NICOLAS JAAR
Melkweg, Amsterdam 15.01
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THE ANTLERS
Burst Apart World Tour / Melkweg, Amsterdam - 24.11.2011
01. PARENTHESES
02.
NO WIDOWS
03.
KETTERING
04.
FRENCH EXIT
05.
ATROPHY
06.
CORSICANA
07.
ROLLED TOGETHER
08.
EVERY NIGHT MY TEETH ARE FALLING OUT
09.
HOUNDS
10.
PUTTING THE DOG TO SLEEP
11.
I DON’T WANT LOVE
12.
SYLVIA
13.
EPILOGUE
Parentheses apre lo show con in primo piano sintetizzatori e chitarre, la voce di Peter Silberman a imporsi annunciata dall'incedere marziale della batteria di Micheal Lerner: il suono degli Antlers invade la sala e s'impadronisce d'acchito del pubblico.
Le sorprese sono tutte nei synth in grande evidenza e nella coda strumentale al limite delle psichedelia - purtroppo sfumata su album - tra carezze e rovesci elettrici che lascia intendere quale sara' poi l'andamento dello show. Parentheses in questo senso funziona alla perfezione sia come brano d'apertura sia come prologo: No widows ne prosegue la conclusione sognante e sofferta mentre Kettering s'infiamma soprattutto nel suo finale noise. L'intera performance si fonda sulla ricerca di un impatto sonoro estatico da cui lasciar fluire tanto crescendo perturbanti quanto attimi di raccoglimento e intimita' ideali per esaltare la voce di Silberman.
Burst Apart l'ultimo album ad oggi della band e' presentato quasi per intero e segna l'atmosfera dello show in particolare nella sua parte centrale dove resta la sola Atrophy a testimoniare l'anima inquieta del precedente Hospice. La morbidezza di French Exit e Corsicana ben s'accosta ad una assorta e disperatamente sincera Rolled together ('Rolled together with a burning paper heart, pulled together but about to burst apart'), una delle migliori e piu' convincenti tracce della serata, un momento che la band riesce a rendere in modo sentito e quasi commosso. Every night my teeth are falling out lascia da parte gli arpeggi per svelarsi piu' aggressiva e fondata sul feedback della chitarra di un Timothy Mislock membro aggiunto si, ma sempre in grande evidenza. Hounds mette invece in risalto le qualita' vocali di Darby Cicci (il piu' loquace di una band timida, ma a detta sua - e senza nessuna smentita - innamorata di Amsterdam) in duetto con Silberman, assoluto protagonista subito dopo nella chiusura oltre i nove minuti di una Putting the dog to sleep sintesi della calibrata sperimentazione che compare dai brani mai scontati degli Antlers.
Un'ovazione prolungata saluta la band al termine della prima parte del concerto: un pubblico quasi in soggezione di fronte alla compattezza del gruppo e alla capacita' di creare un universo a se' durante il concerto.
Il vuoto attorno alle note chiave di una applauditissima I don't want love da' il giusto contrappunto all'ammirazione suscitata dagli Antlers sino a questo momento grazie ad una semplicita' compositiva e di esecuzione solo apparente.
Quando Cicci introduce 'a song that we don't play as much as in the past nowadays' qualcuno dal pubblico urla Sylvia...tutti annuiscono mentre Darby s'arrischia a chiedere di spiegare la canzone a Silberman, il quale non parla se non per ringraziare, oltretutto a voce bassa, e non sembra esattamente interessato ad una introduzione su Hospice e sulla fine della sua relazione che ha ispirato la visione 'terminale' dell'album. Silenzio. Sorrisi ironici. Poi Peter spezza l'imbarazzo con un filo di voce canzonatorio prima di attaccare il brano: 'I'm so sorry but..I'm not going to do that...'. Sylvia e' coinvolgente e appassionata con tutta la band a cantarne l'inciso mentre l'audience appare ipnotizzato dal trasporto degli Antlers. Finale con Epilogue, ancora da Hospice, lancinante nel suo affidarsi ai ricordi, una rievocazione ben poco pacificatoria: tra questi e di questi contrasti vive la musica della band, lanciando interrogativi che riescono a restare eterei anche al cospetto di interpretazioni vibranti e di repentine immersioni nel rumore. Il battimani conclusivo, la soddisfazione sui volti dell'audience e del gruppo, parlano per una volta piu' di ogni ringraziamento, piu'di ogni parola. Basta un gesto, un saluto militare appenna accennato in coppia da Silberman e Mislock a far trasparire l'emozione del gruppo prima di scendere dal palco, tra gli applausi. Un'istante per capire che l'amore che dicono di provare per Amsterdam - a due anni dal primo colpo di fulmine - e' ampiamente ricambiato.
THE RAPTURE
In the grace of your love Tour / Melkweg, Amsterdam - 30.08.2011
01.IN THE GRACE OF YOUR LOVE
02.PIECES OF THE PEOPLE WE LOVE
03.NEVER DIE AGAIN
04.GET MYSELF INTO IT
05.THE DEVIL
06.KILLING
07.WHOO ALL RIGHT YEAH UH HUH
08.HOUSE OF THE JEALOUS LOVERS
09.ECHOES
10.OLIO
11.COME BACK TO ME
12.HOW DEEP IS YOUR LOVE?
13.SAIL AWAY
14.IT TAKES TIME TO BE A MAN
Tre album in otto anni per i Rapture, l'ultimo appena pubblicato dopo lunghi mesi in cui il futuro della band era dato per incerto: In the grace of your love fa dileguare qualsiasi dubbio sin dalle prime note, lo stato di forma della band e' ottimo, in radicale evoluzione rispetto all'ibrido Pieces of the people we love datato 2006, interessante, ma riuscito a meta'.
Il gruppo risenti' con tutta probabilita' dell'ondata di successo travolgente che accolse il primo singolo House of the Jealous Lovers e il successivo Echoes prodotto da James Murphy - prima che si dedicasse anima e corpo agli LCD Soundsystem - per allontanarsi da un sound che li aveva immediatamente consacrati. In Pieces of the people love in ogni caso i momenti da ricordare sono piu' d'uno, come dimostra la fiera title track, ben orchestrata intorno all'incedere di basso e batteria o Get myself into it, ottima occasione per un rilassato Luke Jenner di raggiungere il piu' alto acuto della serata. La band lo segue alla grande, l'impianto ritmico e' granitico, le atmosfere dettate di volta in volta dalla chitarra o dalle tastiere avvincenti. In particolare Gabriel Andruzzi scatenato alle percussioni e al basso s'aggira con l'aria di spassarsela su tutto il palco senza mai perdere d'occhio le prime file con cui scambia continuamente battute e ammiccamenti. I brani di In the grace of your love (al momento del concerto non ancora pubblicati) hanno un effetto sorprendente, innervati di house e riverberi sono un ulteriore passo avanti, se non un cambio di rotta rispetto agli esordi: la loro commistione con le tracce piu' conosciute genera un'atmosfera unica tra dance e rock n roll (con sfumature punk) che non puo' non deliziare il pubblico.
In particolare Never die again e Come back to me contengono un chiaro invito al ballo, strutturate come sono sul proprio ritmo e sugli 'hooks' del cantato. The Devil furoreggiante nel suo funky deviato (con bell'assolo di Luke che ironicamente si autocelebra tra un urlo e l'altro) introduce una violenta The Killing che dimostra come il gruppo sappia ancora graffiare e una eccellente Whoo! Alright-Yeah Uh-Huh che esalta fans e band: stare fermi e' praticamente impossibile, i Rapture sono ormai completamente padroni della serata.
House of the Jealous Lovers arriva proprio a questo punto, accolta immediatamente da un susseguirsi di ovazioni, con Jenner che non prova nemmeno a trattenere un entusiasmo straripante: il pezzo mantiene grande impatto e carica ed ha ancora una forza evocativa incredibile a dispetto dei suoi 10 anni d'eta', una sintesi emozionante di cio' che e' stato e cio' che sara'. Echoes ne prosegue la deriva carica di distorsioni sino ad esplodere con la batteria fuori giri nelle battute finali.
Mentre l'elettricita' e' ancora nell'aria ecco Olio che pur derivando dallo stesso mood ne e' la versione dichiaratamente elettronica e sibilante, viatico all'accoppiata di fine set: la gia' citata Come back to me che si innesta sulle ultime battute del brano che la precede e l'attesissima How deep is your love. Si, attesissima, nonostante sia stata pubblicata solo pochi mesi prima. Jenner la introduce giocando 'and now one of the most famous songs of this last summer...?', ma bastano pochi accordi perche' un Melkweg esultante si abbandoni al ritmo del pezzo e al suo cantato, dimostrando come la nuova via dei Rapture abbia da subito incontrato i favori del pubblico: quando Andruzzi poi si lancia nell'assolo al sax e' il tripudio.
Luke e compagni ritornano ancora sul palco chiamati a gran voce del pubblico per gli encores, ma non possono aggiungere molto ai 70 minuti e oltre precedenti: la suadente Sail Away e la riflessione sarcastica di It takes time to be a man (entrambe inedite, ma pubblicate su In the grace of your love) chiudono lo show concedendo ad un'audience entusiasta un'ulteriore occasione per sommergere d'applausi una band davvero sfavillante: bentornati!.
ARCADE FIRE
The Suburbs World Tour / HMH, Amsterdam - 29.08.2011
01.READY TO START
02.KEEP THE CAR RUNNING
03.NEIGHBORHOOD #2 (LAIKA)
04.NO CARS GO
05.HAITI
06.SPRAWL II (MOUNTAINS BEHIND MOUNTAINS)
07.EMPTY ROOM
08.ROCOCO
09.THE SUBURBS
10.THE SUBURBS (CONTINUED)
11.MONTH OF MAY
12.REBELLION (LIES)
13.NEIGHBORHOOD #1 (TUNNEL)
14.WE USED TO WAIT
15.NEIGHBORHOOD #3 (POWER OUT)
16.INTERVENTION
17.WAKE UP
Annunciati da una serie di trailer cinematografici rubati ai primi guerreggianti anni Ottanta e proiettati sul grande schermo che appare tra un mare di strumentazione gli Arcade Fire salgono al completo sul palco dell’HMH accolti da copiosi applausi.
