sound and vision home 2010                  








2004

Air / Telefon Tel Aviv / Lali Puna /
Iggy Pop and The Stooges - Massive Attack -
Chemical Brothers / Muse - Lou Reed - The Cure
To Rococo Rot / Interpol / Scratch Lee Perry

>

AIR
Talkie Walkie Tour 2004 / Alcatraz, Milano - 03.03


01 RADIAN
02 VENUS
03 PEOPLE IN THE CITY
04 LES PROFESSIONELS
05 TALISMAN
06 CHERRY BLOSSOM GIRL
07 ALPHA BETA GAGA
08 ANOTHER DAY
09 HIGHSCHOOL LOVER
10 SURFIN' ON A ROCKET
11 REMEMBER
12 RUN
13 KELLY WATCH THE STARS

14 BIOLOGICAL
15 LA FEMME D'ARGENT

16 SEXY BOY

Ancora all'Alcatraz, a distanza di tre anni: la volta scorsa per celebrare il successo di 10000 hz legend, questa volta per promuovere il nuovo Talkie Walkie, uscito da appena un mese.
Un album che rinuncia da un lato alle sperimentazioni futuristiche del suo predecessore, per trovare un'eccezionale punto d'equilibrio con le armonie create dal duo francese in Moon Safari e The virgin suicides.
L'apertura dello show è affidata al vento e ad una voce che sussura: è sorprendentemente Radian, con il suo incedere lento e psichedelico, ad accompagnare Jean Benoit Dunckel e Nicolas Godin sul palco.
Le luci li illuminano da dietro, rendendo gli Air simili a silhouette proiettate sullo sfondo dello stage: completamente vestiti in nero, si muovono come ombre sicure tra strumenti, sintetizzatori e campionatori.
Venus è calda ed avvolgente, riappacifica con il cantato, forse dimenticato nei circa 10 minuti del brano d'apertura: ma è People in the city a meravigliarci ancora una volta, con uno strepitoso assolo (acido) di chitarra adagiato su un tappeto ritmico che rilegge la bossanova.
In Les professionels s'incontrano Ce matin la e All I need, quando il loro nome non esisteva ancora, nascosto in un suono avvolgente: la successiva Talisman è accolta da applausi a scena aperta, tributo ad uno dei pezzi più amati di Moon Safari.
Cherry Blossom Girl, più semplice e meno effettata che in album, Alpha beta gaga e Another day confermano, nonostante non ci siano dubbi, l'altissima qualità di Talkie walkie: tre pezzi molto diversi tra loro dove psichedelia e pop trovano un inaspettato matrimonio alla francese. Come definire altrimenti il fischio felice e al contempo malinconico di Alpha beta gaga?
Ancora da Talkie walkie arriveranno il nuovo singolo Surfin' on a rocket, ancora più deviata verso sonorità 80s, e Run, purtroppo meno convincente che in album per via di un arrangiamento forse troppo piatto.
Due pezzi inattesi come Highschool lover (proposta invece di Playground love) e Remember scaldano la scena prima di una rilettura molto aggressiva di una finalmente travolgente Kelly watch the stars, salutata da una vera e propria ovazione da parte del pubblico: da questo momento in poi gli Air cambiano definitivamente marcia, lasciando i presenti senza parole.
I primi due bis sono il momento migliore del concerto, con versioni lunghissime e al limite della psichedelia di Biological e La femme d'argent: si possono nuovamente avanzare paragoni con le suite sognanti dei Pink Floyd, miti più volte citati e celebrati dal duo francese. L'audience è avvolta dal suono, in pochi sentono il bisogno di individuare i musicisti sul palco: si vedono solo gli effetti delle luci, mentre la band è circondata dal buio.
Poi ci vogliono dieci minuti circa di applausi per "obbligare" Dunckel e Godin a concludere la loro perfomance: rientrano per Sexy Boy, l'eseguono rivisitandola, lanciandoci fasci di luce al termine di un concerto probabilmente troppo breve, ma inappuntabile dal punto di vista qualitativo.
Resteranno fuori da questo live act tracce epocali per chi scrive come Electronic performers, Don't be light, Le voyage de Penelope, New star in the sky . Escluse inoltre, dall'ultimo Talkie Walkie, sia Mike Mills sia Alone in Kyoto.
Impossibile però accorgersene durante il concerto...


