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Leonard Cohen
Piazza Santa Croce, Firenze 01.09
Grinderman
Vredenburg, Utrecht 20.10
Gorillaz
HMH, Amsterdam 15.11
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THE MORNING BENDERS
Big Echo World Tour 2010 / Paradiso, Amsterdam 09.07.2010
01.STITCHES
02.PROMISES
03.WET CEMENT
04.HAND ME DOWNS
05.MASON JAR
06.CEREMONY
07.PLEASURE SIGHS
08.COLD WAR (NICE CLEAN FIGHT)
09.ALL DAY DAYLIGHT
10.EXCUSES
Dopo lunghi minuti di silenzio, un mixtape che dovrebbe aiutare l’attesa ed infine ancora silenzio, quattro ragazzi, dall’aria di studenti diligenti in vacanza estiva, compaiono sul palco e imbracciano gli strumenti.
Luci basse e musica che comincia a fluire lentamente sino a dispiegarsi, avvolgere la sala e saturarla di feedback ed elettricita’.
Stitches gia’ da se’ potrebbe essere considerata il simbolo di questa performance e del cambiamento effettuato dai Morning Benders in questi ultimi due anni, una trasformazione da promessa indie a realta’ avvenuta anche grazie alla produzione dell’ultimo acclamato album ‘Big Echo’ da parte del bassista dei Grizzly Bear Chris Taylor.
Una collaborazione fruttuosa la cui influenza termina dove iniziano i meriti live della giovane band californiana: in grado di scuotere (Promises e soprattutto la riuscitissima Hand me downs, anch’essa con un finale volutamente sopraffatto dal rumore e dagli echi), cullare (Wet Cement e’ un piccolo incanto pop, Mason Jar e Pleasure Sighs tenui labirinti psichedelici a cui e’ un piacere abbandonarsi) e far ballare (l’accoppiata Cold War/All Day Daylight per il momento piu’ spensierato dell’intero set), ma non solo.
I Morning Benders dei fratelli Chu impegnati nel primo tour europeo da headliner sono una sorpresa continua: per le carezze abbinate ai rovesci elettrici e agli effetti elettronici che animano la serata, ma anche per la scelta di proporre una vibrante cover di Ceremony (composta dai Joy Division e incisa dai New Order) che manda letteralmente in visibilio tutti i presenti. Conclusione dello show con Excuses cantata in coro/duetto da un pubblico appagato e divertito: il primo singolo nonche’ opening track di ‘Big Echo’ ha fatto breccia sin dalla sua pubblicazione, integrandosi splendidamente in una scaletta calibrata tra un inizio intimo e suadente ed un finale capace di coinvolgere tutti gli spettatori, capitolati di fronte alla qualita’ e all’affabile umilta’ dei Morning Benders, from Berkeley, California.
THE BLACK KEYS
Brothers World Tour 2010 / Paradiso, Amsterdam 28.06.2010
01. THICKFREAKNESS
02.
GIRL IS ON MY MIND
03.
10 AM AUTOMATIC
04.
THE BREAKS
05.
STACK SHOT BILLY
06.
BUSTED
07.
EVERYWHERE I GO
08.
STRANGE TIMES
09.
SAME OLD THING
10.
EVERLASTING LIGHT
11.
NEXT GIRL
12.
SINISTER KID
13.
HOWLING FOR YOU
14.
TIGHTEN UP
15.
SHE’S LONG GONE
16.
I’M NOT THE ONE
17.
YOUR TOUCH
18.
NO TRUST
19.
I GOT MINE
20.
TOO AFRAID TO LOVE YOU
21.
TEN CENT PISTOL
22.
TILL I GET MY WAY
Il fondale che troneggia alle spalle del palco raffigura due mani, una stretta nera su fondo rosso, cerchiata da un pneumatico.
Gomme da strada sparse anche sul palco, vere (a sostenere gli amplificatori) e non (i due minipalchi per batteria e tastiere): messaggio chiaro che associato al titolo dell’ultimo album dei Black Keys ‘Brothers’ va dritto al segno. Auerbach e Carney arrivano a questo concerto ad Amsterdam – sold out da un paio di mesi – nel bel mezzo del loro tour mondiale: sarebbero una band ‘oliata’ anche senza date a disposizione, tanto l’affiatamento e gli anni passati insieme alla ricerca di un suono da sentire come ‘proprio’ (con indistinte citazioni ad affiorare volontariamente in superficie).
L’inizio dello show funziona da riassunto, sette brani per affermare la vitalita’ immutata della coppia. Sterzate violente, riff sopra le righe, elettricita’ liberata nell’aria e architetture alla batteria, la voce di Auerbach a inserirsi tra le note.
Musica che ha bisogno di farsi sentire addosso: le distorsioni di Thickfreakness (2003) e The Breaks (dall’esordio ‘The Big Come Up’ datato 2002), gli incisi noise di Girl is on my mind e Stack Shot Billy (entrambe dal capolavoro ‘Rubber Factory’, 2004), l’aggressivita’ che esplode nel culmine di tracce incendiarie come Busted e 10 am Automatic. Ma non solo, e’ anche un gioco di accelerazioni, rallentamenti e ripartenze con accordi blues che sembrano sul punto di perdersi prima di ri-esplodere con fragore. Lezione rovesciata per Everywhere I Go (come Busted di R.L. Burnside, cover di un classico blues, in questo caso a firma di uno degli idoli del duo, Junior Kimbrough): lenta e vagamente psichedelica, ma pronta ad impennarsi con l’istrionismo alla chitarra di Auerbach.