'Please stand up' e' l'invito non del tutto ascoltato o forse troppo precipitoso per il pubblico olandese formulato da Win Butler, giusto un attimo prima che la band lanci Ready to start: saranno poi i cambi ritmici del brano e le sue vigorose accelerazioni a far cambiare idea ai piu’ in un tripudio di chitarre, violini, batterie, tastiere, tamburelli e fisarmoniche.
La spiegazione che segue e introduce una Keep the car running leggera e coinvolgente d’altronde non fa’ una piega: 'Please everybody stand up so we can all dance, move and become sweat, having a fucking good time'. Win lo dice con disarmante semplicita’, con la voglia di divertirsi – come sottolinea – durante queste ultime date del loro tour mondiale iniziato piu’ o meno un’anno fa’, con l’eccitazione palpabile di chi non vede l’ora di suonare la propria musica con trasporto e intensita’.
La carica, l’energia e l’emotivita’ liberata sul palco da ogni componente del gruppo durante la performance, la gioia che si scatena tra i musicisti durante ogni brano diviene contagiosa per chi guarda, permettendo un contatto ancor piu’ diretto con l’audience che diviene gradualmente parte integrante e fondamentale del concerto.
Non bastasse, la scelta della setlist – peraltro variata costantemente – e’ eccellente, una scossa elettrica di un’ora e trenta minuti, una marcia trionfale in cui la scoperta e la sorpresa divengono ben presto puro piacere. Brani come Empty Room o Rococo guadagnano live la propria definitiva dimensione e consacrazione (dirompente fino all’annichilimento il primo, maestoso e affascinante il secondo), trovando la giusta collocazione accanto a No Cars Go (infallibile nello scatenare le folle) e ad una versione vibrante e piena di distorsioni di Neighborhood # 2 (Laika). Queste ultime entrambe molto attese e applaudite costituiscono un fondamentale cambio di marcia nella continuazione dello show, il definitivo scoccare della scintilla tra band e audience. Regine Chassagne regala poi in sequenza due gioielli come Haiti e Sprawl II (Mountains Behind Mountains) che oltre ad ampliare i gia’ poco definibili confini musicali della band, permettono di apprezzarne ancor piu’ le straordinarie qualita’ ritmiche. Mentre Haiti culla con le sue suadenti progressioni di basso, Sprawl II flirta con elettronica ed echi new wave per creare un’amalgama unico, sospeso tra contemporaneita’ e velleita’ atemporali rese giocose dall’interpretazione sfavillante di Regine (con tanto di nastri colorati a far da coreografia).
Win siede poi al piano per The Suburbs mentre sullo sfondo scorrono le immagini d’adolescenti nei sobborghi d’oltreoceano girate da Spike Jonze: l’associazione tra video e parole e’ struggente come d’altronde l’interpretazione accorata dell’intera band (…so can you understand? Why I want a daughter while I'm still young I wanna hold her hand and show her some beauty before this damage is done… Under the overpass in the parking lot we're still waiting it's already passed so move your feet from hot pavement and into the grass cause it's already passed…).
Dalle ceneri di The Suburbs nasce fiammeggiante Month of May, il brano piu’ devastante della serata, magnifico nel superare i propri sbarramenti noise sino al gran finale che diventa d’incanto l’inizio altrettanto incendiario di Rebellion (Lies).
Il profilo di Funeral a questo punto si staglia sull’intero concerto grazie ad altre due esecuzioni fantastiche: Neighborhood # 1 (Tunnel) e Neighborhood # 3 (Power Out). Se Neighborhood # 1 (Tunnel) e’ uno splendido momento per gli Arcade Fire, l’uno accanto all’altro sul palco in una sorta di comunione spirituale, Neighborhood # 3 (Power Out) e’ da subito indimenticabile, selvaggia e senza freni, la perfetta, liberatoria, chiusura di un set memorabile. Nel mezzo We used to wait, con Regine al pianoforte, prima che le chitarre e le percussioni la facciano da padrone: difficile contenere l’emozione su incisi come 'I never took my true heart I never wrote it down so when the lights cut out I was left standing in the wilderness downtown... now our lives are changing fast, hope that something pure can last...' con un gruppo che fa’ tutto il possibile perche’ sia chiaro a chiunque abbia la fortuna di vederli dal vivo come queste non siano solo parole.
Portare addosso la propria musica, avere il coraggio e l’impudenza tutta rock n roll di raccontare la propria vita a pieni polmoni sino a rendere questo messaggio – quello che ha fatto nascere Funeral come una celebrazione della sopravvivenza o ha permesso di concepire The Suburbs come una cosciente linea d’ombra – qualcosa d’universale e non negoziabile, un’interrogazione all’esistenza che diviene ancor piu’ vitale nel constatare che l’assenza di certezze non permette risposte se non il suo stesso divenire. Il fragore che si scatena prima degli encore viene zittito da Intervention, sempre piu’ simile ad un inno come e quanto la successiva Wake Up, cantata all’unisono da tutti i presenti in un crescendo di musica, voci ed emozione: Children wake up, hold your mistake up, before they turn the summer into dust, if the children don’t grow up, our bodies get bigger but our hearts get torn up, we’re just a million little god’s causin rain storms turnin’ every good thing to rust... I guess we’ll just have to adjust… with my lighnin’ bolts a glowin’ I can see where I am goin’ to be when the reaper he reaches and touches my hand …. with my lighnin’ bolts a glowin’ I can see where I am goin’ …. You better look out below!
TV ON THE RADIO
Nine Types of Light Tour / Paradiso, Amsterdam - 04.07.2011
01. YOUNG LIARS
02.
THE WRONG WAY
03.
CAFFEINAITED CONSCIOUSNESS
04.
BLUES FROM DOWN HERE
05.
WILL DO
06.
NEW CANNONBALL RUN
07.
HALFWAY HOME
08.
DREAMS
09.
KEEP YOUR HEART
10.
RED DRESS
11.
STARING AT THE SUN
12.
REPETITION
13.
WOLF LIKE ME
-
14.
A METHOD
15.
DANCING CHOOSE
16.
SATELLITE
-
17.
WAITING ROOM
I TV On The Radio salgono sul palco avvolti dall’oscurita’, solo qualche flash li illumina mentre attaccano l’introduzione strumentale di Young Liars: all’accendersi delle luci on stage Tunde Adebimpe lancia il suo tamburello e inizia vigorosamente a cantare mentre la band lo segue in un profluvio d’elettricita’. E’ subito travolgente la performance del collettivo newyorkese, iniziata con un’eccellente gemma tratta dall’EP che li ha fatti conoscere al grande pubblico datato 2003. Di seguito un’altra sferzata sopra le righe, il blues post apocalittico alimentato da una batteria fuori giri di The Wrong Way (2004), con parentesi ‘spiritual’ a meta’ brano e Tunde e Kyp a saltellare scatenati sul palco. Venue in visibilio e applausi a scena aperta.
Al terzo pezzo tutta l’attenzione si sposta sull’ultima creazione del gruppo, Nine Types of Light: Caffenaited Consciousness non puo’ infiammare piu’ di The Wrong Way, ma il suo incedere e’ maestoso, l’esecuzione granitica.
Kyp spinge nuovamente sull’acceleratore lanciando Blues from down here (da Return to Cookie Mountain, 2006) , Tunde lo segue immediatamente nel cantato, a pieni polmoni. L’impasto vocale del duo e’ sensazionale, si fonde sino a rendersi unico nonostante la commistione di falsetto e toni bassi possa far sembrare - seppur in apparenza – ad una netta divisione dei ruoli. Al loro fianco Dave Sitek e’ perennemente piegato sulla sua chitarra e gli innumerevoli pedali che ne definiscono il suono, con le campanelle legate al manico e alle corde lasciate liberamente a dondolare. Molto spesso batte il corpo della chitarra con un archetto, altrettanto frequentemente percuote le corde ad una velocita’ inaudita, costruendo vere e proprie architetture per gli assoli ficcanti di Kyp. Will do e’ un attimo di respiro, percussioni e trama trip hop sino all’infiammarsi del brano nella sua ‘caldera’, con Tunde ancora una volta magnifico nel catalizzare lo sguardo e l’attenzione dell’audience.
Una traccia (Will do) che fara’ poi il paio con una Keep your heart scaldata dal trombone e dai cori della band nel concedere al pubblico le parentesi piu’ dolci ed intime dello show. Ma Nine Types of Light non vive solo di momenti raccolti ed estatici… ecco New Cannonball Run tutta giocata su poche note elettroniche distorte e con uno sviluppo al limite della psichedelia che irretisce letteralmente gli spettatori, di certo uno degli episodi piu’ interessanti anche in chiave d’evoluzione futura per i TV On The Radio, in questo tour europeo in formazione allargata a sei elementi con preziosa aggiunta dei fiati. Spazio poi a Dear Science (2008) lasciato sino a questo momento in disparte, Halfway home e’ trascinante nonostante qualche difficolta’ nelle interpolazioni tra i suoi aspetti piu’ elettronici e quelli piu’ elettrici: il coro che da’ inizio e termine al brano ne attutisce le bordate coinvolgendo senza remore l’intero Paradiso in un cantato allegro e scomposto.
Poco dopo ancora Kyp sotto i riflettori per una Red Dress che non fa prigionieri: dedicata vista la ricorrenza dell'anniversario dell'indipendenza americana del 4 luglio agli Stati Uniti e a tutte le contraddizioni ancora in primo piano nonostante l’avvicendarsi di amministrazioni politiche che dovrebbero risultare di opposta condotta… Jaleel Bunton, trasferitosi giocoforza dopo la scomparsa di Gerard A. Smith dalle percussioni al basso, e’ semplicemente fantastico nell’imporre il ritmo al pezzo: serafico, a piedi nudi per l’intero show, e’ l’argine ideale su cui s’infrangono i riverberi ed i feedback elettrici che scuotono il gruppo. Jahphet Landis, alla batteria da questo tour, sale invece in cattedra nel restituire in una serie di crescendo iconici un’atmosfera velatamente dance alle strepitose e coinvolgenti Staring at the sun (2003) e Dreams (2004), quest’ultima in particolare tra le esecuzioni piu’ calde e riuscite della serata.