TELEFON TEL AVIV
Map of what is effortless Tour 2004 / FM, Brescia - 26.03

Loop non come travestimenti per pezzi al più orecchiabili, ma parti fondamenteli della costruzione sonora, in grado di integrarsi con un cantato di matrice soul, che arrichisce i brani rendendoli gemme pop.
Tre ragazzi americani in tour europeo mentre l'altra metà del gruppo attende a New Orleans: troppo costoso spostare tutta la band, purtroppo.
Fahrenheit fair enough e di John Thomas on the inside is nothing but foam (due capolavori tratti dell'eccezionale album d'esordio dei Telefon Tel Aviv) rendono più lieve l'accettazione della pioggia, che fuori continua a cadere senza interruzioni.
Osservarli, mentre completamente assorti, si muovono tra computer e manopole, sintetizzatori e chitarre: il loro suono rimanda ad un dub anestetizzato, con annidati dentro sè loop figli del genio malato di Richard D. James.
Dopo 55 minuti di performance salutano, accolti da un'ovazione orgogliosa. Poi si fermano a chiaccherare con il pubblico.

Josh ci racconta della difficoltà di avere successo negli Stati Uniti: la loro musica è molto più apprezzata in Europa ("Perché in Europa c'è amore per la musica" sottolinea) e in particolar modo in Italia, dove tra l'altro hanno avuto il loro unico sold out, 600 persone a Roma. Sembrano rilassati e con molta voglia di parlare.
Sono sorpresi dell'accoglienza ricevuta, quanto noi della loro presenza… Promettono di tornare, magari quest'estate per rendere accettabile qualche improvviso temporale notturno.


LALI PUNA
Faking the Books European Tour 2004 / FM, Brescia - 29.04

Valerie non si muove mai, nemmeno quando accenna ad un lento dondolamento del capo su B-movie, una delle tracce più movimentate del concerto di Brescia.
Cerco di scorgere delle emozioni sul suo volto, ma mi è impossibile. Così mentre i Lali Puna eseguono quasi completamente il loro ultimo lavoro, io seguo la loro musica ma tendo a non osservarli.
Mi dimentico di loro anche se la loro prestazione è sicuramente sopra le righe. La stessa qualità che ha colpito anni fa Thom Yorke e che li rivelò al grande pubblico (o meglio ad un bacino più ampio di quello a cui erano abituati).

Come detto Valerie Trebaljar, la cantante di origine coreana del progetto di Markus Archer, non accenna minimamente a seguire il ritmo dettato dal vero artefice (nella dimensione dal vivo) dei suoni de i Lali Puna, il batterista (e polistrumentista vien da dire) Florian Zimmer. A completare il gruppo il grande lavoro di armonizzazione alle tastiere di Cristoph Bardner: cadenze post elettroniche, per un gruppo che ha un impatto sempre più vicino al rock (in particolare, tra gli ultimi eroi newyorkesi, ricordano alcuni attacchi degli Interpol), ma completamente privo di chitarre.
Il "rumore" è dato dalle percussioni e dai continui crescendo che in Faking the books sono enfatizzati dalla militarizzazione di brani pop, annegati al solito negli echi e nei riverberi che costituiscono il marchio di fabbrica del gruppo.
La performance dura circa un'ora impreziosita da un duetto hip hop su Bi-Pet (da Scary world theory) con Alias (anche se dal palco annuncia di essere Axl Rose), il dj che ha aperto il concerto di questa sera.
Strano sentire le atmosfere europee e malinconiche de i Lali Puna sposarsi quasi alla perfezione con le metriche al'americana di Alias, scatenato dopo non aver proferito una sola parola (oltre qualche ringraziamento) durante tutto il suo dj set minimal elettronico.
Archer, il grande creatore, giganteggia dietro il basso, troppo limitante probabilmente per le sue capacità e intuizioni, ma in grado di essere la spalla sicura su cui far poggiare le melodie deviate di Valerie, ascetica e a tratti zen come una massaia in supermarket, assorta mentre legge le date di scadenza di ogni prodotto che le capita a tiro.



