'etica progettuale tedesca in cui la forma segue la funzione e la sempre presente paura del possibile annullamento della volontà umana , pronta ad essere assogettata alla perfetta dittatura delle macchine.
La medesima tematica già rappresentata cinematograficamente agli inizi del secolo scorso da Fritz Lang in Metropolis (motivo d'ispirazione di uno degli album chiave dei Kraftwerk, The man machine… appunto) e che successivamente serpeggerà attraverso ogni forma d'espressione artistica sino ad oggi.
Dai primi anni '70 i Kraftwerk esercitano il rifiuto dell'uso di strumenti tradizionali, la conversione di questi ultimi attraverso sintetizzatori e computer, la cancellazione della presenza umana a favore di un paradossale trionfo meccanico (enfatizzato dall'uso mai abbondonato di voci filtrate e campionate): possiamo leggere il nostro passato recente dentro tutto questo, di fronte a quattro manichini robotici semoventi, su di un palco spoglio solcato da riverberi rossi e neri, ammirato da un pubblico adorante.
Anche se, in fondo, il passato di cui i Kraftwerk sono diretti testimoni non è ancora arrivato.



U2
Vertigo Tour 2005 / Stadio Giuseppe Meazza, Milano - 20.07

01. VERTIGO
02. I WILL FOLLOW
03. THE ELECTRIC CO.
04. ELEVATION
05. NEW YEAR'S DAY
06. BEATIFUL DAY
07. I STILL HAVEN'T FOUND WHAT I'M LOOKING FOR
08. ALL I WANT IS YOU
09. CITY OF BLINDING LIGHTS
10. MIRACLE DRUG
11. SOMETIMES YOU CAN'T MAKE IT ON YOUR OWN
12. LOVE OR PEACE OR ELSE
13. SUNDAY BLOODY SUNDAY
14. BULLET THE BLUE SKY
15. MISS SARAJEVO
16. PRIDE
17. WHERE THE STREETS HAVE NO NAME
18. ONE