A concludere in tripudio la prima parte del set e a ribadire l’attitudine rock incontrastabile dei TV On The Radio dal vivo (al di la’ di ogni riuscita sperimentazione su album) una Repetition da subito amatissima, con doppia devastante ripartenza finale e sirena ad illuminare la sala: il battito della batteria e le prime note elettriche dopo gli intriganti arpeggi d’inizio pezzo regalano continue deflagrazioni d’energia mentre il carisma e il magnetismo di Tunde s'impongono e l’audience sembra sempre piu’ in balia dei movimenti imprevedibili del suo braccio sinistro. Sul finire del brano, con il pubblico ancora intento ad applaudire, Jahphet scandisce il ritmo di Wolf like me che si dipana poi potentissima con Kyp e Tunde quasi posseduti dalla carica elettrica di uno dei pezzi portanti di Return to Cookie Mountain tanto da saltare senza posa per tutto il palco sino al trionfale coro conclusivo (‘We’re howling forever oh oh…’).
Wolf like me lascia il Paradiso in estasi, ma ancora affamato di musica: gli encore si aprono con un déjà vu, A Method eseguita come tre anni fa’ ad Amsterdam con l’aiuto dell’allora gruppo spalla, i White Crime Circle Club, qui ripresentatosi non annunciato in una jam session sovrastata dalle percussioni, aperta e chiusa dal fischio vagamente luciferino di Tunde.
Infine ancora rock, anzi quasi punk… prima venato d’elettronica per una Dancing Choose che fa apparire come sin troppo beneducata la versione originale registrata su Dear Science poi una Satellite in preda a percussioni e feedback, noise come non mai. Finale a sorpresa in tutti i sensi con un’ulteriore apparizione sul palco per una cover dei Fugazi, Waiting Room: gran riff a sostenere il brano da parte di Kyp che nascosto sotto un cappello da elfo lascia intravedere solo la sua barba da guru mentre il resto della band con Tunde e Sitek in testa chiude con fierezza una concerto ispirato e senza compromessi, da applausi dalla prima all'ultima traccia..
CARIBOU
Swim World Tour 2011 / Paradiso, Amsterdam - 23.05.2011
01. INTRO
02.
KAILI
03.
LEAVE HOUSE
04.
NIOBE
05.
BOWLS
06.
FOUND OUT
07.
MELODY DAY
08.
AFTER HOURS
09.
HANNIBAL
10.
LALIBELA
11.
JAMELIA
-
12.
ODESSA
13.
SUN
Daniel Victor Snaith e’ l’anima e il genio nascosto dietro il progetto Caribou: il musicista, autore e produttore canadese dopo poco piu’ di un decennio di carriera attraverso differenti pseudonimi e’ arrivato probabilmente al suo apice (…senza per questo voler porre limiti alla provvidenza) e la restituzione live delle atmosfere dell’ultimo arrivato Swim (2010) vanno oltre ogni logica aspettativa.
Accompagnato da una band di tre elementi che spaziano tra due batterie, percussioni, sintetizzatori, computer, basso e chitarra Snaith e’ timido e rilassato: nonostante l’ottimo apporto vocale la sua figura (in bianco, come i suoi compagni) tende a scomparire tra la strumentazione della band accorpata su un tappeto persiano e le ipnotiche proiezioni video che accompagnano l’intero set, supportate da un light show di grande impatto e che mette in risalto le silhouette in controluce dei musicisti.
Ma non solo: e’ la stessa setlist del concerto a costituire motivo d’interesse, a creare uno spettacolo in continuo crescendo.
Dalle atmosfere sognanti di Kaili, al pop innervato d’elettronica di Leave House e alle violente impennate di Niobe, l’inizio della performance e’ meditativo e coinvolgente, il pubblico e’ assorto, soggiogato dai lampi di luce e fumo che filtrano dalle spalle della band.
Brad Weber, eccezionale batterista, e' il vibrante alter ego di Snaith: gli occhi si fissano su di lui e sulla sua gestualita’ adrenalinica, il braccio sinistro spesso sollevato con la bacchetta ad indicare il pubblico prima di accelerazioni che scatenano applausi a scena aperta (Leave House, Bowls, Found Out).
Melody Day e Afterhours permettono due immersioni in Andorra (2007), vero e proprio trionfo psichedelico in cui il gruppo gioca con la swinging London lisergica dei bei tempi andati, ricreando e innovando un suono che pareva disperso da quarant’anni.
L’elettronica torna poi in primo piano con i battiti di Hannibal, Lalibela e Jamelia: l’audience balla convinto e felice, facendo partire boati al termine di ogni pezzo, rendendo ancora piu’ saldo e impossibile da sciogliere il legame con Caribou. Non riescono a intaccare la liaison nemmeno una ventina di minuti e piu’ tra il termine del set e gli encore. Motivazione? La sostituzione del basso, distrutto a quanto pare durante lo show ed introvabile nell’intero Paradiso. Si provvede con un surrogato per mancini, ma se non l’avessero fatto notare probabilmente nessuno se ne sarebbe accorto. Merito di uno show cesellato sino a sfiorare la perfezione, che fa assurgere Caribou all’olimpo degli imperdibili, tanta e’ la qualita’ e l’energia profusa dal gruppo, esaltata come detto da luci e proiezioni che completano in modo ideale la performance. Il ritorno on stage e’ sommerso dagli applausi, l’attacco di Odessa capace di ridimensionare quello gia’ di per se’ trascinante registrato in studio nell’iconica traccia d’apertura di Swim. Ogni pezzo tende ad allungarsi, a seguire il proprio ‘tempo’ in uno show che come gia’ detto vive di un singolare ritmo interiore. In particolare Sun, scelta giustamente come conclusione del concerto, supera la decina di minuti facendo ballare anche le colonne e le vetrate tardo gotiche del Paradiso. Improvvise accelerazioni, rumore elettronico e ripartenze che riescono a condensare sinteticamente l’intera serata nella traccia di chiusura. Audience in visibilio, letteralmente senza freni sull’ultimo, inaspettato, inciso del brano 'chiamato' da un battimani di Weber: prima che la traccia termini Snaith e’ gia’ backstage, ma non puo’ non sentire l’ovazione che chiude il concerto, un’esplosione liberatoria e gioiosa che restituisce all’unisono l’emozione e la creativita’ che Caribou ha donato senza remore e con grande passione in questa notte di primavera inoltrata.
ROGER WATERS
The Wall World Tour 2011 / Gerledome, Arnhem - 11.04.2011
01.
IN THE FLESH
02.
THE THIN ICE
03.
ANOTHER BRICK IN THE WALL I
04.
THE HAPPIEST DAYS OF OUR LIVES
05.
ANOTHER BRICK IN THE WALL II
06.
MOTHER
07.
GOODBYE BLUE SKY
08.
EMPTY SPACES
09.
WHAT SHALL WE DO NOW?
10.
YOUNG LUST
11.
ONE OF MY TURNS
12.
DON’T LEAVE ME NOW
13.
ANOTHER BRICK IN THE WALL III
14.
THE LAST FEW BRICKS
15.
GOODBYE CRUEL WORLD
INTERMISSION
01. HEY YOU
02.
IS THERE ANYBODY OUT THERE?
03.
NOBODY HOME
04.
VERA
05.
BRING THE BOYS BACK HOME
06.
COMFORTABLY NUMB
07.
THE SHOW MUST GO ON
08.
IN THE FLESH
09.
RUN LIKE HELL
10.
WAITING FOR THE WORMS
11.
STOP
12.
THE TRIAL
13.
OUTSIDE THE WALL
Il contrasto stridente tra location e show non potrebbe essere piu’ evidente al Gerledome di Arnhem, un gioiello tecnologico asettico gestito dittatorialmente, contraltare iper-reale delle psicosi sviscerate da The Wall. Il muro accennato sul palco sta a meraviglia nel bunker del sud d’Olanda, riesce addirittura ad accendere qualche speranza ancor prima che la scena s’illumini. Dall’arrivo di Roger Waters on stage ogni altro pensiero non correlato a The Wall passa in secondo piano. I rintocchi elettrici di In the flesh trasportano d’incanto il pubblico in un altro spazio tempo modellato sulla creatura di Roger e attualizzato da una selva di incredibili proiezioni che ampliano e decodificano il senso originale dell’opera trent’anni dopo la prima messa in scena.
In the flesh come ovvio in apertura sintetizza in quattro minuti tutto quello che potevamo esserci dimenticati, dalla grandeur scenografica che alimento’ il mito dei Pink Floyd corredata da uno schianto aereo all’impatto musicale prorompente di un concept album che provo’ a sorpassare ogni limite e logica, ma soprattutto riusci’ a definire quel momento come l’ultimo culmine della carriera del gruppo e del suo autore. La morte del padre di Roger in guerra assurge a simbolo di ogni decesso bellico, il muro inizia le sue trasformazioni mentre si ricompone, diventando una gigantesca composizione commemorativa (The Thin Ice).
La sequenza Another Brick in the Wall I / The happiest days of our lives / Another Brick in the Wall II tramortisce l’audience, un’esecuzione amplificata dalla proiezione di un mare rosso che crea un’illusione di profondita’ oltre che dalla storica marionetta gigante del professore e dalla riproposizione dei video originali, ieri come oggi il vero, fondamentale, apporto in piu’ alla performance (come d'altronde accade in One of my turns, Don’t leave me now, Nobody home e The Trial, sempre abrasiva e grottesca).