Carney gronda sudore, dopo pochi pezzi gia’ si ritrova senza occhiali. Mentre Dan lancia Strange Times spingendosi a ridosso della batteria, lo vedo picchiare in modo sempre piu’ acceso sulle pelli, con l’impeto di un pugile. L’album da cui e’ tratta Strange Times, ‘Attack and Release’ (pubblicato nel 2008 con la produzione di Danger Mouse), ha lasciato il segno: il passato della band, gli ascolti da teen ager, le influenze hip hop e quant’altro sia nascosto nel cuore pulsante dei Black Keys ha iniziato da allora a ritornare visibile e a intrecciarsi col granitico sound del gruppo. Same Old Thing ne’ e’ un buonissimo esempio, con tanto di ‘rivoluzionario’ (per il duo) allargamento a quattro membri della formazione dal vivo.
Si aggiungono basso e tastiera, necessari per rendere al meglio anche le atmosfere di ‘Brothers’: i due nuovi componenti iniziano in sordina per divenire via via sempre piu’ protagonisti (strepitosi per come completano e arricchiscono Sinister Kid e la deflagrante Howling for you).
Sette brani sette uno in fila all’altro tutti tratti dall’ultima realizzazione, gia’ entrata nelle grazie del pubblico: le reazioni entusiaste per Next Girl, Tighten Up (introdotta da Auerbach fischiettando) e She’s long gone parlano da sole. I’m not the one ipnotizza letteralmente l’audience, tanto che le bordate di Your Touch lo schiaffeggiano col ritorno al lato selvaggio e originario della band (di nuovo a due elementi).
Entusiasmo palpabile che cresce con gli stop and go e la guida blues della chitarra di Auerbach per No Trust: I Got Mine e’ la violentissima traccia finale del set con un Carney scatenato che spezza nella foga una delle due bacchette durante il crescendo del brano. Auerbach, che sul palco segue la propria chitarra come un rabdomante, nei momenti piu’ caldi e’ un palmo distante dai piatti dall’amico Patrick, in piedi sulle punte mentre calca sulle corde al limite del minipalco per non sfiorare col proprio corpo la batteria.
Il boato che segue alla chiusura della prima parte della performance continua per tutta l’attesa prima degli encore: Black Keys ancora a quattro per la romantica Too afraid to love you e per Ten Cent Pistol, una gemma malinconica in cui brillano per l’ennesima volta gli assolo di Auerbach.
Till I Get My Way e’ la conclusione infuocata del concerto,la ‘firma’ di Patrick e Dan (‘…you kill me and thrill me don't you know I will be callin on you everyday till I get my way’) che scappano via appena terminato il pezzo, con gli applausi che ancora riempiono l’aria.
Impressionano dal vivo i Black Keys: per il muro di suono che riescono a costruire e la rabbia con cui restituiscono le proprie origini. Impeto e passione a celebrare una fratellanza che va’ al di la’ di parole e sguardi, concentrata com’e’ in undici lettere che dovrebbero rendere bene l’idea: Rock And Roll.
THIEVERY CORPORATION
Spring 2010 Tour / Melkweg, Amsterdam 07.06.2010
01. A WARNING DUB
02.
MANDALA
03.
LEBANESE BLONDE
04.
SHADOWS OF OURSELVES
05.
UNTIL THE MORNING
06.
SOL TAPADO
07.
LIBERATION FRONT
08.
ORIGINALITY
09.
THE NUMBERS GAME
10.
ILLUMINATION
11.
LA FEMME PARALLEL
12.
AMERIMACKA
13.
ALL THAT WE PERCEIVE
14.
HARE KRISHNA
15.
EXILIO
16.
THE HEART’S A LONELY HUNTER
17.
VAMPIRES
18.
SOUND THE ALARM
19.
THE REVOLUTION SOLUTION
20. ASSAULT ON BABYLON
21.
WARNING SHOTS
-
22.
(THE FORGOTTEN PEOPLE)
23.
SWEET TIDES
24.
THE RICHEST MAN IN BABYLON
25.
EL PUEBLO UNIDO
26.
COMING FROM THE TOP
-
27.
MARCHING THE HATE MACHINES (INTO THE SUN)
Tredici anni di attivita’ per Thievery Corporation e da questa ultima versione live l’esordio Sounds from the Thievery Hi-Fi pubblicato nel 1997 non potrebbe essere piu’ lontano: profetica in questo senso la scelta di utilizzare A Warning Dub come intro per lo show con il palco ancora in attesa della band. Dalle avventure seguenti e in modo distinto a partire da The Richest Man in Babylon (2002) la forma dei pezzi del collettivo capitanato da Rob Garza e Eric Hilton ha assunto una connotazione differente, con un sound piu’ ‘suonato’ e meno giocato sui campionamenti, colmo di influenze e riferimenti etnici oltre che di ospiti di assoluto rilievo (David Byrne, i Flaming Lips, Perry Farrell, Femi Kuti solo per citarne alcuni).
La riproposizione dal vivo e’ caratterizzata essenzialmente per questi motivi da un rutilante e continuo avvicendarsi al microfono di otto voci (quattro femminili e quattro maschili) sorrette da una sei strumentisti (percussioni, batteria, chitarra e sitar, basso, sax, tromba) a cui si aggiungono Eric e Rob a tastiere e programmazione al computer.
Sedici in tutto: piu’ di una band, una famiglia...
I Thievery Corporation rimescolano le carte on stage sostituendo non solo - come logico aspettarsi – le guest star piu’ conosciute, ma anche scambiando interpretazioni maschili e femminili, creando un effetto straniante rispetto alle registrazioni in studio, ma riuscendo in questo modo a rendere ancor piu’ protagonista il proprio impianto ritmico.