19. ZOO STATION
20. THE FLY
21. WITH OR WITHOUT YOU

22. ORIGINAL OF THE SPECIES
23. ALL BECAUSE OF YOU
24. YAHWEH
25. VERTIGO

Alle 20.35 l'impalpabile, inutile, vagamente rumoroso live act degli irlandesi Ash si conclude tra la noncuranza generale. E' da quel momento che l'attenzione del pubblico si catalizza sul palco, molto più che durante le precedenti esibizioni: lo stage completamente vuoto è molto più attraente di un paio di gruppi britannici da anni in attesa del grande salto (che non arriverà mai…).
L'eccitazione dei 70.000 di S. Siro è incontrollabile, si ha distintamente l'impressione di assistere non tanto ad un evento quanto ad una vera e propria festa: l'attesa si riempie di manifestazioni di gioia incontrollate, di battimani sempre più convinti e vigorosi, di fiumi d'insulti per qualsiasi tecnico compaia inopinatamente sul palco.
Quello che scrivo potrebbe apparire come un normale resoconto delle ore prima di un concerto, ma quanto accaduto a Milano è praticamente impossibile da raccontare: difficilmente ho visto un pubblico così numeroso in preda ad un'esaltazione collettiva così evidente.
Alle 21.15 accompagnati dalla voce di John Lennon e dallo spegnimento delle luci compaiono sul palco, uno accanto all'altro, Edge Bono Larry e Adam.
Restano immobili per diversi secondi, di fronte alla folla adorante.
Poi parte il riff di chitarra di Vertigo, piuttosto in sordina, come una seconda introduzione: la risposta del pubblico è un boato che cresce a dismisura quando il pezzo inizia effettivamente, introdotto dal countdown di Bono, in italiano e spagnolo "Uno Due Tre… Quatorze!"
Un giro più distorto di quello registrato in studio la cui efficacia è aumentata ovviamente dall'impianto di amplificazione: la mia insensibilità nei confronti di Vertigo comincia a sciogliersi.
In effetti è da subito uno dei momenti più intensi dello show: lo stadio arriva addirittura a tremare per l'entusiasmo (non esagero, il pubblico ha iniziato a saltare praticamente ovunque tanto che la struttura ha subito una serie continua di sollecitazioni dando una sensazione di movimento sulle gradinate).
Nel clima generale di tripudio l'assolo iniziale di I will follow è quasi completamente coperto dal battito ritmico delle mani: gli U2 dopo solo due brani hanno l'intero auditorium ai loro piedi.
The Electric co e Elevation (con un'introduzione allungata in cui Bono si diverte a cantare con il pubblico: alla fine il pezzo supererà i sei minuti…) completano con Beatiful day (applauditissima e conclusa dal cantato di Sgt. Pepper's lonely heart's club band e Everybody hurts… come dire, mr. Hewson non perde mai le vecchie abitudini) un inizio in cui il rock "conservatore" degli ultimi due album si fonde con le sonorità dei primi lavori.
Impressione confermata da New year's day, perfetta ed invariabile, con una folla ancora stordita dall'apertura dello show.
Bono inizia quella che diventerà una lunga chiaccherata, che si alternerà ai brani, sulla situazione mondiale e sulla fiducia nella sua (nella nostra) generazione come portatrice di un cambiamento che possa mutare la realtà attuale.
Lo fa ringraziando l'appoggio che i suoi fans gli dimostrano, notte dopo notte: I still haven't found what i'm looking for e All I want is you conducono l'esibizione in un momento più intimo che s'accompagna al completo calare dell'oscurità.
Da questo momento sarà l'immenso schermo retrostante la band a fornire il sottofondo visivo allo show (ogni componente del gruppo è in ogni caso visibile in due enormi monitor divisi a metà sormontanti le torri di amplificatori rosse e nere che incorniciano il main stage): ne trarranno vantaggio la già amata City of blinding lights e la non eccelsa Miracle drug (dove è proprio l'animazione alle spalle del gruppo a creare interesse).
La commozione di Bono è condensata nell'esecuzione di Sometimes you can't make it on your own, scritta e dedicata a suo padre, quasi sommersa dagli applausi dopo il crescendo vocale che emoziona l'intero stadio.
Love or peace or else ribadisce la superiorità rispetto alle altre tracce di How to dismantle an atomic bomb: gli U2 si ritrovano di fronte a coppie (Adam/Edge -Larry Bono) sui due piccoli palchi posti a conclusione della passerella che avvolge il pubblico centralmente.
Larry suona alla Maureen Tucker (cioè con due tamburi davanti a sé, in piedi) e prima che il brano riparta torna alla batteria lasciando ad un Bono in formissima il compito di percuotere ritmicamente con violenza le pelli sino al termine del pezzo: che non si conclude, ma si trasforma in Sunday bloody sunday (altro momento caldissimo).
Gli inviti alla coesistenza del lead singer degli U2 ("coexist" recita la fascia che porta stretta attorno al capo, realizzata utilizzando la mezzaluna, la stella di David e la croce cristiana) continuano anche durante la successiva Bullet the blue sky, leggermente più blues rispetto alle ultime versioni live e sempre eccezionale (sullo sfondo aerei caccia in volo notturno ed immagini ad infrarossi).
Questo terzetto di brani costituisce l'apice della prima parte dell'esibizione: il contrappunto sonoro e visivo è perfetto e prosegue strappando qualche lacrima durante l'esecuzione di Miss Sarajevo dedicata alle vittime dell'attentato londinese (Bono canta in italiano la parte in origine affidata a Pavarotti, scatenando una lunga ovazione).
Pride, Where the streets have no name e One terminano la sezione più corposa dello show sostenendo messaggi in favore del rispetto dei diritti umani, dei paesi africani e della cancellazione della povertà: il risvolto politico diviene sempre più forte, dando nuova valenza a tracce storiche eseguite in modo ineccepibile dal gruppo.
Gli U2 ritornano con on stage anticipati da una slot machine che riesuma il volto dell'astronauta costretto nello spazio, simbolo di Zooropa, affiancandolo a quello dei capi politici contemporanei prima, che un interferenza televisiva cancelli il segnale: Bono si esibisce ancora una volta nel passo dell'oca a introdurre Zoo station, magnifica, a ricordare l'assoluto stato di grazia della band ai tempi di Achtung Baby.
Il pubblico è stregato: l'esecuzione immediatamente successiva di The Fly (come nell'apertura dei concerti dello Zoo TV tour più di dieci anni fa) ripropone l'efficace bombardamento tematico sui megaschermi e un riff di chitarra ancora più distorto e aggressivo rispetto all'originale, che lascia l'audience senza fiato.
Quando non si è ancora spento il riverbero dell'assolo conclusivo di Edge, Adam attacca le prime note di With or without you: il concerto in un certo senso termina qui, con la folla in visibilio di fronte agli U2 di Achtung baby e di The Joshua Tree.
Una conclusione "anticipata" rispetto alla realtà: purtroppo l'ultima serie di bis non ha certo la stessa intensità dei brani proposti sinora.
La scelta di chiudere un'esibizione ad alto contenuto emozionale con quattro brani tratti da How to dismantle an atomic bomb è poco comprensibile: Original of the species (accompagnata da un gruppo d'archi impossibili da udire nel frastuono di S. Siro) e All because of you (mah!) riescono nell'impresa incredibile di raffreddare per qualche minuto parte dell'audience.
Yahweh (in interessante versione acustica, leggibile come una preghiera) ed in particolar modo la riproposizione di Vertigo (divenuta, considerando le reazioni del pubblico, un vero e proprio inno) concludono poi lo show con un'ultima, incontenibile, scarica di adrenalina avvolta in un'esplosione di luci.
Resto sbalordito di fronte all'impatto live di un brano come Vertigo.
Impossibile crederlo, ma il pubblico continua a cantare il pezzo anche mentre abbondona lo stadio, sulle rampe di discesa e all'interno della struttura molti minuti dopo il termine dell'esibizione.
In sette anni il rito è mutato: dall'assalto concettuale e kitsch del Popmart ad oggi i cambiamenti sono più che evidenti, ma ciò che è rimasto inattaccabile è il feeling capace d'instaurarsi tra la band e il suo pubblico (forse è addirittura cresciuto).
Uno scambio di emozioni che va al di là della qualità della performance, dell'avanguardia e dei contenuti dello show: qualcosa d'indescrivibile, in grado di lasciarmi (ancora una volta, anno dopo anno) senza parole.

   
website 2003 2008
website 2003 2008