Waters e’un anfitrione eccezionale, divertito e sempre al centro della scena: che si presenti in cappotto in pelle nera con martelli incrociati o t-shirt poco conta, il suo carisma e’ innegabile. Ed ha una forza, un'energia, straripante, emozionante di per se’. Prima di Mother (con rossa enorme matrioska gonfiabile a vegliare da dietro il muro) scherza con il pubblico proponendo un duetto virtuale con la sua ‘poor, fucked up version’del 1980 registrata ad Earls Court: il risultato e’ meraviglioso, la sua immagine ‘a tutto muro’ si fonde con lo schermo circolare che completa la scena accolta da continui battimani (Do I have to trust the government? No fucking way!).
Le sorprese non terminano: dalla groupie professionista di Young Lust all’esasperato e magistrale zapping di Another Brick in the Wall III per non parlare di finti poster, slogan e soluzioni grafiche che appaiono in un crescendo di estrema efficacia. Tra le innovazioni piu’ riuscite dell’idea primigenia le croci, le mezzelune arabe, le svastiche, le stelle di David, i simboli economici e commerciali gettati come bombe da un caccia in Goodbye Blue Sky sino a formare valli di tombe, oceani di sangue colmi di religioni e credo d’ogni tipo. La rilevanza che assumono all’interno della scaletta brani considerati generalmente minori come Empty Spaces, What shall we do now?, The last few bricks, Vera e soprattutto Stop contribuisce in modo determinante alla riuscita dello show, ancor piu’ se rapportato al divario tra la comunque straordinaria formazione che appoggia Roger e gli esecutori originali... sensazione che ovviamente diviene piu’ forte nei momenti clou, in ogni caso compensati da scelte scenografiche spettacolari, come quanto accade ad esempio durante l’assolo conclusivo di una Comfortably Numb cantata all’unisono da tutto il pubblico. Il momento piu’ esaltate della serata e’ l’uno-due In the flesh/Run like hell (con tanto di maiale volante, attualizzato in una versione nera e piena di graffiti) seguito da Waiting for the Woms, con i martelli a marciare sul muro completamente ricostruito alle spalle di Roger e dei suoi musicisti. Note e distorsioni, urla, fari, corse nel buio, il terminale nervoso di un incubo sotto effetto aperto da Hey you e Is there anybody out there?, ma non solo, lo sfogo del coro di Bring the boys back home e delle lacerazioni di Nobody home cantata come un tempo dal miniappartamento pensile del muro.
Le ovazioni si susseguono, i ricordi (di ascolti, come di sogni) s’intrecciano alla magia della performance seguendo quella sequenza mandata a memoria di brani che sfumano l’uno nell’altro sino a costituire ancor oggi qualcosa di unico e sbalorditivo.
Un lavoro che in origine e nella sua prima versione live puntava diritto verso altre considerazioni, quelle sulla band travolta dal successo per esempio, qui ridotta ai minimi termini. Le metafore militari invece funzionano ancora perfettamente, il bilanciamento tra un aspetto piu' ludico ed uno piu' introspettivo realizzato forse nell’unico modo possibile (lasciando in primo piano piu’ la visione critica che quella sovversiva) per un album terrificante, pauroso, per come affronta certi temi e li rende in musica. Questa parte come detto non e' stata rimossa, ma adattata, basti pensare ai vermi di Waiting for the worms o al big bang di Comfortably Numb.
Quando The Wall volge verso la fine, la folla ha appena scandito veemente il coro finale di The Trial, ‘Tear Down The Wall’ e i mattoncini sono pronti a cadere in un crollo rovinoso ci si rende conto di come tutte le allucinazioni che si sono materializzate restino semplici accessori del nucleo che genero’ la visione di Waters. Lo spettatore sopraffatto dalle proiezioni a tutto muro ha a malapena modo di riflettere, travolto da un fiume in piena di suoni e immagini di una qualita’ senza paragoni: un fuoco di fila cosi’ imponente da far cadere in secondo piano anche qualche giocosa leggerezza che nel complesso non incide minimamente sullo spettacolo.
Su tutto Roger Waters, il suo eccezionale coraggio ed entusiasmo: sembrerebbe non volersene andare piu’, nemmeno a muro abbattuto sulle note da buskers di Outside the Wall di fronte ad un pubblico che non puo’ far altro che applaudire (e far scendere qualche lacrima) e stringerlo in grande abbraccio simboleggiato da una caldissima, interminabile, standing ovation.
THE BLACK KEYS
Brothers World Tour 2011 / HMH, Amsterdam - 18.03.2011
01. THICKFREAKNESS
02.
GIRL IS ON MY MIND
03.
THE BREAK
04.
STACK SHOT BILLY
05.
BUSTED
06.
ACT NICE AND GENTLE
07.
EVERLASTING LIGHT
08.
NEXT GIRL
09.
CHOP AND CHANGE
10.
HOWLIN’ FOR YOU
11.
TIGHTEN UP
12.
SHE’S LONG GONE
13.
TEN CENT PISTOL
14.
I’LL BE YOUR MAN
15.
STRANGE TIMES
16.
I GOT MINE
-
17.
SINISTER KID
18.
YOUR TOUCH
Dalla pubblicazione di Brothers i Black Keys non si sono mai fermati un attimo, o meglio, non si erano mai fermati un attimo sino allo scorso inverno, quando un comunicato stringato cancello’ una serie di date australiane e europee, a cui sopravvissero giusto giusto tre show, due in Francia ed uno ad Amsterdam. Complici setlist non esattamente chilometriche oltreoceano e voci di stanchezza estrema del duo, la preoccupazione per le esibizioni a venire e' affiorata, ma non ha comunque spaventato i supporters della band che hanno dato scacco matto all’HMH con un sold out da 5500 presenze.
Atmosfera elettrica sin dall’inizio con i simpatici De Wolff dal vicino Limburg e auditorium gia’ esaurito in ogni ordine di posto. Le luci si spengono, uno scialbo blues continua sino all’entrata sul palco di Carney e Auerbach: solo il tempo di un ‘Hello’ prima che la musica inizi a parlare, Dan a liberare il feedback della sua chitarra, saturare l’aria e attaccare le inconfondibili note di Thickfreakness. Niente sembra essersi arrestato, la furia di Pat alla batteria non e’ calata, come d’altronde il calore della voce e delle corde del suo compagno. Una via l’altra Girl is on my mind, The Breaks, Stack Shot Billy, Busted: medesimo copione con due protagonisti eccellenti, che suonano insieme con la facilita’ con cui respirano, a tratti non sembrano nemmeno due, ma una cosa sola. La sincronia e la comprensione tra i loro gesti e’ pari solo al piacere di osservarli mentre piegano i propri classici ad un trattamento elettrico che li modifica come nella migliore tradizione blues notte dopo notte, esecuzione dopo esecuzione.
Auerbach quando si fa sopraffare dagli effetti e’ impagabile, sommerge Girl is on my mind e The Breaks di distorsioni per poi rallentarle, giocare con gli accordi e ripartire. Busted e’ il gioiello della prima parte, con Carney che pare attendere in grazia la propria parte ‘sopra le righe’ mentre Dan gli costruisce attorno un muro di riff e arpeggi.
Si rifiata con la cover dei Kinks Act Nice and Gentle (come piu' tardi con I'll be your man), poi la formazione viene allargata a quattro, come il lungo tour di Brothers ci ha ormai insegnato: Everlasting Light accende l’entusiasmo anche per l’enorme mirrorball che sorge alle spalle del duo ad illuminare come per magia l’intera HMH, poi e’ di nuovo rock con Next Girl e Chop and Change (puro divertimento tratto dalla colonna sonora di Twilight, con Auerbach alle maracas e con le tastiere in primo piano). A seguire due colpi da k.o. per la strepitosa accoppiata Howlin’ for you / Tighten up: entrambe scatenano i cori del pubblico seppur con i rispettivi differenti accenti mentre gli assolo di Dan semplici, ma estasianti, vengono accolti da battimani convinti. Il nostro saltella su una gamba sola in precario equilibrio con la mano che si scosta appena dalle corde, sino al momento d’intesa, al gran finale che Pat lancia senza remore: ‘I don’t need to get steady, I know just how I feel, Telling you to be ready, my dear!” prima che le ultime note e gli applausi scroscianti diventino un tutt’uno.
L’immersione nelle atmosfere di Brothers continua con She’s long gone e Ten Cent Pistol, altra perfetta sintesi delle qualita’ attuali della band, capace di creare sia rock blues che non fanno prigionieri sia ballate elettriche intense e ben orchestrate: proprio Ten Cent Pistol ne e’ un magistrale esempio, Auerbach e’ magnifico quando passa da sventagliate noise a semplici riff e lo stesso e’ Carney nel seguirlo fedelmente, costruendo adamantine architetture di ritmo per le fughe del compagno.
Il set si chiude con l’accoppiata Strange Times / I got mine (entrambe da Attack and Release), amatissime dal pubblico ed estremamente violente nelle riproposizione dal vivo.
La prima irretisce l’audience con le dita di Auerbach a correre velocissime sulla chitarra, la seconda lo infiamma definitivamente con la scritta luminosa THE BLACK KEYS a lampeggiare in pieno tripudio alle spalle del duo.
Dal momento in cui Pat si alza dalla batteria per i saluti gli spettatori iniziano ad urlare ‘we want more’, Dan avverte il coro mentre si appresta a scendere dal palco e sembra quasi essere preso in contropiede. Pochi minuti ed arrivano come logico aspettarsi gli encores che spazzano via ogni residua perplessita’ sulla salute della band. Si riparte in sordina, ma ancora con la chitarra di Dan in splendido primo piano con Sinister Kid, poi Your Touch regala le ultime scosse ed emozioni con tutte le prime file ancora una volta a saltare e ad assorbire le deflagrazioni e le bordate noise che animano il pezzo. Finisce cosi’, tra le ovazioni, con l’intero pubblico a tributare onori ai Black Keys e il duo a salutare timidamente, sopraffatto dall’entusiasmo che e' divampato sin dall’inizio del concerto soprattutto grazie all’alchimia che si scatena senza pausa tra Pat e Dan, due fratelli non di nome, ma di fatto, illuminati dalla propria musica.