IGGY POP AND THE STOOGES
MASSIVE ATTACK
THE CHEMICAL BROTHERS

Xacobeo 2004 / Santiago de Compostela, Monte Gozo - 15.07

THE DARKNESS
Prima dei Darkness, ad onore del vero, la giornata era stata aperta dall'unico gruppo spagnolo (e gallego) della manifestazione: i non indimenticabili Lilith, di cui si nota più l'avvenenza (e in parte la goffaggine, mitigata da volontarie volgarità) della cantante, una splendida rubia come dicono qui…
Il rock aggressivo e post grunge dei Lilith sempre quasi dilettantesco di fronte all'apertura dei Darkness puramente strumentale, che rimarrà la parentesi più felice del loro concerto.
Il suono del gruppo inglese è un'accozzaglia di suppellettili e cianfrusaglie dei primi anni '70 che nella versione live si rifà ancora più maldestramente alla morte del glam e alla coincidente nascita della leggenda dei Queen (A day at the races e Jazz, in particolar modo).
Non si capisce francamente il coro di critiche positive (a partire da NME) e il successo travolgente nelle vendite del loro primo album, Permission to land, se non con il loro aspetto e la loro fuorviante passione per tutine aderenti e baffi alla Village People.
Solo la simpatia sopra le righe e i modi stereotipati da rockstar consumata e consapevolmente maledetta, permettono ai Darkness di essere "guardati" e di diventare con il passare dei minuti e di improbabili finali torrenziali (composti da assoli classici, ma titanici e coretti impossibili) addirittura piacevoli.
Loro s'impegnano con una cover al limite della blasfemia (Streetspirit dei Radiohead, in ovvia versione hard rock) e con il tripudio conclusivo di I believe in a thing called love, il loro primo e più grande (unico?) successo.
Forse scompariranno presto, ma Justin Hawkins probabilmente meriterebbe qualche chance in più.
Se non altro per la sua incredibile faccia da schiaffi…

IGGY POP AND THE STOOGES
Il soundcheck sembrava ancora in fase di definizione quando uno scattante cinquantaseienne inizia a correre da dietro le quinte, senza nemmeno bisogno di tante presentazioni.
Busto scoperto e jeans d'ordinanza, capelli al vento e voce profonda: ecco, finalmente, Iggy Pop.
Accompagnato dagli infedeli Stooges, a rinverdire il loro passato di rock alternativo e violento, passato in secondo piano e spesso dimenticato: eclissato dalla potentissima luce dei Velvet Underground, di cui presero il posto al Max Kansas City di NYdopo la partenza per l'Europa di Lou Reed e lo scioglimento del gruppo.
Gli Stooges sono piuttosto incazzati e lo si nota sin dalle prime note: riff ripetitivi e violentissimi, con Iggy che mostra la traduzione "fisica" del loro suono.
Nei primi 20 minuti di concerto l'alter ego bestiale di Jim Osterberg tenta di abbattere più volte le file degli amplificatori, si lancia in mezzo al pubblico (che insulta continuamente), cavalca una cassa alle spalle del batterista rischiando di precipitargli addosso, sputa sull'obbiettivo della telecamera, mostra il dito medio a sé stesso inquadrato sui megaschermi, tenta di strappare la maglietta ad un cameramen, non riuscendoci lo schiaffeggia e subito dopo gli ruba le cuffie (con microfono): indossatele lo insulta dal palco.
"We are the fucking Stooges, we're gonna play a fucking song now!!!" Così Iggy introduce una travolgente versione di I wanna be your dog, a cui viene tributata una vera e propria ovazione, prima che l'ingresso della batteria saluti l'inizio del delirio. Eccezionali anche le successive 1969 e TV Eye, con la rockstar che oltre allo show personale, non si concede nemmeno una sbavatura nel cantato.
Piuttosto invita sul palco il pubblico delle prime file, che non ha certo bisogno di aspettare ulteriori conferme per accettare: circa 50 persone on stage, con uno dei fortunati che strappa il microfono ad Iggy per urlare un istintivo "Such a fucking fun" (istintivo perché mr.Pop non fa altro che ripetere la parola "fuck" ad ogni interruzione, tra un brano e l'altro).
Iggy reagisce d'istinto, riprendendosi il microfono e urlando con tutto il fiato che ha: "Nooo! No fun!"
Gli Stooges attaccano immediatamente il pezzo che con il passare degli anni è divenuto un vero e proprio inno al nichilismo, per una performance tiratissima, in cui sembra possa scatenarsi una rissa da un momento all'altro (non accade niente di tutto ciò, i ragazzi addirittura scendono dal palco senza essere pregati dalla sicurezza al termine del brano).
A questo punto il trionfo è completo, gli Stooges possono permettersi anche due lunghe tirate tra noise e psichedelia con L.A. Blues e Dead rockstar: il pubblico è ormai ai loro piedi.
Iggy, perfettamente a suo agio, saluta la Galizia ricordando ai presenti (motherfuckers…) che lui (in questo caso) sa benissimo dove si trova…
La conclusione, inaspettata, è con una nuova versione di I wanna be your dog, che ovviamente riaccende tutti i presenti in un'istante: un'applauso interminabile a chiudere, con Iggy che finalmente può celebrare sé stesso e il suo incrollabile mito. Commovente.