Le cadenze dub e reggae che segnano l’intero live, esaltate dall’ottimo contrappunto dei fiati, sono il vero marchio di fabbrica del gruppo, non importa se a scuoterle siano un indiavolato sitar (Mandala, The Forgotten People) o crescendo hip hop senza respiro (The Numbers Game, Vampires, Assault on Babylon, Coming from the top e Warning Shots, forse la migliore traccia eseguita, vibrante ed energica).
Mentre le voci femminili cullano e ammaliano il pubblico arrivando ad annullarsi nei battiti elettronici di Garza e Hilton (splendono in particolare l’attesa Lebanese Blonde, Shadows of ourselves, All that we perceive e La Femme Parallel), sono gli interpreti maschili a destare le maggiori emozioni, da The Heart’s Lonely Hunter, Amerimacka (apprezzatissima) e The Revolution Solution sino al tripudio di The Richest Man in Babylon.
Il concerto decolla definitivamente nella sua seconda parte, quando anche la rilevanza politica e sociale del messaggio di Thievery Corporation prende consistenza accendendo la platea (Vampires e le sue domande all’IMF, El Pueblo Unido concluso da un finale ‘da corteo’, e ancora Exilio, Sound the Alarm, Assault on Babylon, Warning Shots…). Dopo circa di due ore e mezza di show l’atmosfera e’ ormai divenuta quella di una festa e Coming from the top ne e’ l’ideale conclusione con il palco invaso dal pubblico per uno sfrenato ballo collettivo che unisce l’intera band al suo audience.
Gran finale con Marching the Hate Machines (Into the Sun): Eric Hilton e Rob Garza – alla chitarra per tutti gli encore – sono gli ultimi ad uscire, sommersi dagli applausi dopo ventisette tracce e una esibizione live inappuntabile.
BONOBO
Black Sands World Tour / Melkweg, Amsterdam - 11.05
01. PRELUDE
02.
KIARA
03.
KETTO
04. ALL IN FORMS
05. STAY THE SAME
06.
THE KEEPER
07.
DAYS TO COME
08.
IF YOU STAYED OVER
09.
BLACK SANDS
10.
KONG
11.
RECURRING
12.
NOCTUARY
13.
EYESDOWN
14.
NIGHTLITE
15.
TRANSMISSION 94
16.
TEA LEAF DANCERS
-
17.
EL TORO
18.
BETWEEN THE LINES
Nessun opening act per Bonobo e ritardo dovuto per l’inizio del set con il Melkweg che si riempe completamente solo intorno alle 21.30 per uno show divenuto sold out proprio in questi ultimi giorni.
Merito di Black Sands, l’ultimo album pubblicato dalla band letteralmente creata da Simon Green, prima dj e one man band, oggi a dirigere un collettivo arrivato addirittura a dodici elementi tra mixer, batteria, basso, chitarra, fiati e archi.
La svolta compositiva di Days to come (consacrata come album dell’anno del 2006 dagli ascoltatori di Gilles Patterson su Radio 1) e’ divenuta piu’ scura e introspettiva in Black Sands, le cui atmosfere segnano in modo indelebile il concerto.
Inizio strumentale e ipnotico che raggiunge il suo primo culmine con All in forms, dopo che Ketto e Kiara avevano iniziato a fare muovere ritmicamente la testa di tutto l’audience. L’ovazione sull’attacco di Prelude era d’altronde di buon auspicio, il pubblico pareva impaziente di farsi cullare dalle atmosfere di Bonobo. Con Stay the same e The Keeper la formazione on stage si completa con la presenza di Andreya Triana, vocalist carismatica e ideale per rendere ancora piu’ caldo lo show. Interprete con l’anima, che da’ un tocco blues a Days to come e rende ancor piu’ magicamente sofferta If you stayed over (originalmente pubblicata con Fink alla voce).
Simon Green resta solo sul palco al termine di una ammaliante Black Sands per i primi beats di una Kong che si lascia amabilmente ballare. La band si ricomporra’ poi per una travolgente Recurring e per l’unica riproposizione pre Days to come, una Noctuary (da Dial M for Monkey, 2003) accolta sin dal suo attacco da applausi a scena aperta.
Seguita da Eyesdown rende palese l’approdo del percorso musicale di Simon Green: l’unione di composizioni piu’ complesse e stratificate che contraddistinguono quest’ultimo brano (e piu’ in generale gli ultimi due album) e’ improvvisamente squarciata da un inciso elettronico degno dei migliori episodi gli esordi. Sempre su Eyesdown da mettere in risalto il magnetismo di Andreya Triana che restera’ con la band anche per Nighlite, scatenata nel lanciarsi in un battimani che coinvolgera' facilmente il pubblico: l’audience mostra di gradire tanto che le prime file iniziano da subito a saltare per le note di Transmission 94, con tutto il Melkweg ormai conquistato dalla performance della band.
Annunciata come ultima traccia del set e’ invece seguita da una sorpresa, un pezzo di Andreya scritto e registrato con Flying Lotus (Tea Leaf Dancers, dal Reset EP), ri-modellato in questa versione live sulle linee guida di Black Sands.
Gli ultimi sussulti dello show si devono ad una El Toro trasformata dopo i rituali assolo in una session free jazz tra batteria e fiati che mette in mostra tutte le qualita’ dei componenti del gruppo di Simon Green: chiude Between the lines con un’ammiccante intreccio tra battiti elettronici, flauto e la voce di Andreya, senza dubbio un valore aggiunto per band e show.
Bravo Bonobo a scoprirla e a perseguire una trasformazione che gli sta regalando numerose soddisfazioni: la qualita’ della sua esibizione e’ indiscutibile come d’altronde il cuore che i suoi strumentisti mettono nell’esecuzione dei pezzi.