MATTHEW DEAR
5DaysOff - Day 1 / Melkweg, Amsterdam - 02.03.2011
Per una volta avanzare nella sala grande del Melkweg (The Max) non e’ un’impresa: il pubblico la riempie con calma, complice anche la mezzora ‘accademica’ di ritardo con cui Matthew Dear si presenta sul palco per aprire ufficialmente la prima giornata dell'undicesima edizione del festival elettronico 5 Days Off.
I beats che distrattamente intrattenevano l'audience lasciano spazio al muro di suono del quartetto diretto dallo stesso Matthew, da subito alle prese con tastiere ed una chitarra sopraffatta dagli effetti.
Guida una formazione composta da basso, batteria e percussioni, tromba e loops… i ritmi ossessivi delle composizioni di Black City grazie all’impatto dal vivo del gruppo si trasformano in coinvolgenti crescendo mentre Dear non resta certo trincerato dietro ai propri strumenti, ma imperversa sul palco, completamente trascinato dalla propria musica.
Il contrasto tra carezzevoli perversioni (Honey, Slowdance) e torbidi dancefloor filler innervati di funky e riverberi techno (Monkey, Black City, Soil to seed) anima lo show sino al suo termine quando il poco comprensibile silenzio iniziale si scioglie in calorosi applausi.
Un elegantissimo Matthew Dear in gran forma fisica e vocale da' cosi’ il via ad un susseguirsi di dj set e proiezioni: per il programma relativo al cinema muto musicato live a cura di Cinesonic 'Entr’acte' di Rene’ Clair viene trasfigurato dall’apocalisse di rumori elettronici di Tok Tek mentre nelle due sale del Melkweg si avvicendano sino all’alba Gold Panda, Zomby, Lone e soprattutto l’attesissimo Caribou.
JANELLE MONAE
The ArchAndroid World Tour / Melkweg, Amsterdam - 21.02.2011
01. SUITE II OVERTURE
02. DANCE OR DIE
03. FASTER
04. LOCKED INSIDE
05. SMILE
06. SINCERELY, JANE
07. WONDALAND
08. MUSHROOMS & ROSES
09. NEON GUMBO
10. OH MAKER
11. COLD WAR
12. TIGHTROPE
-
13. COME ALIVE (WAR OF THE ROSES)
Un’ologramma. A circa meta’ concerto, non so come, un’immagine entra nella mia testa per non lasciarla piu’. Il futuro degli ologrammi, un futuro predetto, ma sinora mai avverato, arriva ad una tappa fondamentale grazie a Janelle Monae. E’ lei stessa una sintesi, cosi’ unica da sembrare computerizzata. Si presenta come un’androide in fuga nelle immagini che scivolano sull’introduzione di Suite II Overture, poi appare in mezzo ad altre figure incappucciate per dare il via allo show sulle note di Dance or Die (‘…because tonight, you’ll dance or die’). Rivelatasi, conquista immediatamente un Melkweg sold out da tempo: coinvolgente in Faster, suadente in Locked Inside. Mentre canta, balla, accenna a coreografie e la band fa il suo entusiasta dovere ecco apparire l’insinuazione… o meglio la sintesi del mondo di Janelle. Come se l’androide in questione avesse ricevuto in upload tutta la musica suonata prima del suo show, dal Bowie di Ziggy Stardust al Sinatra di New York, New York passando per soul, hip hop e elettronica. Una volta acquisita, eccola reinterpretata con piglio da star e umilta’ da professionista, il cyborg 57821 restituito alla vita come nel suo primo ipertrofico videoclip Many Moons. Ecco un’ipotesi per applicazioni future, quando si potra’ non solo ascoltare musica, ma vedersela replicata in tre dimensioni: oltre l’immaginazione di George Lucas in THX 1138 avremo proiezioni di fronte a noi, ma potremo anche personalizzarle. O addirittura reinterpretarle alla luce del nostro player virtuale. Chi altri risulterebbe mischiando una playlist che assomiglia alla colonna sonora di una visione (The ArchAndroid) tramutata in un racconto futuristico se non Janelle. Voce e performance che sfiorano la perfezione, come pure il suo atteggiamento sul palco: l’acconciatura che proprio non vuol stare al suo posto ne accentua l’umanita’ mentre una spiccata ironia appare anche nei brani piu’ classici come Smile (cover di un brano di Charlie Chaplin, qui in un duetto voce e chitarra), Oh Maker o Wondaland.
Sincerely Jane (in maschera, con allusioni dark) del suo primo ep Metropolis spiazza piacevolmente il pubblico, prima che Mushroom and Roses trasformi la sua lunga coda psichedelica in Neon Gumbo.
Janelle si diletta con la pittura a centro palco, camicia bianca e cravattino, pantaloni neri ideali per la sua attitudine al danzare e per alludere ad una divisa di scena androgina come il personaggio che si diverte ad interpretare.
Lo show sale inevitabilmente di tono nelle battute finali, riapre le danze Cold War ibernata dagli anni ottanta ed incredibilmente iconica grazie ad una interpretazione emozionante che esalta l’audience. Neanche un attimo di sosta e Tightrope segna la definitiva trasformazione del concerto in party, con una pioggia di palloncini bianchi e neri, semplice, ma splendido contrappunto al ritmo del pezzo. Janelle si scatena come il pubblico delle prime file, poi bussa delicatamente alle porte del mito James Brown, con tanto di mantello e finale rimandato a forza di ‘one more time for the tightrope’. Scrosciano applausi, tutti per quel concentrato di talento che e’ sul palco. La Monae all’album d’esordio ha creato uno show potenzialmente straordinario, per ora realizzato solo su piccola scala. La sicurezza con cui calca la scena e’ fenomenale, quanto la sua voce e la consapevolezza di un nascente, ma gia’ pronunciato carisma. E tutto questo con un innegabile divertimento: Come Alive (War of the Roses) si allunga ad una decina di minuti, con Janelle, band, comparse e ballerini ad inscenare una sorta di notte dei morti viventi dei cyborg prima dell’accelerazione finale che conclude maestosamente il concerto.
THE NATIONAL
High Violet World Tour / Cross Linx Festival
Vredenburg Leidsche Rijn, Utrecht - 17.02.2011
01. RUNAWAY
02. ANYONE'S GHOST
03. SECRET MEETING
04. BLOODBUZZ OHIO
05. SLOW SHOW
06. SQUALOR VICTORIA
07. AFRAID OF EVERYONE
08. CONVERSATION 16
09. LITTLE FAITH
10. AVAILABLE
11. CARDINAL SONG
12. ALL THE WINE
13. APARTMENT STORY
14. SORROW
15. ABEL
16. ENGLAND
17. FAKE EMPIRE
-
18. WASP NEST
19. MR. NOVEMBER
20. ABOUT TODAY
21. TERRIBLE LOVE
I National ritornano in Olanda per quattro date una dopo l’altra, da Utrecht a Rotterdam via Eindhoven e Groningen, per il Cross Linx Festival, vero e proprio incrocio di suoni e performance. Le band invitate a partecipare per questa edizione curata dal chitarrista dei National Bryce Dessner occupano militarmente il Vredenburg Leidsche Rijn tanto che risulta quasi impossibile passeggiare all’interno della costruzione senza incontrare concerti, dislocati nella grande sala d’ingresso, nei foyer, nel padiglione d’appoggio ed anche in corridoi e solai…
Poco piu’ di un’ora prima del main event Sharon Van Etten accoglie e scalda i nuovi arrivati con la sua voce, Owen Pallett fa registare una coda infinita per il suo show ed il folk blues distorto di Buke & Gass provvede all’intrattenimento mentre il set dei National viene rapidamente montato alle spalle del duo.
Quando la band originaria di Cincinnati sale sul palco il pubblico risponde con entusiasmo: inizio introspettivo con Runaway che trasporta da subito gli spettatori in un intimo e sofferto rendezvous, non una ballata, ma una confessione. Lo schermo alle spalle del gruppo gioca con immagini catturate live e meditate inquadrature low fi tra natura e archeologia industriale. La batteria di Bryan Devendorf sale in cattedra a partire da Anyone’s ghost, una presenza sicura e spettacolare, vitale per il suono dei National. I suoi incisi in Bloodbuzz Ohio, magnifica e potentissima, valgono tanto quanto le distorsioni indiavolate delle chitarre dei gemelli Dessner e del fratello di Bryan, Scott: la ‘ripartenza’ finale del brano e’ da antologia, i National appaiono in stato di grazia. Matt Berninger alla voce sembra faticare a contenere l’emozione: controllato durante il cantato, il suo deambulare nervoso sui crescendo della band si conclude spesso con la distruzione dell’asta del microfono o del microfono stesso, lanciato piu’ volte o lasciato cadere al culmine di climax di indubbia efficacia. E’ la sua traduzione fisica del suono del gruppo, sempre pronto ad esplodere anche nelle tracce piu’ rilassate come Secret Meeting o Slow Show, il cui romantico incedere abbatte ogni resistenza (‘You know I dreamed about you for twenty-nine years before I saw you You know I dreamed about you I missed you for for twenty-nine years…’).
Ancora Devendorf a dettare il tempo in modo magistrale, le pelli percosse in Squalor Victoria fanno scattare un battimani ritmico che non abbandonera’ piu’ la band sino alla fine dello show: Matt conclude alla sua maniera uno dei brani portanti di Boxer lanciando le prime - viscerali - urla della serata e facendo intendere d’essere in piena forma.
L’audience e’ definitivamente conquistato dal terzetto di brani di High Violet che conclude la prima meta’ della performance: Afraid of Everyone e’ un gioiello trascinante la cui carica e’ aumentata esponenzialmente dalle percussioni e dal coro finale, Conversation 16 e Little Faith irretiscono con immersioni pop venate d’elettricita’ restituendo l’immagine di una band perfettamente a suo agio on stage.
‘This is the end of the cheerful side of the show’ abbozza Matt prima che la band attacchi Available, il cui ritmo dettato dalle chitarre si fonde nelle battute finali con Cardinal Song: esecuzione rovente, Berninger passa dal basso di ‘You..just..made yourself available’ all’alto, sbilanciato e raschiato finale di ‘Why did you dress me down and liquor me up’ in un tripudio di distorsioni.