MASSIVE ATTACK
Ormai è buio e i Massive Attack possono scendere nell'arena: Special cases in versione strumentale incanta il pubblico sin dall'inizio, mentre 3D rimane nell'oscurità a curare il suono della sua chitarra.
Il concerto di Compostela ricalca la scaletta dell'ultimo tour mondiale, anche se lascia curiosamente in disparte i brani di 100th window: la struttura portante della performance è costruita sui ritmi e le atmosfere cupe di Mezzanine, come dimostra la scelta di eseguire come seconda e terza traccia Angel e Rising son (affiancato da Daddy G), accolte da applausi a scena aperta.
In particolare quest'ultima trasporta completamente i presenti nelle sonorità dub oscure e pulsanti che contraddistinguono l'universo sonoro dei Massive Attack: per le successive Karmacoma, Dissolved girl e Teardrop l'unica reazione possibile è il tripudio.
Ancora una volta si afferma sul palco lo strano fascino del collettivo che fa capo a Robert 3D Del Naja con un alternarsi vorticoso di vocalist e performer, in grado di mettere al centro dello show solo e assolutamente la costruzione musicale.
Il trionfo di questo progetto lo si può cogliere nella resa dal vivo degli immancabili pezzi tratti dall'esordio di Blue Lines: Hymn of the big wheel e Unfinished sympathy, ma soprattutto una Safe from harm tiratissima, con un vibrante finale sorretto dalla chitarra elettrica, dedicata alla vittime minorenni della guerra in Iraq (alle spalle del gruppo compaiono nomi ed età dei giovanissimi civili caduti durante l'arrivo della "democrazia").
I Massive Attack non abbandonano comunque la sperimentazione come appare dall'incredibile impianto sonoro costruito attorno a Butterfly caught, irriconoscibile e oltre la psichedelia o nella riproposizioni ancora più dark e inquietanti di Mezzanine e Inertia creeps.
Conclusione di un live act come sempre eccellente con Bullet proof, portata ad una lunghezza impensabile dall'assalto sonoro finale, in cui il suono della chitarre e i battiti elettronici arrivano a scomparire nei loro stessi feedback.
I Massive Attack con performance come questa, in cui non lesinano prezionismi e contaminazioni ancora più spinte tra hip hop, beats elettronici e noise rock, non fanno altro che ribadire l'abbattimento del confine tra generi definiti e standardizzati la genialità di una delle scene più innovative e interessanti a livello musicale degli anni '90.

THE CHEMICAL BROTHERS
In poco tempo gli strumenti abbandonano il palco per lasciare spazio ai mixer dei frattellini chimici, dj oltre che trendsetter, ormai navigati esponenti dell'entertainment musicale mondiale che non ancora abbandonato il piacere di proporre miscele sonore devastanti basate sulla creazione di loop ossessivi e (a tratti) lisergici.
L'atmosfera è bollente sin dalla scelta della traccia d'apertura: Hey boy, hey girl cantata all'unisono da tutto il pubblico.
Scelta abbastanza strana quella di aprire con il proprio pezzo di maggior successo che diviene comprensibile solo con il passare dei minuti: i brani riconoscibili sono ben pochi (la maggior parte tratti da Surrender) visto il lavoro di decostruzione che Tom Rowlands e Ed Simons dedicano ad ogni composizione.
Un sound compatto e potente, a cui è praticamente impossibile rimanere indifferenti (o ancor di più fermi) tra cui spiccano le rivoluzionarie Block rockin beats e Setting sun (letteralmente demolita e ricostruita, con il cantato che si annulla nel suo stesso eco) da Dig your own hole.
Spazio anche per un'infinita riproposizione di Star guitar e per Out of control e Get yourself high: tra loro, nuove composizioni più vicine al sound degli Orbital e alle radici della club culture dei primi anni '90. Pezzi leggiadri e dichiaratamente chimici, nati in piccole stanze dei sobborghi inglesi dopo ore passate ad ammirare poster provenienti da Ibiza.
Eccezionale ad esempio la rilettura in chiave techno di My elastic eye e la chiusura psichedelica e colma di improvvise deflagrazioni, accelerazioni e rallentamenti, di ciò che potrebbe essere rimasto di Come with us.
I Chemical Brothers si confermano come assoluti maestri di cerimonia, in grado di trasformare l'arena di Compostela in un sabba
elettronico, con il pubblico ad acclamarli adorante.


2004/2>

   
website 2003 2008
website 2003 2008