Notevole in ogni caso come Black Sands abbia definitivamente mutato lo scenario per Simon Green tanto da divenire oggi un vero e proprio paradigma per il suo autore, un album in grado di lanciare una luce piu’ cupa e meditativa, ma al contempo piu’ calda su tutta la sua produzione.
LCD SOUNDSYSTEM
This Is Happening Promotional Tour / Paradiso, Amsterdam - 04.05
01. US V THEM
02.
DRUNK GIRLS
03.
GET INNOCUOUS!
04.
YR. CITY’S A SUCKER
05.
POW POW
06.
DAFT PUNK IS PLAYING AT MY HOUSE
07.
ALL MY FRIENDS
08.
I CAN CHANGE
09.
TRIBULATIONS
10.
MOVEMENT
11.
YEAH
12. SOMEONE GREAT
13.
LOSING MY EDGE
14.
NEW YORK I LOVE YOU BUT YOU’RE BRINGING ME DOWN
Alle otto e trenta, orario previsto per l’inizio del concerto, la sala grande del Paradiso e’ gia’ affollatissima, ma sul palco imperversano ancora gli Yacht con un opening act sovraeccitato, ma poco coinvolgente sino alla sua conclusione con una Psychic City che incontra finalmente i favori del pubblico (It’s boring/You can live anywhere you want in precedenza aveva provato a smuovere l’audience senza troppo effetto, risultando al piu’ un divertimento per la band).
Mezz’ora dopo basteranno un paio di minuti di Us v them per sortire ben altro effetto… al primo inciso, via le luci e solo una mirrorball a illuminare il Paradiso: pubblico in trance mentre gli LCD Soundsystem nella nuova formazione portata a sette elementi iniziano a dettare il loro ritmo.
Get Innocuous! con dei bassi travolgenti e le voci di Murphy e Nancy Whang a incrociarsi diviene esaltante nel crescendo finale e mostra completamente le qualita’ di un gruppo in grado di oscillare tra generi e citazioni in un amalgama unico, sfavillante nella versione dal vivo.
E se Yr.City’s a sucker sottolinea l’imprescindibilita’ delle origini del collettivo di Murphy, brani come la divertita e violenta Drunk Girls o soprattutto Pow Pow (guidata da distorsioni incontenibili) non fanno altro che evidenziare l’ispirata evoluzione della band reduce dalle registrazioni del nuovo album This is happening.
L’ultima traccia in attesa di pubblicazione eseguita e’ una I can change pop e carezzevole, ideale nella setlist per riprendere fiato tra gli esplosivi fuochi d’artificio dello show. Un concerto di LCD Soundsystem vive soprattutto della reazione del pubblico, del movimento tellurico e incontrollabile che la band riesce ad imporre al proprio audience: cosi’ Daft Punk is playing at my house (graffiante e con un Murphy rabbioso al microfono) e All my friends (con il suo crescendo continuo e la chiusura a liberare i cori dei presenti) cambiano letteralmente l’atmosfera dello show deviandola verso quella di un festa scatenata sospesa tra dance e rock/punk attitude.
Eccitazione serpeggiante e incontrovertibile poi per il terzetto di brani che chiude la prima parte della setlist: Tribulations cancella con i primi due riff di chitarra la calma apparente riportata da I can change facendo saltare tutto il Paradiso. Movement si spinge ancora piu’ in la’ infiammando le prime file che si lasciano andare sulle bordate noise del pezzo ad un pogo istintivo. Infine la deriva techno di Yeah, attesissima e tirata all’inverosimile, lascia spazio solo ad un susseguirsi di boati ed ovazioni, con tutti i presenti ormai abbandonati al ballo. James Murphy si diletta con un tamburello, capace di risaltare anche nell’incrocio di due o tre tra batterie e percussioni: l’impianto ritmico della band e’ granitico, la voce del suo leader capace d’infiammare, tra toni bassi e improvvisi urletti isterici. Spesso al microfono lateralmente o deambulando senza troppa convinzione per il palco attraverso una selva di strumenti Murphy sa essere umile e carismatico, lasciando tutta la sua ironica arroganza in liriche recitate come un mantra brano dopo brano.
Nancy Whang e’ la prima a riconquistare il palco per gli encore, avanzando su tacchi stratosferici: sara’ lei a dar l’attacco a Someone Great dove proprio il suono profondo e spiritato delle sue tastiere donera’un’indimenticabile tocco in piu’ alla versione live di una delle tracce portanti di Sound of Silver (2007).
La confessione di Losing my edge, tra sproloqui, ricordi e autocelebrazione regala gli ultimi assalti noise dello show, battiti elettronici che si fronteggiano ad ogni ‘I was there’ proclamato da Murphy prima del trascinante ‘You don’t know what you really want’ finale: il primo singolo di LCD Soundsystem ha una carica infinita, oggi ancor piu’ di quando fu pubblicato nel 2002, riesce a fondere l’energia di un intero live act in un vero e proprio di manifesto per la band.
Chiusura per voce e pianoforte sulle note di New York I love you but you’re bringing me down, lenta e pronta a excursus chitarristici, ancora una volta con Nancy sugli scudi, dopo che James gia’ aveva salutato tutti andandosene saltellando sulla coda strumentale del pezzo. Gli applausi non smettono quando gli LCD Soundsystem abbandonano il palco dopo una performance torrida, dura, da fuoriclasse, con tutti gli accenti possibili al posto giusto in un gioco di riferimenti che diventa rilettura e divertimento, pura liberazione sulla pista da ballo.