All the wine nella sua semplicita’ e’ un piacere a cui la band non rinuncia, prima di regalare alla platea ‘another classic’ (parola di Bryce) come Apartment Story (da Boxer), uno di quei pezzi in grado di rinsaldare ancor piu’ il legame tra pubblico e band: le ultime scosse della prima parte del set arrivano da Sorrow (avvolta dai feedback, surriscaldata e nervosa) e dalla pirotecnica Abel, innervata dai cori (‘My mind is not right’) e dalle violente sferzate dei Dessner.
Chiusura con altri due brani gemelli, prima England e poi Fake Empire, entrambi emozionanti esempi di come i National abbiano superato ogni aspettativa, divenendo anno dopo anno una delle realta’ piu’ interessanti del panorama rock internazionale per capacita’ compositiva, profondita’ e live attitude. Il pubblico s’abbandona a battimani e cori, completamente in balia del gruppo che dopo un breve intervallo rientra sul palco acclamatissimo con un brano inatteso, Wasp Nest (da Cherry Tree), tutto giocato sul languido intreccio delle chitarre e ispirato alla madre di Bryce... che lo ammette con compiaciuto imbarazzo (un imbarazzo latente, sottolineato anche dall'intervento abrasivo di Matt che fa riferimento al lato ‘dope sick’ del pezzo prima di rendersi conto che forse era una battuta da backstage e non da palco e di scusarsi con il compagno di band…).
Una Mr. November (da Alligator), sporca e cattiva nel testo quanto nell’arrangiamento (‘I wish that I believed in fate I wish I didn't sleep so late I used to be carried in the arms of cheerleaders… I won't fuck us over, I'm Mr. November I'm Mr. November, I won't fuck us over…I’m Mr. November’) potrebbe facilmente rappresentare il paradigma dello stile ormai maturo dei National: parole disilluse, di una confortante disperazione, sorrette da incisi noise e trame di batteria che vanno a costituire molto piu’ dell’ossatura ritmica del pezzo, l’eccezionalita’di Devendorf permette anzi di farne l’aspetto peculiare e piu’ interessante del sound del gruppo.
Altro elemento chiave e’ la presenza dal vivo di due elementi aggiunti, Ben Lanz e Kyle Resnick, impegnati il piu’ delle volte al trombone e alla tromba, a completare l’impatto negli anni sempre piu’ stratificato della band: tracce come Fake Empire, Bloodbuzz Ohio, Afraid of Everyone, Squalor Victoria, Slow Show, Conversation 16 trovano cosi’ nella dimensione live la propria definitiva forma e consacrazione.
Spazio poi per una commovente About Today (chiamarla ‘crowd pleaser’ e’ un eufemismo…) e gran finale con Terrible Love, band sempre piu’ su di giri, impianto ritmico superlativo e annichilente, Matt a spasso per le prime file, poi sempre piu’ in alto sino all’ultima poltrona del Vredenburg con il resto dei National, impegnati al massimo, a guardarlo dal palco.
La sua figura in piedi sui posti a sedere, tra qualche centinaio di teste esterrefatte e il rosso delle luci di fondo vale un’epica conclusione di show con l‘'It takes an ocean not to break’ che termina il brano a riecheggiare per tutta la sala e Berninger e il pubblico come una sola voce uniti in un caloroso abbraccio.
GORILLAZ
Escape to Plastic Beach World Tour / HMH Amsterdam - 15.11.2010
01 INTRO
02.
WELCOME TO THE WORLD OF THE PLASTIC BEACH
03.
LAST LIVING SOULS
04.
19/2000
05.
STYLO
06.
MELANCHOLY HILL
07.
RHINESTONE EYES
08.
KIDS WITH GUNS
09.
SUPERFAST JELLYFISH
10.
TOMORROW COMES TODAY
11.
EMPIRE ANTS
12.
BROKEN
13.
DIRTY HARRY
14.
EL MANANA
15.
WHITE FLAG
16.
TO BINGE
17.
DARE
18.
GLITTER FREEZE
19.
PUNK
20.
PLASTIC BEACH
-
21.
CLOUD OF UNKNOWING
22.
FEEL GOOD INC.
23.
CLINT EASTWOOD
24.
DON’T GET LOST IN HEAVEN
25.
DEMON DAYS
Quando si spengono le luci e un’animazione compare sul neo arrivato schermo on stage, le orecchie del pubblico sono ancora sorridenti per la mezzora di opening act degli indomabili De La Soul. Lo storico trio hip hop si e’ divertito ed ha divertito come non mai, tra battute, cori e ammiccamenti: il loro saluto finale, tutto teso a introdurre il main event e’ in fondo solo un arrivederci che introduce la loro successiva trasformazione in special guests della piu’ famosa band bidimensionale del pianeta. Detto questo e detto di Murdoc che si agita backstage suggerendo che il concerto sara’ tenuto da una tribute band mentre lui, 2D e Noodle cercheranno di uscire dal camerino in tutti modi (sino ad appiccare un incendio…), lo show dei Gorillaz non potrebbe essere piu’ in carne ed ossa, anzi scomodando una parola che vicino ad un invenzione musicale di un regista e autore di fumetti (Jamie Hewlett) e di una star pop rock (Damon Albarn) sembrerebbe quasi fuori posto, non potrebbe avere piu’ anima.
La parte di Hewlett e’ tutta nel contrappunto d’immagine dark e allarmante sullo stato del pianeta (e sulle condizioni mentali dei suoi abitanti) che bilancia pezzo dopo pezzo le performance sempre piu’ trascinanti del gruppo. Una successione di video noti e abbozzi di sceneggiatura, idee adattate allo show, che lasciano in ogni caso solo intravedere il potenziale narrativo che traspare dai tre album del gruppo.
Gli archi sul palco per le prime note di Welcome to the World of the Plastic Beach ad affiancare l’ammiraglio Snoop Doggy Dog (presenza virtuale e ondeggiante sul megaschermo) lasciano ben presto la scena ad una delle sorprese piu’ interessanti della serata: gli eccezionali Hypnotic Brass Ensemble da Chicago, nove fiati che infondono calore al brano su tellurici crescendo di basso e percussioni. Ritorneranno anche piu’ avanti nello show per rileggere l’inciso di Broken alla loro maniera, creando una jam session nel bel mezzo dell’esecuzione e scatenando gli applausi dell’audience.
Da questo momento e siamo solo alla seconda traccia, la performance dei Gorillaz vivra’ non di uno, ma addirittura di due spiriti distinti anche se profondamente legati tra loro: quello che trasforma il gruppo in un collettivo aperto, abile ad amalgamare esperienze differenti come infinite facce della medesima medaglia, si unisce infatti alla parte piu’ profonda della band, in grado di creare un percorso musicale a se’ stante e di svelare l’albero genealogico di riferimenti che hanno influenzato Albarn e Hewlett dall’esordio all’ultimo arrivato Plastic Beach.
Radici che non restano in secondo piano, ma che risaltano in modo incredibile sul palco… e come altro definire la presenza scenica, le movenze, il suono di Mick Jones e Paul Simonon, basso e chitarra dei Clash ora al fianco di Damon, evidentemente entusiasta (e come dargli torto) dei suoi compagni d’avventura travestiti da nostromo e capitano. Padrini d’eccezione il cui profilo risalta nei contrasti di luce in pose che ricalcano momenti indimenticabili della piu’ grande ed eclettica band del punk inglese, aggiungendo altro contenuto emozionale alla performance. Il culmine di questa divertita ‘trance agonistica’ sta proprio nelle parole di Jones che camminando lascivo sul palco dopo una fulminante Punk si lascia brevemente intervistare dal suo attuale frontman con uno scambio di battute che la dice tutta sull’intesa tra i due: "Are you enjoying Mick?"
“Yeah, like fucking hell…!”. Jones appena terminata la risposta lancia il riff di Plastic Beach come se fosse una naturale eco delle sue parole: le bordate elettroniche che animano il pezzo diventano il miglior arrivederci possibile della band grazie anche a tutto il feedback che Paul e Mick mettono nella coda del brano. La spina dorsale del concerto si snoda tra Last Living Souls (splendido il finale tra archi e sintetizzatori), Melancholy Hill (emozionante nel suo incedere esaltato dai video), Rhinestone Eyes (la gemella cattiva della traccia precedente: magnifica dal vivo), Kids with Guns (con Neneh Cherry a sorpresa sul palco e una chiusura infuocata), Tomorrow comes today e Empire Ants (le due migliori tracce pop della band, la seconda impreziosita dai vocalizzi di Little Dragon e dal crescendo elettronico che la trasforma letteralmente in un altro brano dopo le prime note intrise di britannica tristezza), El Manana e Glitter Freeze (agli antipodi, la prima romantica e abbandonata al destino, la seconda militaresca, satura di distorsioni e solcata da fendenti elettronici).
A completare lo spettacolo una cascata di ospiti che aggiungono di volta in volta elementi tra i piu’ disparati al suono dei Gorillaz: la dolcezza di Rosie Wilson (evidente in 19/2000, soggiogata alla voce di Shaun Ryder in DARE) e le carezze di Little Dragon (To Binge, occhi negli occhi con Albarn) s’avvicendano cosi’ con la carica inarrestabile di Bootie Brown che infiamma Dirty Harry (solo i bambini immortalati nel video come coro restano indifferenti…) e fa da guardaspalle alla leggenda Bobby Womack in Stylo. Uno Womack scatenato ad ogni esecuzione: Bobby si lancia continuamente in urli che ne evidenziano il carisma vocale mentre gira per il palco in giacca militare. Sara’ lui a far ripartire il concerto con una commovente Cloud of Unknowing che termina con un elicottero gettato a mare da dei soldati su una portaerei tra applausi scroscianti.
Tocca poi ai beniamini del pubblico De La Soul (gia’ accolti da ovazioni a meta' concerto per una Superfast Jelly Fish che unisce ironia, ritmo e synth) far scoppiare l’Heineken Music Hall con le risate impazzite e le rime di Feel Good Inc.: un colpo da K.O. doppiato qualche attimo dopo da Clint Eastwood con gli indiavolati Bashy e Kano a inventare rap con la medesima incandescente volonta’ che trasforma ogni notte White Flag in un vortice di parole senza respiro (il brano introdotto dalla Syrian National Orchestra si conclude con i due a dividersi il palco mentre Damon corre in platea sventolando una bandiera bianca).
Gran finale con Albarn e Womack protagonisti di Don’t get lost in heaven e Demon Days, brani che dimostrano la grande capacita’ dei Gorillaz di sposare stili diversi e fonderli sino a renderli inscindibili dal proprio suono.
Dopo due ore di concerto il genio di Damon Albarn appare evidente per non dire fondamentale nel leggere l’impresa di una cosiddetta cartoon band in grado di vendere milioni di copie in tutto il mondo e di apparire
coinvolgente, credibile e ‘reale’ dal vivo: onore ai Gorillaz e ai loro collaboratori (Jones, Simonon, Womack e De La Soul in primis), un collettivo inqualificabile in grado di sbaragliare ogni diffidenza o pregiudizio con la forza della propria musica, grondante di citazioni, ma anche palesemente contagiata dal piacere d’essere l’assoluta protagonista di questa fuga (stiamo comunque parlando dell’Escape to Plastic Beach World Tour…) attraverso il globo.
GRINDERMAN
Live at Vredenburg Leisdsche Rijn, Utrecht - 20.10.2010
01. MICKEY MOUSE AND THE GOODBYE MAN
02.
WORM THAMER
03.
GET IT ON
04.
HEATHEN CHILD
05.
PALACES OF MONTEZUMA
06.
EVIL
07.
WHEN MY BABY COMES
08.
WHAT I KNOW
09.
HONEY BEE (LET’S FLY TO MARS)
10.
KITCHENETTE
11.
NO PUSSY BLUES
12.
BELLRINGER BLUES
-
13.
WHEN MY LOVE COMES DOWN
14.
MAN IN THE MOON
15.
GO TELL THE WOMEN
16.
LOVE BOMB
17.
GRINDERMAN
Il Vredenburg e’ una costruzione rossa, cresciuta al bordo di un’autostrada: nata come sostituzione temporanea dello storico locale originale, oggi in ristrutturazione, avra’ a lavori completati un programma autonomo che garantira’ ancora piu’ vitalita’ alla scena musicale di Utrecht.
L’asettico pragmatismo dello spazio mette al centro la musica: nessuna concessione spettacolare, ma tutta la comodita’ e l’acustica che si desidererebbero per godersi fino in fondo una performance live.
Warren Ellis e’ il primo a salire su un palco ancora avvolto dall’oscurita’. Qualche accordo di chitarra per lasciar posizionare Casey e Sclavonus e soprattutto rendere piu’ dolce l’attesa per l’arrivo di Nick Cave, in completo scuro e da subito con la chitarra a tracolla.
Cave stringe qualche mano tra i riverberi blu, si volta ad osservare la band prima di lanciare Mickey Mouse and the Goodbye Man, poi un gesto nervoso scatena la sua chitarra: i Grinderman lo seguono come una furia tra ululati, accelerazioni, distorsioni e bordate noise. In quasi sette minuti hanno l’audience ai loro piedi, come ipnotizzato. La violenza dei brani quasi irretisce, la voce di Cave scuote e s’impone sull’elettricita’ che invade l’aria e satura Worm Thamer e Get it on, selvagge e trascinanti. L’ironia feroce, quasi grottesca, che caratterizza i due album a nome Grinderman, si materializza in una Heathen Child letteralmente ricostruita sulla sua successione di riff: la batteria di Sclavonus fa assomigliare il pezzo ad un rituale voodoo mentre Ellis e’ inarrestabile nel suo show personale che lo rende tanto strepitoso come interprete quanto posseduto come essere umano. Tra maracas agitate e fatte volare al vento, chitarre percosse, movimenti animaleschi, archetti di violino usati come spade e calci volanti l’eccezionale Warren si impone traccia dopo traccia come incarnazione fisica oltre che anima inquieta, devota e spiritata del suono del gruppo. Al suo fianco Nick Cave e’ monumentale: presenza scenica debordante e carisma unico nel rendere complice il proprio pubblico, tra invocazioni ieratiche e momenti di profonda sensibilita’. Quando verso la fine dello show giungeranno richieste per Go tell the women, Nick sovvertira’ la scaletta (stava per attaccare Love Bomb) annunciando candidamente con un sorriso alla band che la traccia e’ da eseguire perche’ ‘It’s very requested’, prima di cercare senza affanno il testo nascosto tra i fogli sul suo leggio.
Uno dei piaceri maggiori della performance dei Grinderman e’ sentirli e vederli suonare in modo cosi’ compatto e convincente: un muro di suono intensamente voluto e messo in scena con maestria e istrionismo.
Palaces of Montezuma e What I Know sintetizzano perfettamente i momenti di rilassamento necessari per assaporare con piacere la ferocia di Evil (con Ellis a terra come un piccolo demonio a urlare ‘Evil! Rising!’ e avventurarsi in successioni di loop potentissimi) e degli ultimi minuti di When my baby comes dopo che Cave aveva soggiogato la folla a forza di indici puntati e di ‘Don’t do that on my carpet!’ urlati alla prime file. La stessa carica, lo stesso magnetismo, lo ritroveremo poi in Kitchenette, un concentrato di blues, sarcasmo e spicci doppi sensi che sembrano piu’ sensi unici... Honey Bee e’ una mitragliata con Nick alle tastiere e a impazzare sul palco mentre No Pussy Blues annienta con veri e propri assalti di rumore accompagnati dalle urla di Cave. Bellringer Blues chiude da fuoriclasse il set facendo cantare l’intero, ammaliato,Vredenburg. Il ritorno sul palco non e’ da meno con le distorsioni ancora in primo piano di When my love comes down e un Ellis splendido e dannato al violino. Man in the moon e’ a mio avviso la gemma della serata, Cave tenue e lisergico alle tastiere prima che l’amico Warren dimentichi le maracas ed esploda in deflagrazioni continue alla chitarra.
Love Bomb e’ l’ultima scarica di adrenalina prima che una magnetica Grinderman chiuda lo show in un tripudio di elettricita’ annunciato dai colpi di tamburo e percussioni di Sclavonus e Ellis e dalla recitazione messianica di un Nick Cave gigantesco. Sara’ proprio lui l’ultimo ad abbandonare il palco dopo una coda strumentale devastante, osannato dagli applausi scroscianti di un pubblico stordito ed estasiato. Indimenticabile.
LEONARD COHEN
Live in Piazza Santa Croce, Firenze - 01.09.2010
01. DANCE ME TO THE END OF LOVE
02. THE FUTURE
03. BIRD ON THE WIRE
04. EVERYBODY KNOWS
05. IN MY SECRET LIFE
06. WHO BY FIRE
07. BORN IN CHAINS
08. CHELSEA HOTEL N.2
09. WAITING FOR THE MIRACLE
10. ANTHEM
/
11. TOWER OF SONG
12. SUZANNE
13. SISTERS OF MERCY
14. THE PARTISAN
15. BOOGIE STREET
16. HALLELUJAH
17. I’M YOUR MAN
18. TAKE THIS WALTZ
/
19. FAMOUS BLUE RAINCOAT
20. IF IT BE YOUR WILL
21. FIRST WE TAKE MANHATTAN
22. I TRIED TO LEAVE YOU
Basta chiudere gli occhi per sentirlo accanto, vicino a se’. Abbassare le palpebre ed avere la sensazione che Leonard Cohen non sia sul palco a farsi ammirare dalla statua di Dante che veglia su piazza Santa Croce, ma proprio dietro il tuo orecchio, a sussurrare canzoni e a tessere poetici plausi alla sua band. Cohen, 76 anni, arriva on stage con uno scatto.
Sin dalle prime battute di Dance me to the end of love lo strepitoso gruppo che lo accompagna e il coro delle Webb Sisters e di Sharon Robinson sono relegati sullo sfondo da una performance gigantesca per qualita’ e resa drammatica, capacita’ d’emozionare e commuovere. ‘Dance me to your beauty with a burning violin, dance me through the panic 'til I'm gathered safely in’: due strofe e siamo tutti ai suoi piedi, a pendere dalle sue labbra sino a quando l’ultima nota chiudera’ il concerto, circa due ore e quaranta minuti dopo questi primi versi. Ventidue pezzi, pochi rispetto all’abituale media di ventisei/ventotto per show, scelta obbligata dovuta al coprifuoco fiorentino e quindi scaletta concisa, tirata, senza momenti morti, con tutti i brani imperdibili eseguiti in questi tre anni di ritorno alle scene (eccetto - purtroppo - So Long, Marianne) al loro posto.
Il passato ritorna fragoroso nei nuovi arrangiamenti di gemme quali Bird on the wire, Chelsea Hotel n.2, Suzanne, Sisters of Mercy. Impossibile non sciogliersi al ‘Sincerely L.Cohen’ che chiude Famous Blue Raincoat (1971) o non essere trascinati dall’incedere di The Partisan (1970), dal contrabbasso che chiude le invocazioni di Who by fire (1974) o dal susseguirsi di assolo della rediviva I tried to leave you (1974), scelta non a caso come terminale ideale dello show.
La disillusione tutta contemporanea di Cohen da’continuamente scosse: dall’attacco tout court alla modernita’ e al progresso di The Future al sarcasmo bruciante di Everybody Knows e Waiting for the miracle, l’attualita’ dei suoi testi resta indiscutibile. A questo basta aggiungere un pizzico di doloroso intimismo (In my secret life, Born in chains) per completare il ritratto di un uomo che appare in piena beatitudine di fronte all’entusiasmo del suo pubblico e alla bravura della propria band (le introduzioni ai componenti del gruppo che recita sulle note di Anthem riescono ad essere intense come una delle sue migliori canzoni, regalano brividi alla platea, ma c’e’ da giurarci anche a chi lo assiste ogni notte alle sue spalle). Intervallo e ritorno trincerato dietro una tastiera per Tower of Song, poi la chitarra a tracolla per i due classici eseguiti da Songs of Leonard Cohen. Poco dopo Boogie Street verra’ lasciata quasi interamente a Sharon Robinson prima che una trascinante Hallelujah (con la voce di Cohen a regalare un’interpretazione nervosa e estremamente personale del pezzo), I’m your man (applauditissima) e Take this waltz trasportino Santa Croce direttamente negli encore: buona parte del pubblico crede che il concerto sia terminato e si riversa sotto il palco, lasciato passare senza colpo ferire da quello che fino a qualche minuto prima si beava di essere un attentissimo servizio di sicurezza in completo grigio...