PHOENIX
Wolfgang Amadeus Phoenix Tour /
Paradiso, Amsterdam - 26.03
01. LISZTOMANIA
02. LONG DISTANCE CALL
03. LASSO
04. RUN RUN RUN
05. FENCES
06. GIRLFRIEND
07. ARMISTICE
08. LOVE LIKE A SUNSET
09. LOVE LIKE A SUNSET PART II
10. NAPOLEON SAYS
11. TOO YOUNG
12. CONSOLATION PRIZES
13. ROME
14. FUNKY SQUARE DANCE
15. EVERYTHING IS EVERYTHING
16. PLAYGROUND LOVE
17. IF I EVER FEEL BETTER
18. 1901
Il Paradiso e’ subito scosso dalle accelerazioni di Lisztomania, dalle esplosioni di luci e dalle progressioni elettrico/elettroniche del pezzo: il brano che apre Wolfgang Amadeus Phoenix e’ il miglior viatico alla performance della band francese, ormai da piu’ di un anno in tour e perfettamente a suo agio on stage.
Long Distance Call e il suo ‘It’s never been like that’ nel ritornello urlato a squarciagola da Thomas Mars e da tutto il pubblico piu’ che un rimando all’omonimo album datato 2006 e’ una constatazione sull’attuale status raggiunto dai Phoenix: uno show live emozionante e inappuntabile in cui spiccano le tracce dell’ultima realizzazione irrorata dall’elettronica e prodotta da Philippe Zdar dei Cassius, vincitrice negli Stati Uniti del Grammy Award per il miglior album alternativo degli ultimi dodici mesi. Ebbene si, it’s never been like that… Altre conferme arrivano dal passo coinvolgente di Lasso e da un finale estremamente noise della morbida Run Run Run (da Alphabetical), prima che una selezione di tracce da Wolfgang Amadeus Phoenix imponga un vero e proprio cambio di marcia allo show. Prima Fences con il suo crescendo elettronico vagamente 80s, poi il suono travolgente delle tastiere incrociate alle chitarre di Girlfriend e Armistice ed infine una versione estesa di piu’ di dieci minuti di Love like a sunset, con Mars che lascia il palco alla band pronta ad impadronirsene in modo scintillante. I Phoenix trovano anche il tempo per giocare ad una divertita jam session fra le chitarre dei fratelli Mazzalai travestita da ping pong musicale nel bel mezzo del brano, giusto un attimo prima che l’atmosfera satura di elettronica e bassi diventi incandescente nel crescendo epico del pezzo. La voce della band francese, ritorna per la seconda parte della traccia per poi lanciare una Napoleon Says al fulmicotone. Qualche sprazzo di dolcezza in una romantica Too Young, poi il rock scatenato di Consolation Prizes che infiamma band e audience. Rome da’ per l’ennesima volta nella serata la sensazione di un gruppo incontenibile, giocoso ed entusiasta del proprio pubblico, splendidamente aiutato da un impianto luci eccellente e da una sezione ritmica capace di rendere fragorose le digressioni e gli incisi di ogni traccia. Mars finisce addirittura in mezzo al pubblico, seguito dal lungo filo del suo microfono, accolto con grande calore dalla sala, ma come una rockstar della porta accanto… il metronomo che introduce le divagazioni tra funk e citazioni hard rock di Funky Square Dance amplifica ancor piu’ l’ironia critica dei Phoenix chiudendo magistralmente la prima parte del loro show.
Ritorno intimo on stage dopo un intervallo a luminosita’ intermittente quasi accecante: il duo Mars/Mazzalai organizza inizialmente un coro di buon compleanno per il ritorno sul palco del proprio bassita Deck D’Arcy, per poi dedicarsi ad una riproposizione acustica di Everything is Everything (lenta e carezzevole) e ad una cover di un brano sviluppato con gli amici Air, la meravigliosa Playground Love (dalla colonna sonora di The Virgin Suicides), accolta da un boato.
Phoenix poi al completo nella formazione live portata a sei elementi per la conclusione della serata con il primo successo della carriera, qui potentissimo e deflagrante, If I ever feel better. Gran finale con continui stop and go su 1901 che arriva a quasi dieci minuti di lunghezza con Mars ancora ad aggirarsi cantando tra il proprio estasiato pubblico, sin dalle note iniziali completamente in balia della band francese.
FOUR TET / FLYING LOTUS
5DaysOff - Day 1 / Paradiso, Amsterdam - 03.03
FOUR TET
Kieran Hebden/Four Tet pare un tipo molto sereno. Ben pasciuto, capelli vagamente afro, atteggiamento rilassato e rapito di fronte a tutti gli strumenti magici che gli si animano di fronte, e’ il protagonista principale della prima giornata del festival elettronico 5daysoff giunto alla decima, acclamata, edizione. Apre la notte del Paradiso dopo le note del dj resident Cinnaman per poi correre al vicino Melkweg per un dj set notturno che ne ribadira’ le qualita’ e soprattutto la nuova direzione intrapresa dalla sua musica. Lo show di cui e’ autore vive soprattutto dell’incontro tra le sonorita’ spesso deflagranti di Everything Ecstatic e gli incanti ritmici del nuovo arrivato There is love in you. La dolcezza di Angel Echoes funziona cosi’ da introduzione a Joy e Sun Drums and Soil (violente e guidate dai bassi) prima che il suono di Love Cry, Circling e Sing ipnotizzi letteralmente tutti i presenti. In particolare l’uso di laptop e drum machine da parte di Hebden trasforma l’esibizione in un piccolo mondo a se’ stante dove l’audience e’ un puro accessorio delle alchimie inventate dell’artista londinese, completamente assorto nella propria musica.
Il set termina con una eccellente Plastic People in cui i loop si susseguono in modo vertiginoso e i bassi fanno tremare i piani alti del Paradiso, perfetto viatico ai beats che di li’ a poco scuoteranno la sala.
FLYING LOTUS
Poco prima di mezzanotte un piumino avvolto attorno ad un ragazzo di colore compare sul palco: la testa che ne spunta a malapena e’ quella di Steven Ellison ovvero Flying Lotus indaffarato nell’allestire la propria postazione. Quando il suo set inizia Steven e’ rimasto in t-shirt e ne ha ben donde: perennemente piegato sulla sua consolle sembra voler guardare direttamente negli occhi il proprio pubblico, accendendosi ed esaltandosi poi in improvvisi e nervosi movimenti nei momenti piu’ caldi della sua performance. Il magma musicale che il pronipote di Alice e John Coltrane propone e’ enfatizzato dalle scelte che impreziosiranno la sua prossima pubblicazione, Cosmogramma, prevista per maggio 2010: sono in ogni caso i brani dell’eccezionale Los Angeles (2008) a salire alla ribalta tra scontri di ritmi titanici (Riot, Gng Bng, Parisian Goldfish) e melodie e carezze sonore (Robertaflack, Camel, Beginners Falafel). Altrettanto rilevante la risposta del pubblico, completamente in balia di FlyLo sin dalle prime note (sgraziate, ma eccitanti) di un set spinto oltre il limite della propria musica. Loop che sembrano girare a vuoto, bloccati in un crash artificiale e pronti a dipanarsi in suadenti e precarie anomalie jazz e soul su un impianto ritmico in grado di travolgere le fondamenta radicate nell’hip hop del suo stesso creatore.
FAT FREDDY'S DROP
European Tour / Paradiso, Amsterdam - 26.11
01. SHIVERMAN
02. RAY RAY
03. BOONDIGGA
04. PULL THE CATCH
05. ROADY
06. ERNIE
07. WILD WIND
08. THIS ROOM / WAITING IN VAIN
09. HOPE
10. MIDNIGHT MARAUDERS / THE RAFT
Preceduti da una serie di ovazioni i Fat Freddy’s Drop salgono sul palco del Paradiso travolti dagli applausi, apertura con Shiverman in grado immediatamente di sintetizzare la serata: bassi potenti e dub che scuotono la sala, architettura per chitarra e tastiere a far da trampolino alla calda voce soul di Dallas Tamaira e al terzetto di fiati, scatenato, formato dai pittoreschi Tony Chang, Chopper Reedz e Hopepa, da subito beniamini privilegiati del pubblico.
La band neozelandese, bestseller in patria e scoperta dalla critica internazionale con l’esordio Based on a true story (2005), sta conducendo trionfalmente un mini tour europeo con date a Londra, Manchester, Berlino e Parigi (queste ultime, come Amsterdam, sold out) per la promozione del suo secondo album Dr. Boondigga and the big BW.
Le nuove composizioni virano decisamente verso l’elettronica sempre con il faro reggae/dub a orientare la direzione: si sovrappongono poi di brano in brano sfumature soul, funky e jazz (il terzetto sax, tromba e trombone oltre a creare melodie si lancia continuamente in assolo da applausi), psichedelia e hard rock (la conclusione di Ray Ray e Pull the catch con Jetlag Johnson alla chitarra sugli scudi) e hip hop (l’intromissione rap di DJ Fitchie in Roady accende ancor piu’ la platea in un crescendo di cori… FIRE! FIRE!). Dieci pezzi per quasi due ore di show, pubblico infuocato e danzante per tutto il tempo e i Fat Freddy’s Drop accolti come fossero a Wellington… Impressionante in ogni caso la trasformazione di ogni brano in suite da 10-12 minuti con introduzioni e code magistralmente dilatate che fanno risplendere il crogiolo di stili che anima il gruppo. Particolarmente riuscita in uno show strepitoso e senza punti deboli la dedica al nume tutelare Marley al termine di una tellurica This Room: audience sopraffatto e conquistato da Waiting in Vain, inaspettata e dolcissima.
FRANZ FERDINAND
Tonight:Franz Ferdinand / HMH Amsterdam - 22.11
01. THIS FIRE
02. LIVE ALONE
03. WALK AWAY
04. CAN'T STOP FEELING
05. BITE HARD
06. TELL HER TONIGHT
07. DO YOU WANT TO
08. MICHAEL
09. NO YOU GIRLS
10. TAKE ME OUT
11. ULYSSES
12. 4O FT.
13. OUTSIDERS
14. THE DARK OF THE MATINEE
15. DARTS OF PLEASURE
16. TURN IT ON
17. LUCID DREAMS
Partiti nell’autunno 2008 con la pre-promozione di Tonight: i Franz Ferdinand sono ancora in tour e non si fermeranno sino ad Aprile 2010… La data di Amsterdam e’ la seconda nella citta’ olandese quest’anno, anche in questo caso andata sold out settimane prima dello show come la precedente al Paradiso nello scorso maggio.
Date europee ri-iniziate giusto il giorno prima da Anversa e band in forma strepitosa, inarrestabile live con i nuovi brani ormai integrati in modo perfetto in scaletta.
Ad aprire il concerto set dei Cribs dei fratelli Jarman, ma soprattutto di un’eccezionale Johnny Marr, impagabile alla chitarra. L’ex Smiths ha permesso al gruppo di Wakefield un vero e proprio salto di qualita’, basti pensare alla chiusura da applausi a scena aperta di We share the same skies, energica e travolgente.
Se i Cribs possono considerarsi un lusso come gruppo spalla (oltre che un onore, parole di Alex Kapranos) e non un rischio per chi deve salire sul palco dopo di loro lo si deve a come e quanto i Franz Ferdinand siano cresciuti dall’omonimo album d’esordio datato 2004 ad oggi. Opening con una This Fire eccitante, capace da subito di scardinare ogni resistenza o freddezza da parte del pubblico e coinvolgerlo immediatamente grazie a cori e riff su di giri.