If it be your will e’ un intenso momento di raccoglimento, preghiera e invocazione che ha un ulteriore valore aggiunto nell'esecuzione di fronte alla Basilica di Santa Croce, luogo di culto e Pantheon della cultura e della storia d’Italia (alle spalle del palco, custodite dalle mura della chiesa, riposano le spoglie mortali di Dante, Machiavelli, Michelangelo, Galileo, Foscolo, Rossini…): ‘If it be your will that I speak no more and my voice be still as it was before I will speak no more (...) Let your mercy spill on all these burning hearts in hell If it be your will to make us well And draw us near and bind us tight all your children here in their rags of light...'
L’ultimo fremito e’ per il tributo disco, ieratico e visionario di First we take Manhattan con tutto il pubblico festante (sulle sedie…) quasi a dimenticarsi d’essere da poco meno di tre ore in balia totale di questo incredibile poeta e gentleman dalla voce calda e ipnotica. I tried to leave you e’ come detto il commiato perfetto, cosi' emozionante da far cadere qualche lacrima piena d'amore e felicita': ‘Goodnight, my darling, I hope you're satisfied (boato…) the bed is kind of narrow, but my arms are open wide and here's a man still working for your smile...'
THE MORNING BENDERS
Big Echo World Tour 2010 / Paradiso, Amsterdam - 09.07.2010
01.STITCHES
02.PROMISES
03.WET CEMENT
04.HAND ME DOWNS
05.MASON JAR
06.CEREMONY
07.PLEASURE SIGHS
08.COLD WAR (NICE CLEAN FIGHT)
09.ALL DAY DAYLIGHT
10.EXCUSES
Dopo lunghi minuti di silenzio, un mixtape che dovrebbe aiutare l’attesa ed infine ancora silenzio, quattro ragazzi, dall’aria di studenti diligenti in vacanza estiva, compaiono sul palco e imbracciano gli strumenti.
Luci basse e musica che comincia a fluire lentamente sino a dispiegarsi, avvolgere la sala e saturarla di feedback ed elettricita’.
Stitches gia’ da se’ potrebbe essere considerata il simbolo di questa performance e del cambiamento effettuato dai Morning Benders in questi ultimi due anni, una trasformazione da promessa indie a realta’ avvenuta anche grazie alla produzione dell’ultimo acclamato album ‘Big Echo’ da parte del bassista dei Grizzly Bear Chris Taylor.
Una collaborazione fruttuosa la cui influenza termina dove iniziano i meriti live della giovane band californiana: in grado di scuotere (Promises e soprattutto la riuscitissima Hand me downs, anch’essa con un finale volutamente sopraffatto dal rumore e dagli echi), cullare (Wet Cement e’ un piccolo incanto pop, Mason Jar e Pleasure Sighs tenui labirinti psichedelici a cui e’ un piacere abbandonarsi) e far ballare (l’accoppiata Cold War/All Day Daylight per il momento piu’ spensierato dell’intero set), ma non solo.
I Morning Benders dei fratelli Chu impegnati nel primo tour europeo da headliner sono una sorpresa continua: per le carezze abbinate ai rovesci elettrici e agli effetti elettronici che animano la serata, ma anche per la scelta di proporre una vibrante cover di Ceremony (composta dai Joy Division e incisa dai New Order) che manda letteralmente in visibilio tutti i presenti. Conclusione dello show con Excuses cantata in coro/duetto da un pubblico appagato e divertito: il primo singolo nonche’ opening track di ‘Big Echo’ ha fatto breccia sin dalla sua pubblicazione, integrandosi splendidamente in una scaletta calibrata tra un inizio intimo e suadente ed un finale capace di coinvolgere tutti gli spettatori, capitolati di fronte alla qualita’ e all’affabile umilta’ dei Morning Benders, from Berkeley, California.
THE BLACK KEYS
Brothers World Tour 2010 / Paradiso, Amsterdam - 28.06.2010
01. THICKFREAKNESS
02.
GIRL IS ON MY MIND
03.
10 AM AUTOMATIC
04.
THE BREAKS
05.
STACK SHOT BILLY
06.
BUSTED
07.
EVERYWHERE I GO
08.
STRANGE TIMES
09.
SAME OLD THING
10.
EVERLASTING LIGHT
11.
NEXT GIRL
12.
SINISTER KID
13.
HOWLING FOR YOU
14.
TIGHTEN UP
15.
SHE’S LONG GONE
16.
I’M NOT THE ONE
17.
YOUR TOUCH
18.
NO TRUST
19.
I GOT MINE
20.
TOO AFRAID TO LOVE YOU
21.
TEN CENT PISTOL
22.
TILL I GET MY WAY
Il fondale che troneggia alle spalle del palco raffigura due mani, una stretta nera su fondo rosso, cerchiata da un pneumatico.
Gomme da strada sparse anche sul palco, vere (a sostenere gli amplificatori) e non (i due minipalchi per batteria e tastiere): messaggio chiaro che associato al titolo dell’ultimo album dei Black Keys ‘Brothers’ va dritto al segno. Auerbach e Carney arrivano a questo concerto ad Amsterdam – sold out da un paio di mesi – nel bel mezzo del loro tour mondiale: sarebbero una band ‘oliata’ anche senza date a disposizione, tanto l’affiatamento e gli anni passati insieme alla ricerca di un suono da sentire come ‘proprio’ (con indistinte citazioni ad affiorare volontariamente in superficie).
L’inizio dello show funziona da riassunto, sette brani per affermare la vitalita’ immutata della coppia. Sterzate violente, riff sopra le righe, elettricita’ liberata nell’aria e architetture alla batteria, la voce di Auerbach a inserirsi tra le note.
Musica che ha bisogno di farsi sentire addosso: le distorsioni di Thickfreakness (2003) e The Breaks (dall’esordio ‘The Big Come Up’ datato 2002), gli incisi noise di Girl is on my mind e Stack Shot Billy (entrambe dal capolavoro ‘Rubber Factory’, 2004), l’aggressivita’ che esplode nel culmine di tracce incendiarie come Busted e 10 am Automatic. Ma non solo, e’ anche un gioco di accelerazioni, rallentamenti e ripartenze con accordi blues che sembrano sul punto di perdersi prima di ri-esplodere con fragore. Lezione rovesciata per Everywhere I Go (come Busted di R.L. Burnside, cover di un classico blues, in questo caso a firma di uno degli idoli del duo, Junior Kimbrough): lenta e vagamente psichedelica, ma pronta ad impennarsi con l’istrionismo alla chitarra di Auerbach.
Carney gronda sudore, dopo pochi pezzi gia’ si ritrova senza occhiali. Mentre Dan lancia Strange Times spingendosi a ridosso della batteria, lo vedo picchiare in modo sempre piu’ acceso sulle pelli, con l’impeto di un pugile. L’album da cui e’ tratta Strange Times, ‘Attack and Release’ (pubblicato nel 2008 con la produzione di Danger Mouse), ha lasciato il segno: il passato della band, gli ascolti da teen ager, le influenze hip hop e quant’altro sia nascosto nel cuore pulsante dei Black Keys ha iniziato da allora a ritornare visibile e a intrecciarsi col granitico sound del gruppo. Same Old Thing ne’ e’ un buonissimo esempio, con tanto di ‘rivoluzionario’ (per il duo) allargamento a quattro membri della formazione dal vivo.
Si aggiungono basso e tastiera, necessari per rendere al meglio anche le atmosfere di ‘Brothers’: i due nuovi componenti iniziano in sordina per divenire via via sempre piu’ protagonisti (strepitosi per come completano e arricchiscono Sinister Kid e la deflagrante Howling for you).
Sette brani sette uno in fila all’altro tutti tratti dall’ultima realizzazione, gia’ entrata nelle grazie del pubblico: le reazioni entusiaste per Next Girl, Tighten Up (introdotta da Auerbach fischiettando) e She’s long gone parlano da sole. I’m not the one ipnotizza letteralmente l’audience, tanto che le bordate di Your Touch lo schiaffeggiano col ritorno al lato selvaggio e originario della band (di nuovo a due elementi).
Entusiasmo palpabile che cresce con gli stop and go e la guida blues della chitarra di Auerbach per No Trust: I Got Mine e’ la violentissima traccia finale del set con un Carney scatenato che spezza nella foga una delle due bacchette durante il crescendo del brano. Auerbach, che sul palco segue la propria chitarra come un rabdomante, nei momenti piu’ caldi e’ un palmo distante dai piatti dall’amico Patrick, in piedi sulle punte mentre calca sulle corde al limite del minipalco per non sfiorare col proprio corpo la batteria.
Il boato che segue alla chiusura della prima parte della performance continua per tutta l’attesa prima degli encore: Black Keys ancora a quattro per la romantica Too afraid to love you e per Ten Cent Pistol, una gemma malinconica in cui brillano per l’ennesima volta gli assolo di Auerbach.
Till I Get My Way e’ la conclusione infuocata del concerto,la ‘firma’ di Patrick e Dan (‘…you kill me and thrill me don't you know I will be callin on you everyday till I get my way’) che scappano via appena terminato il pezzo, con gli applausi che ancora riempiono l’aria.
Impressionano dal vivo i Black Keys: per il muro di suono che riescono a costruire e la rabbia con cui restituiscono le proprie origini. Impeto e passione a celebrare una fratellanza che va’ al di la’ di parole e sguardi, concentrata com’e’ in undici lettere che dovrebbero rendere bene l’idea: Rock And Roll.
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