Live alone viene poi interpretata in versione piu’ dark rispetto alla versione presente su Tonight: con cupo sfavillio di tastiere mentre Walk away e’ perfetta per giocare con l’allure ironicamente macabro della band introdotta sul palco da una composizione vampiresca in stile Hammer tanto quanto la scritta gotica Franz Ferdinand comparsa come per magia alle spalle dei componenti del gruppo. Il pubblico dell’HMH si lancia in prolungati battimani a tempo a introdurre una liberatoria e divertentissima Can’t stop feeling, prima di ondeggiare agli ordini di Kapranos sull’introduzione di Bite hard (sara’ il fido McCarthy poi a dare dimostrazioni di rock n roll con il dito puntato verso il cielo durante ogni assolo di clavicembalo elettronico…). L’uno-due tratto da Tonight: e’ accompagnato da video con dichiarati intenti psichedelici sospesi tra riferimenti 70s e 80s, solo luci invece per i brani dei primi due album. I Franz Ferdinand combinano un approccio live decisamente rock, anzi ai limiti del punk (le nervose ed esaltanti Tell her tonight e Michael su tutte), per poi sciogliersi in ritornelli e incisi che soggiogano il pubblico con carezze pop. Esempio principe la reazione scatenata dell’audience alle prime note di Do you want to, accolta in modo trionfale e cantata all’unisono da tutti i presenti.
Ulteriori sferzate elettriche ed elettroniche da No you girls e dal sinistro inno nichilista Ulysses: gli spettatori capitolano definitivamente sotto i colpi di un’emozionante Take me out con la band a saltare felice per il palco e una dilatata, vagamente dub, 40 ft. in cui i cori lanciati da Kapranos trovano facile ed euforica risposta.
Chiusura della prima parte dello show con Outsiders, magnifica nella lunga coda strumentale conclusa dall’intera band alle percussioni in un intenso, irresistibile, crescendo.
Neanche il tempo per respirare, non c'e' praticamente spazio tra una traccia e l’altra, ed i Franz Ferdinand ritornano sul palco: Alex attacca solo per voce e chitarra The Dark of the Matinee, prima che la band lo segua rendendo il pezzo trascinante e si lanci una versione di Darts of pleasure devastante, occasione ideale per presentare ogni membro del gruppo, omaggiare Amsterdam (Amster-fucking-dam!) e lanciarsi in un conclusione infuocata sull’ “Ich heiße Superphantastisch! Ich trinke Schampus mit Lachsfisch! Ich heiße Su-per-phan-tas-tisch!” alla fine del pezzo che diviene d’acchito la vetta punk/rock dello show.
Turn it on sembra riportare per un attimo le lancette indietro, alle prime battute del concerto, ancora con animazioni visionarie e senza tempo a invadere la struttura alle spalle del gruppo: sara' il viatico agli oltre 15 minuti della strepitosa Lucid Dreams. Partenza decisamente rock e finale tutto elettronico con Kapranos e McCarthy a sfidarsi a colpi di sintetizzatori. Una progressione geniale che passa dalle sferzate elettriche iniziali ai loop impazziti che sostengono gli assolo di Robert Hardy al basso dell’indiavolato Paul Thomson alla batteria, rimasti soli dopo i saluti in rapida successione di Alex e Nick , il secondo addirittura scomparso con un tuffo tra le prime file del pubblico. Al termine dell’ultima rullata di Lucid Dreams la risata del maligno sancisce la conclusione dello show mentre i Franz Ferdinand, nuovamente al completo, escono da dietro le quinte inchinandosi di fronte al proprio pubblico: standing ovation piu’ che meritata per una band sfavillante, in grado di scuotere violentemente e allo stesso tempo intrattenere senza mai perdere di vista una sacrosanta dose di ironia. Anche perche’ il vero divertimento per i Franz Ferdinand sembra essere il trasformare ogni set in un grande party rock capace di scatenare letteralmente qualsiasi tipo di pubblico… un ottimo intento, soprattutto quando, come ieri sera, l’atmosfera diviene in un attimo incendiaria e lo show si tramuta in festa sin dalle prime battute.
MASSIVE ATTACK
European Tour 2009 / HMH AMSTERDAM - 27.10
01. BULLETPROOF LOVE
02. HARTCLIFF STAR
03. BABEL
04. 16 SEETER (GIRL I LOVE YOU)
05. RISING SON
06. RED LIGHT
07. FUTURE PROOF
08. TEARDROP
09. PSYCHE
10. MEZZANINE
11. ANGEL
12. SAFE FROM HARM
13. INERTIA CREEPS
14. SPLITTING THE ATOM
15. UNFINISHED SYMPATHY
16. MARAKESH (ATLAS AIR)
17. KARMACOMA
Poco piu’ di un anno dopo lo show estivo datato 2008 a Westerpark ed e’ gia’ tempo per i Massive Attack per un ritorno ad Amsterdam: nel frattempo il tanto atteso nuovo album non ha ancora una data di pubblicazione mentre in circolazione e’ arrivato l’EP corredato di remix Splitting the atom. Il lavoro della band sulle nuove tracce non e’ cosi’ misterioso come questi quattordici mesi lascerebbero ipotizzare: l’interminabile post produzione di 3D ha lasciato in secondo piano le atmosfere morbide che s’intuivano dallo show precedente per virare verso contesti piu’ cupi e in linea con la tradizione della band del dopo Mezzanine.
L’album capolavoro pubblicato nel 1998 resta il collante dell’esibizione live dei Massive Attack, splendidamente coadiuvati da un’eccellente Martina Topley Bird, protagonista di un opening act strepitoso prima di unirsi al collettivo di Bristol nelle versioni live di Babel, Red light, Teardrop, Psyche e Splitting the atom (alle tastiere).
Apertura per sola musica con Bulletproof Love, poi le voci di 3D e Daddy G ad incrociarsi per il crescendo continuo e irrorato dai synth della trascinante Hartcliff Star: Babel sferza la platea con riverberi e feedback animati dal drum n bass, definitivo approdo del sound dominante nella soundtrack curata da Del Naja qualche anno fa’ per Danny The Dog. Da applausi a scena aperta come sempre la presenza immancabile e carismatica di Horace Andy (“It’s 25 years that we bless this man!” scandisce 3D al microfono introducendolo): magnifico ed ironico nell’inedita 16 Seeter e in Angel, addirittura mefistofelico in Splitting the atom, con la sua voce a sposarsi perfettamente con i timbri bassi del cantato di Daddy G. Resta incredibile l’impatto devastante e coinvolgente di brani come Rising Son, Mezzanine e Inertia Creeps in cui i Massive Attack raggiungono l’apice della propria produzione tra liriche sofferte e violenti squarci elettrici. Nel mezzo la riproposizione di un grande pezzo come Future Proof, apertura dell’ultimo album dato alle stampe dalla band, quel 100th Window ritenuto a ragione soprattutto una creatura personale di 3D e per questo probabilmente archiviato nelle esibizioni live dello scorso anno. Future Proof si lega in modo ideale all’attuale sound del gruppo, basato su elementari e diabolici loop alle tastiere pronti ad inseguirsi per l’intera durata di ogni singolo brano (ne sono esempio oltre a Splitting the atom e Hartcliff Star, anche la suadente Red Light e la nervosa, splendida ed inquietante Marakesh).
Teardrop viene appunto riletta alla luce dei nuovi arrangiamenti, introdotta da un pianoforte lancinante prima che la melodia si riavvicini all’originale: e’ il viatico ad una sorprendente Psyche, molto diversa rispetto all’apprezzabile versione remixata da Van Rivers & The Subliminal Kid presente sul Splitting the atom EP, con la voce di Martina Topley Bird in primo piano sulle note di un’ispirata chitarra acustica.
Nota a parte per le due gemme estratte da Blue Lines pura meraviglia per Safe from harm, sempre piu’ psichedelica nella sua coda strumentale e ovazioni ripetute per la performance sopra le righe che anima Unfinished Sympathy, con Daddy G a dettare i ritmi in console. Poco dopo Mr. Marshall Grant salutera’ il pubblico che lo applaude senza sosta con un “You’re too kind…” a meta’ tra confessione e autoironia…
3D senza accompagnamento recita le strofe iniziali di Karmacoma prima che la band e G si uniscano nell’incedere unico e ipnotico del brano simbolo di Protection: pubblico completamente in visibilio al termine di una grande performance capace ancora una volta di unire con qualita’ altissima elettronica, rock, noise, dub, trip hop, incanti e alchimie vocali come nessun altro - ancora oggi - riesce a fare.
THE XX
XX On Tour 2009 - Paradiso (Kleine Zaal), Amsterdam - 10.10
01. INTRO
02. CRYSTALISED
03. VCR
04. ISLANDS
05. HEART SKIPPED A BEAT
06. FANTASY
07. SHELTER
08. BASIC SPACE
09. TEARDROPS
10. INFINITY
11. NIGHT TIME
12. STARS
Gli XX aspettano con le spalle al pubblico l’inizio del concerto, la sala in completo silenzio seppur stimata all'inverosimile e' attraversata solo da qualche vago feedback e rumore elettronico.
In apertura i talentuosi Holy Miranda, atmosfere suadenti virate al noise per doppia chitarra, voce femminile e coretti maschili.
Il set del duo americano svanisce letteralmente all’attacco dell’introduzione dell’album d’esordio della giovanissima band londinese: l’atmosfera live mette l’accento sulle basi elettroniche dettate da Jamie Smith a innestare la sovrapposizione degli strumenti e delle voci di Oliver Sim (basso) e Romy Madley Croft (alla chitarra con Baria Qureshi). Dai beats di Jamie nasce un’alchimia unica, nonostante le influenze che serpeggiano tra un brano e l’altro siano evidenti e le corde delle chitarre riecheggino al rallentatore la migliore new wave.
La band al primo tour europeo come evento principale regala una performance emozionante al pubblico che ha gremito la sala piccola del Paradiso: una nuova esibizione nella main room e’ gia’ in cartellone per il prossimo febbraio dopo questo incredibilmente rapido sold out.
Non c’e’ da stupirsi in fondo, anche se le acclamazioni che si susseguono sembrano prendere in contropiede la band, timida, ma felice a giudicare dai sorrisi scambiati ad ogni incrocio di sguardi.
Due monitor raffiguranti due X, niente piu’ che l’intera pubblicazione d’esordio ed una coinvolgente Teardrop per mettere k.o. un pubblico che vantava davvero pochi coetanei dei diciannovenni componenti del gruppo. Davanti agli XX l’audience ha voluto stringersi in un ideale abbraccio, scaldando continuamente l’atmosfera tra un brano e l’altro e rimanendo in rapito silenzio durante quasi ogni esecuzione, a dimostrare stima, ma – si direbbe – anche incontenibile affetto. “This is just the second date after Paris and…it’s amazing” dice Oliver restando poi senza parole di fronte agli applausi scroscianti per uno show gioiello quanto e piu' poteva far prefigurare l'album d’esordio marchiato XX.
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